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Storie di madri (4). Marcia trionfale, di Clara Sereni

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a cura della Redazione

 

Metti una mattina d’inverno, un mercato come quello di piazza Vittorio a Roma. Una vecchia dietro ad un banco delle verdure; un’altra donna vi si avvicina, conducendo per mano un bambino con gli occhiali spessi, evidentemente con problemi.
È l’innesco di uno dei più bei racconti sul tema della madre e della diversità che abbia mai letto. Breve, intenso, delicato.
S. R.

Continuiamo la pubblicazione di storie e segnalazioni di libri sul tema delle “Madri” proposto da Roberto Landolfi, curatore del sito “Madrigale per Lucia”.
la Redazione

 

Marcia trionfale

di Clara Sereni

Quando escono nel freddo lei gli alza il bavero, gli avvolge bene la sciarpa. Lui come sempre la abbraccia forte, le lascia sulle guance l’impronta umida di molti baci.
Lungo la strada lui fa tanti sorrisi, saluta tante volte: in pochi gli rispondono, lui però conserva la sua aria lieta.
Lei gli tiene la mano, preoccupata che corra ad abbracciare sconosciuti.
Sulla piazza del mercato brillano tre fuochi di cassette, intorno imbacuccati i commercianti bevono cappuccini bollenti, battono i piedi sul selciato ghiacciato per scaldarsi, scambiano commenti sul freddo e la stagione.
La vecchia al banco degli ortaggi ha il fazzoletto di lana stretto attorno al viso chiuso, lo scialle incrociato sul petto sfatto. Pulisce spinaci con mani spaccate, il suo freddo è solitario e irrimediabile.

Davanti alle fiamme arancioni il bambino batte le mani contento, il riverbero brilla sul vetro dei suoi occhiali spessi. Al suo apparire il gruppo si è sciolto, uno sciamare impaurito di uccelli neri. Ciascuno è tornato al suo banco e si da dà fare, il bambino cerca inutilmente corpi da abbracciare: solo sua madre è lì, sempre vicina per ripararlo dalle delusioni.
All’estremità opposta del mercato, con un coltellino la vecchia comincia a raschiare una carota.
II bambino e sua madre percorrono la piazza per mano, c’è tanto freddo intorno. Lei compra banane, formaggio: al silenzio della gente è abituata, all’imbarazzo o alle parole di circostanza. All’invisibilità, quando ti guardano e fanno finta di niente. Solo suo figlio non si abituerà mai: infatti le sue mani tozze e screpolate continuano a lanciare baci al cielo, sorride all’intorno, regala gutturali dichiarazioni d’amore che nessuno raccoglie.
La vecchia lava la carota sotto il getto di una fontanella, scuote via l’acqua con energia e cura. Torna dietro il suo banco, l’attesa è coperta da gesti comuni, di ordine o di pulizia.
Madre e figlio avanzano attraverso il mercato, le voci intorno non li riguardano, le parole che si scambiano non penetrano il muro di vuoto che li circonda.
Un sorriso più largo scopre i denti brutti del bambino, gli occhiali gli ballano sul naso in una felicità non trattenuta: allora sua madre gli lascia la mano, lascia che come ogni giorno vada correndo verso il banco delle verdure.
II viso amaro della vecchia ha mille rughe, più incise adesso mentre il bambino va verso di lei: in una mano ha la carota, ben chiusa in un sacchetto di plastica, con l’altra gli fa ciao.
II bambino cerca nelle tasche gli spicci che sua madre gli ha dato prima di uscire, l’abitudine di ogni giorno per abituarlo a crescere. Oggi non trova le monete, non insiste a cercarle e invece corre dietro la bancarella: prende la mano della vecchia, la dondola, la stringe, la dondola ancora in un suo gioco.
Lei brontola fra sé e sé, l’età o qualcos’altro la fanno incapace di parole: si pulisce la mano sul grembiule, due volte, poi accarezza i capelli del bambino piano, quasi avesse paura di fargli male. O di vederlo scappare.
Con le due mani il bambino si aggrappa alla carezza, la fa muovere stretta sulla testa e sul viso: gli occhiali gli cadono, guarda verso il cielo con i brutti occhi dalle palpebre glabre, semicieco e sorridente.
Le due donne si chinano all’unisono per recuperare le lenti, malgrado gli impacci la vecchia è più rapida: mentre lo aiuta a sistemare dietro le orecchie le stanghette, le sue dita sono levigate e dolci.
Stretta dentro il cappotto, la madre fa per mettere mano al portafoglio:
– Grazie di tutto, – dice. – E scusi tanto.
– Di niente, – ribatte ferma la vecchia, ignorando il gesto e il denaro. Stringendosi nello scialle si allontana dal bambino, comincia a ordinare sul banco cavolfiori e cipolle.
Nudo di carezze il bambino resta come saldato sull’asfalto, la bocca aperta e le braccia abbandonate, desolato.
Sua madre ha gli occhi bassi, passa da un braccio all’altro le buste con la spesa, la mano libera le servirà per portarlo via.

Rischiarato da una decisione che ha preso il bambino la strattona con un’energia improvvisa che quasi la fa cadere, usando la testa e tutto il corpo la spinge dietro il banco.
Ferma a difesa del territorio che le appartiene la vecchia si aggrappa al legno e non si muove: le due donne arrivano a toccarsi, non sanno cosa fare perché lui continua a spingere, determinato e violento in un modo per lui inconsueto.
Devono necessariamente guardarsi quando lui prende le loro mani, le unisce, dice:
– Ti voglio bene, piacere, buon giorno.
Le donne intuiscono. Perché smetta di spingere, solo per compiacerlo si danno la mano, dichiarano ciascuna il proprio nome e poi, nella stretta:
– Piacere.
– Piacere.
Ma lui non smette di premere, vuole vederle più vicine, la frenesia che lo agita sta per farlo piangere:
– Ti voglio bene, – ripete.
Per prima la vecchia allarga piano le braccia, fa le spallucce per sminuire: imbarazzata la madre si avvia all’ abbraccio.
Due marionette nel freddo e lui il burattinaio, una rappresentazione, uno spettacolo tanto per accontentarlo: un abbraccio da melodrammatici recitato con scarsa convinzione.
Però quando gli aliti si confondono in nuvolette bianche la recita diventa emozione, l’abbraccio si fa stretto ed efficace: si baciano sulle guance due volte, è una scelta.
Arrossate dall’imprevisto si separano, lui le riprende per mano, una da una parte e una dall’altra:
– Scuola: tutti – dice.
Senza preoccuparsi del banco sguarnito la vecchia lo segue, sua madre è già pronta.
Per mano attraversano il mercato: le rughe della vecchia sorridono, il bambino saluta il vento, sua madre ha un portamento da regina.
Via via che avanzano la gente si scosta: piccole ali di folla per una marcia trionfale.

 

[Di Clara Sereni, tratto da Manicomio Primavera”, Firenze, Giunti, 1989]

Informazioni su Clara Sereni, da Wikipedia

Per l’articolo precedente, leggi qui

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1 commento per Storie di madri (4). Marcia trionfale, di Clara Sereni

  • Rosanna Rossi

    Ho avuto la fortuna di leggere “Marcia Trionfale” circa 15 anni fa, tramite un amico che conosceva Clara Sereni e, non essendo a quei tempi più disponibile il libro in libreria, mi ha fatto dono di fotocopie che ancora oggi conservo gelosamente. Un libro breve ma così intenso da poter essere paragonato a tomi ben più lunghi.
    Un libro che solo una madre ha potuto scrivere, perché solo l’amore di una mamma è in grado di trascrivere in parole l’amore puro, incondizionato che una mamma prova per un figlio. Ed in questo caso un figlio con handicap.
    E’ superba, la Sereni, in questo, e lo e’ nel descrivere la propria stanchezza, fisica, innanzi tutto, non trascurabile, nell’adempiere ai consueti gesti quotidiani che in tali casi si centuplicano. E la sua scrittura è fluida, semplice, asciutta, ma non per questo meno incisiva. Ti ci ritrovi dentro, appieno, come in un film, tu sei la mamma e lui è il figlio, e soffri e gioisci come lei. Solo che io, finito di leggere, ringrazio il cielo di non esserci più dentro, in quel macinapepe, io in fondo non ci sono mai stata, in un macinapepe, con tutti i problemi che ho avuto e che ancora ho e che sono niente, in confronto. Grazie, Clara.

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