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Torna Ponza in Tavola

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di Rita Bosso

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Ripesco le foto scattate a giugno di alcuni anni fa a Bevagna, in Umbria, durante il Mercato delle Gaite. È una manifestazione suggestiva, un percorso emozionale attraverso la storia del paese, un’immersione in parecchi secoli fa; è un continuo entrare e uscire dalle botteghe per conoscere i mestieri, vedere come funzionano il fuso e il telaio, come il cartaro produce la carta e la leviga col vetro, pesare l’anello con una bilancia strana, fare domande al notaro, al cambiavalute, al podestà avvolti in sontuosi abiti d’epoca, contrattare l’acquisto di un cartiglio dal significato particolare.
Al momento opportuno il paese si trasforma in un’unica grande tavola, le quattro Gaite (letteralmente: guardie) in cui Bevagna era divisa nell’antichità propongono i loro piatti, si mangia in allegria e in compagnia ma anche in velocità perché c’è ancora tanto da vedere, il programma ricchissimo costringe a correre da una gaita all’altra. Nelle domeniche di giugno migliaia di persone popolano un borgo solitamente tranquillo, quasi deserto.
Ogni paese del Centro Italia propone manifestazioni di questo tipo ma Bevagna, secondo me, primeggia.


All’epoca, in giro tra le botteghe di Bevagna, incontrai i miei vicini di casa a Ponza, Gianni ed Elisabetta Trombetta; Gianni e io ci mettemmo a fantasticare.
Come sarebbe bello se …
– Si potrebbero mettere i tavoli sotto i grottoni, oppure lungo il molo …
– Oppure su via Umberto, sotto le nostre case, e montare le tende a vela da una finestra all’altra …
– Io mi vestirei da pescatore …
– Io friggerei nocchette e le venderei nei cuppetielli …
I rispettivi consorti, torinese una, romano l’altro, ci guardavano con rassegnazione e compatimento.

Mentre Gianni Trombetta e io fantasticavamo, Monia Sciarra, Franco Schiano e Massimo Casalino pensavano alla prima edizione di Ponza in Tavola, collocandola ovviamente nel periodo borbonico. Era il 2013. L’anno successivo, galvanizzato dal successo travolgente della prima edizione, Franco Schiano decise all’ultimo momento che occorreva pubblicare un volumetto sulle tradizioni eno-gastronomiche ponzesi: impresa folle, tanto più che eravamo alle prese con la preparazione del catalogo de Lo Stracquo.
Per realizzarla nel poco tempo a disposizione occorreva trovare una manciata di pazzi più pazzi di noi, che conoscessero la storia locale a menadito, che fossero disponibili a condensarla in poche pagine di scorrevole lettura, leggere nei toni e rigorose nei contenuti. Evidentemente i manicomi per pazzi generosi, disposti a tutto pur di divulgare la storia locale, non sono mai stati chiusi e, nel giro di qualche settimana, le copie del volumetto Ponza in Tavola uscirono dalla tipografia.

Ponza in Tavola sarebbe dovuta diventare Isole in Tavola, svilupparsi in manifestazione itinerante, portare i suoi tegami da un’isola all’altra, crescere, alimentare contatti, contaminarsi e contaminare. Le cose sono andate diversamente; Ponza in Tavola ha pagato caro il suo successo ed è stata messa a riposo.

Oggi si lavora alacremente all’allestimento della terza edizione, in cui si miscelano le proposte gastronomiche con la storia e con l’esigenza di dare visibilità alle piccole attività di ristorazione; dunque accanto al calamaro ‘mbuttunato (rigorosamente pagato in tornesi) compaiono i figuranti in abiti del Settecento; si parlerà di ricette ma anche di altri temi, proposti da un gruppo borbonico di Potenza. Tegami e piatti possono essere strumenti efficaci per veicolare storia, economia, antropologia, di cui sono fortemente intrisi.

Antico piatto ponzese. Notare la sutura praticata dal conciatiane

La storia del popolamento di Ponza merita di essere raccontata ai turisti e, forse, di essere ancora studiata, approfondita, messa in relazione con altre esperienze del periodo borbonico.
Un bel tema al quale lavorare dopo la scorpacciata del 27 agosto a Calacaparra.

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