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Letture estive. Storie di naufragi

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proposto dalla Redazione

 

Siamo da sempre interessati al mare e alle sue storie. Ci ha perciò intrigato questo articolo comparso sull’ultimo Venerdì di Repubblica (n° 1534, dell’11 agosto 2017) a firma di Giulia Villoresi.
Lo dedichiamo a Joseph Conrad, il maestro insuperabile delle storie di mare e a Gianni Paglieri, uno dei ‘nostri’ comandanti che da qualche tempo non sentiamo.
La Redazione

 

Naufragi metafore dell’italia
di Giulia Villoresi

Dal Titanic alla Costa Concordia, un saggio su un secolo di affondamenti attraverso le gesta eroiche o le viltà, i vizi e le virtù dei protagonisti nostri compatrioti

Venticinque luglio 1956: il magnifico transatlantico Andrea Doria, il simbolo del miracolo italiano, affonda nell’Atlantico dopo la collisione con un mercantile svedese. La condotta dei marinai è esemplare; il comandante, evacuato l’ultimo passeggero, si rifiuta di abbandonare la nave. Saranno i suoi ufficiali a costringerlo: «Scenda, altrimenti risaliamo anche noi». È noto di come un altro comandante italiano, mezzo secolo più tardi, dovrà essere esortato all’azione opposta, con una frase poi tradotta in tutte le lingue: «Vada a bordo, cazzo!». Complementarietà delle due anime italiane. Non per forza le due anime reali. Piuttosto, quelle che puntualmente vanno in scena nel compiersi dell’evento eccezionale. Un naufragio, per esempio.

Da qui l’idea di tracciare un’antropologia dell’Italia attraverso le cronache delle sue disavventure per mare: Naufragi (Il Saggiatore), undici storie raccontate da giornalisti, storici ed esperti di cronaca marittima radunati da Marco Cuzzi, docente di storia contemporanea all’Università di Milano. Un secolo di affondamenti civili, dal 1912 al 2012, ovvero dai 37 italiani del Titanic alla débâcle del comandante Schettino. «Nel bene e nel male, in ognuna di queste tragedie abbiamo visto andare in scena l’Italia» spiega Cuzzi. «E non è una trovata retorica. I naufragi che coinvolgono gli altri Paesi, a studiarli, non mostrano certe caratteristiche estreme, tipiche del nostro popolo».

Tanto più se è vero, come ha detto quel gran viaggiatore di Joseph Conrad, che le navi sono «banco di prova di vitalità, di temperamento, di coraggio e fedeltà». Torniamo all’estate dell’Andrea Doria, l’inaffondabile, lussuoso araldo del fascino italiano nel dopoguerra. Sono le undici di sera e la nave avanza nella nebbia a poche miglia dal faro di Nantucket, 300 chilometri a Est di New York, quando viene colpita a morte dalla prua rinforzata di una nave artica, il mercantile svedese Stockholm. Oggi è certo che fu il terzo ufficiale dello Stockholm, lasciato incautamente al comando, a commettere una serie di errori fatali. L’impatto provoca cinque vittime da parte svedese e 46 sul transatlantico italiano; avviene anche il miracolo: la quattordicenne Linda Morgan, che sta dormendo in una cabina dell’Andrea Doria, si risveglia illesa sul rostro dello Stockholm. L’evacuazione è da manuale; una sola vittima, una bambina di quattro anni, che il padre, in preda al panico, ha scaraventato su una scialuppa da diversi metri di altezza. L’Andrea Doria va giù alla sua centunesima traversata atlantica.

Ma all’alba il comandante Calamai si ostina a rimanere in plancia – la nave ormai inclinata – nella speranza che arrivino i rimorchiatori. Eccesso di zelo? No, il comandante a bordo è sovrano e pontefice: può celebrare matrimoni e funerali, arrestare passeggeri, persino ipotecare la nave senza il consenso dell’armatore. Ma se la nave va a fondo, lui va con lei. «Calamai è sceso perché altrimenti avrebbe costretto altri ufficiali a morire con lui» spiega Cuzzi. «Si dice che gli italiani non abbiano senso del dovere né amor patrio, ma è un luogo comune non privo di miopia. Le ultime parole della maggior parte dei partigiani fucilati non sono state “viva il socialismo”, ma “viva l’Italia”. Il nostro è un patriottismo silenzioso, dissimulato. Un patriottismo senza retorica, come quello di Calamai».

In realtà, l’italiano sa anche dare prove d’accademia, come mostra il contegno di un altro storico comandante, Simone Gulì. La sua nave è il transatlantico Principessa Mafalda: viene varato nel 1908 e nell’ottobre del 1927, ormai decadente, si appresta a partire da Genova per l’ultima crociera prima dello smantellamento. Rotta Rio de Janeiro. La traversata sarà un tormento: rollii, guasti continui. Alla fine il piroscafo naviga vistosamente inclinato a sinistra… sembra quasi che ce l’abbia fatta. Invece, a 80 miglia dalla costa brasiliana, comincia a imbarcare acqua. Lo spettacolo che si presenta ai soccorritori è mostruoso: centinaia di persone in mare, molti cadaveri, alcuni divorati vivi dagli squali; alla fine si conteranno almeno 314 vittime. Ma la forza drammatica di questo naufragio è suggellata dagli attimi che precedono la fine: il comandante Gulì si porta la mano alla visiera e dà due lunghi colpi di fischietto, per poi inabissarsi con la sua creatura. Meno famose, ma altrettanto onorevoli, le gesta dei marconisti Francesco Boldracchi e Luigi Reschia, che non solo restano ai loro posti fino alla fine, morendo sulla nave, ma riescono a riattivare la radio in assenza di corrente – forse un generatore allestito lì per lì – e rilanciano l’SOS dopo ore di silenzio. In questi due ingegnosi piemontesi si scorge un italiano che ci è particolare caro: il genialoide che riesce a fare molto pur avendo pochissimo. Il Principessa Mafalda ospita questo tipo anche nella sua versione imprenditoriale. È Ruggero Bauli, fondatore dell’omonima azienda, che ha caricato a bordo tutti i suoi macchinari da pasticceria, per esportare il suo pandoro in Sudamerica.

Ci riuscirà, pur avendo perso nell’Atlantico tutto ciò che possedeva. E come non ricordare, il primo martire della tradizione eno-gastronomica del Novecento, Gaspare Antonio Pietro Gatti, il direttore del magnifico ristorante à la carte del Titanic, perito insieme a quasi tutto il suo personale, per la maggior parte italiano. Ancora oggi il menù dell’ultima cena in prima classe, struggente sequela di squisitezze, è tra i cimeli più suggestivi della catastrofe. Non tutti i personaggi di Naufragi, comunque, sono così lineari. E qui bisogna citare almeno Giovanni Camedda, comandante dei rimorchiatori di Porto Torres. Alle sue operazioni di salvataggio devono la vita centinaia di uomini, decine di imbarcazioni, ventiquattro nel solo 1974. Di solito appare nei mari più impossibili, davanti a marinai che hanno già raccomandato l’anima a dio, «come una sorta di visione ultraterrena». Non sa nuotare, ma spinge le sue operazioni oltre i limiti. Profondamente religioso, provvede lui stesso a dissipare l’aura sacra che lo circonda raccontando delle sue contrattazioni per il prezzo dei salvataggi. Le sue gesta si susseguono fino alla fine degli anni 90, in un profluvio di medaglie e onorificenze della Repubblica. Molti scorgono in questo avventuriero megalomane e generoso un carattere che l’Italia conosce bene. Nessuna pietà, invece, per il comandante Schettino: quando si arriva alla Costa Concordia, il suo nome compare una volta sola. «A me l’Italia sembra di vederla soprattutto nella glorificazione di Gregorio De Falco, il comandante che dalla Sala Operativa di Livorno chiamò Schettino per ordinargli di tornare a bordo» osserva Cuzzi. «In un altro Paese quell’intemerata non avrebbe fatto alcun effetto. Ma gli italiani avevano bisogno di qualcuno che lavasse l’umiliazione mondiale inflitta da Schettino. Abbiamo fatto di De Falco un eroe perché siamo alla costante ricerca di qualcuno che ci liberi dall’incubo di sentirci i vigliacchi del pianeta».

Note
Nell’illustrazione in copertina: [1] il comandante Calamai dell’Andrea Doria [2] Simone Gulì della Principessa Mafalda [3] Giovanni Camedda, capo dei rimorchiatori di Porto Torres [4] Gaspare Antonio Pietro Gatti, direttore del ristorante “a la carte” del Titanic [5] Giovanni Schettino sulla Costa Concordia .

Sotto: Marco Cuzzi. curatore del libro “Naufragi” (il Saggiatore, pp. 206, euro 22)

 

 

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