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Bianchino

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di Lucia Galli

 

Ospitiamo un racconto di Lucia Galli – architetto e collaboratrice di riviste del settore – che coltiva, tra altri interessi, anche il piacere della scrittura e l’amore per Ponza. Questo suo racconto è stato premiato ad una delle passate edizioni del Premio di narrativa “Storie inaspettate” che la FITeL (Federazione Italiana Tempo Libero) annualmente promuove.
Benvenuta a Lucia sul sito
La Redazione

 

Mi avevano diagnosticato un disagio da contatto. Questo almeno secondo le più recenti teorie sul comportamento.

Ad una prima valutazione di me stessa mi sembrava difficile da accettare. Venivo a volte accusata di freddezza o di mostrare un atteggiamento distaccato che richiedeva tacitamente agli altri di stare a debita distanza, ma ne ero il più delle volte inconsapevole.
Pensandoci meglio forse questa diagnosi avrebbe spiegato, per estensione dalla psiche al corpo, l’herpes, l’acne, l’eritema solare e tutto quello che la mia pelle a volte esprimeva.

Niente di grave, né di patologico.
Semplicemente la mia pelle forse mi dava segni di insofferenza. Ma insofferenza a cosa? E comunque cos’era un disagio da contatto?
Si trattava di una patologia a quanto pare diffusa, consistente nell’incapacità di stabilire relazioni di tipo non verbale con i propri consimili.
Nulla a che vedere con la sfera sessuale.

Soltanto una specie di paralisi espressiva che si manifestava nell’impossibilità per l’individuo “malato” di lanciare segnali positivi e non, ai propri potenziali interlocutori attraverso semplici manifestazioni corporee.
L’unica terapia possibile era quella di sforzarsi a veicolare le proprie emozioni attraverso contatti fisici. Almeno così avevo capito.

Degna figlia di una madre che anni prima, in piena esplosione di terapie analitiche (Woody Allen docet), mi aveva chiesto “Ma la psiche esiste?”, davo poca importanza a queste diagnosi guardando con un misto di scetticismo e di rispetto al grande padre delle teorie analitiche, Freud.
Ritenevo che un atteggiamento pragmatico, unito ad un’invincibile innocenza e semplicità, potesse essere l’unica chiave per affrontare la vita.
A lungo andare forse non sarebbe bastato, ma per il momento provavo ad affrontare la questione così.

Poi al mare un’estate ho incontrato Bianchino.

Avevo preso in affitto da alcuni isolani un appartamento in una vecchia casa bianca ed azzurra posta su un’altura dell’isola di Ponza.


La vista era magica ed il senso di isolamento ed estraniazione appagava il mio desiderio di riposare ed allontanare lo stress lavorativo. Sono le situazioni che cerco, illudendomi che prima o poi il mio cervello sia in grado di fare il punto della situazione e di trovare, come per miracolo, la giusta soluzione alla mia vita.
Generalmente si limita a tonificarsi, ma a tutt’oggi non mi ha ancora offerto significative illuminazioni.

Comunque, tornando al mio racconto, come tutti gli altri giorni a mattinata inoltrata scendevo “a mare ” insieme al mio cane, il mio Ciro, percorrendo una stradina che si dipanava tra case bianche e vegetazione mediterranea. Man mano che scendevo il caldo si faceva insopportabile, mentre davanti ai miei occhi si presentavano scorci sempre più affascinanti.
Dietro ad un angolo mi aspettava l’incontro con il solito gruppo di cani randagi. Come sempre avrei dovuto convincere con le buone Ciro a passare senza fare una strage.
Una volta su tre non riuscivo ad evitare grandi schiamazzi e spesso era stato necessario intervenire con la forza a dividere il mio cane, sempre un po’ troppo su di giri, da qualche sano “bastardone” autoctono. Quella mattina Ciro cominciò a ringhiare con troppa veemenza contro un piccolo bracco senza coda che, una volta annusatami, non voleva staccarsi da me; Ciro lo avrebbe volentieri sbranato se non lo avessi ripetutamente sgridato.

Credevo che il problema fosse risolto. Ma il piccolo bracco non voleva demordere: gli piacevo e me lo dimostrava in tutti i modi.
Ciro punto sul vivo della sua eccessiva possessività (non avrebbe mai accettato di vedersi trascurato, anche solo per un secondo, dalla sua amata padrona) ringhiava, schiumando rabbia contro il nuovo venuto e solo i miei ordini perentori gli impedivano di saltare sul piccolo cane per sbranarlo.
La situazione cominciava ad esasperarmi.
Intimato il silenzio ricominciai a camminare con una buona andatura. Il piccolo bracco bianco, di un bianco molto sporco, continuava a seguirmi.

Una volta arrivati ad un bivio, decisi di svoltare a destra e fu Bianchino, chiameremo così d’ora in poi il piccolo bracco, ad indicarmi un sentiero scosceso tra rocce e cespugli. Andava avanti di pochi passi e tornava indietro a richiamarci, quasi a volerci suggerire di seguirlo. Accettato l’invito, io e Ciro, lo seguimmo per una ripida e pericolosa discesa tra le rocce fino a raggiungere una piccola baia tranquilla dove riposavano alcune vecchie imbarcazioni di pescatori.

Mentre il mio cane si tuffava in mare, esprimendo appieno il suo incontenibile piacere di stare nell’acqua, io mi sdraiai in un angolo riparato. Bianchino una volta perlustrata la piccola baia da cima a fondo, si stese al mio fianco cercando di far aderire, per quanto possibile, tutto il suo piccolo corpo al mio. Quel corpicino caldo, certo non emanava profumo di pulito, ma trasmetteva, con una forza espressiva ineguagliabile, la ferrea volontà di istituire con me un preciso contatto.

Ecco spiegato che cos’era il contatto!
Sembrerà strano a chi non si è mai posto il problema di istituire contatti, a chi li instaura spontaneamente o a chi al contrario non ne vuole avere, ma io in quel preciso momento sentii un’emozione fortissima. Mi era stato spiegato un arcano mistero.
Quel piccolo bracco aveva potuto comunicarmi, con il contatto fisico, unico mezzo a sua disposizione, la sua volontà di offrirmi amicizia ed affetto.
Trascorsa la giornata insieme, con qualche residuo risentimento di Ciro, più formale che concreto, si fece la strada del ritorno tutti e tre insieme.

Ad una certa curva Bianchino ci lasciò per raggiungere il gruppo degli altri cani liberi.

Il giorno dopo si ripeté lo stesso rituale e così per altri giorni ancora. Bianchino trascorreva la giornata con noi; se ci fermavamo a ristorarci in un bar, ci stava a poca distanza con un atteggiamento timido e riservato. Il più delle volte dovevo convincerlo a raggiungerci sotto l’ombra rinfrescante di qualche pianta nei patii dei ristoranti e dei bar. Ma ormai il reciproco innamoramento era avvenuto e la gente che ci incontrava si stupiva dell’attaccamento che quella bestiola riusciva a dimostrare con un misto di entusiasmo, dedizione e timidezza.

Sono partita senza di lui solo dopo aver saputo che era di una famiglia del luogo. Ho conosciuto la sua padrona e mi è sembrata molto “giusta”.
Comunque Bianchino non lo dimentico, soprattutto per l’ineguagliabile lezione che mi ha offerto sul “contatto”.

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