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Nelle sere d’agosto

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di Francesco De Luca

 

Luna da ‘u cielo
scinne ind’ u mare
aiuta ‘i piscature
falle da lampare

La cantilena l’iniziava zia Veruccella. Si sistemava sulla sedia e noi intorno sui gradini della scalinata. L’immagine della Madonna ci faceva compagnia dalla cappellina in alto, sul muro.
A zia Veruccella piaceva radunarci come una chioccia, mentre papà e zio Antonio e zio Peppe parlavano addossati al muretto d’ u Giudicato.

Passa ‘a fera
passa ‘u ferone
stanotte ‘i piscature
iencheno ‘u cascione.

E noi accoccolati l’ascoltavamo mentre la sera scendeva. Lenta, come fa d’estate, quasi aspettando che la luna si alzi e irradi prorompente.
Si fermava a tratti zezì (così la chiamavo), come a dar peso alle parole che la brezza vespertina carpiva e portava lontano.
Noi eravamo inebetiti. Stanchi per il dinamismo speso nella giornata fra i comandi di mamma e il bagno dietro la Caletta e i giochi nella controra: ‘a primma luna monta… tiene tiene cavallo tuosto ca mo me ne vengo.
Zio Peppe consumava l’eterno sigaro, le mamme s’erano raccolte pure loro intorno alla grariata. La luna ci avvolgeva col suo manto di latte, e le zaccalene uscivano dal porto a pesca d’acciughe.

Zia Veruccella, rattrappita nel suo abito perennemente nero, si dedicava a noi.

E’ passata ‘a cuntrora
e s’ha pigliata ‘a figliola.
U viculo durmeva sotto ‘u sole.
Ha vuluto fa ‘a squarcessa
e s’ha carriata ind’ u sacco
comme na patana allessa.
Sempre paurosi i suoi racconti. Perché ci avvertivano sui comportamenti da seguire. Non li ascoltavamo con la dovuta attenzione eppure quelle velate minacce, le sottolineature accennate si calavano nell’animo. E stanno ancora lì

Si vaie pe mare
hè sapé affruntà ll’onne.
Si vuò ‘a terra
hè tene ‘a pacienza
comme n’arma ‘i guerra.

Zia Lucia faceva segno a Biagino che era ora di rincasare, io già stavo sul grembo di mamma con gli occhi chiusi.
La notte scendeva. Zia Olimpia si tirava dietro zio Peppe. In quel mozzico di vicolo gli uomini si arrendevano alla natura.
Si disfaceva il crocchio dei presenti. Rimaneva, fintamente sveglia, la Madonnina, a sorvegliare la grariata.
A letto, nel chiuso degli occhi, le parole di zezì s’andavano a collocare nel posto più accogliente. Per resistere all’oblio del tempo.
Mi sono ritornate a mente ieri sera. Un venticello alleviava il corpo e la sagoma distesa dell’isola rutilava di luci.
Agosto di fuoco. Caldo opprimente e mare rinfrescante. Gli isolani boccheggianti e i turisti entusiasti. Nei centri storici è un agitarsi di proposte e di assensi. Qui, nel mio cortile, nemmeno i grilli friniscono. E il ricordo si lascia abbindolare dalla luna.

Notte d’austo
nun me nquità
lassame a perde
ca me puorte a meste.

Cosa poteva temere zia Veruccella? Da quali tentazioni doveva tenersi lontana? Non riesco ad immaginarlo. Ma l’universo umano si trasforma senza cambiare sostanza. Munno era e munno ié.

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