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A Casa di Civitina, a Calacaparra…

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di Rosanna Conte 

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Ieri sera, la calda serata sul terrazzo della Casa di Civitina a Calacaparra è stata illuminata da una tonda e splendida luna.

Sotto il pergolato carico di grappoli d’uva non ancora matura, la presentazione del libro di Paolo Iannuccelli, Il mistero di Ponza. La storia del minatore isolano Luigi Feola, ha favorito un discorso piuttosto articolato che ha toccato diversi temi.

Erano presenti con l’autore, il professore Vincenzo Pagano, il camminatore Michele Maddalena e, in rappresentanza del sindaco, impegnato in altra similare manifestazione, Gennaro Di Fazio, Michele Nocerino e M. Gelsomina Califano.

L’autore ha sintetizzato la storia di Luigi Feola morto nello scoppio della minera di carbone di Monongah, in West Virginia, avvenuta nel 1907, delle pratiche per ottenere il risarcimento per la famiglia, dell’avvenuto pagamento della somma che la moglie non ha mai riscosso riducendosi a vivere con i suoi sei figli in una grotta nella più nera miseria. Interessante è stato anche conoscere come si sia ricostruita la storia e come si siano raccolti i documenti che sono riportati nel libro.

Il professor Vincenzo Pagano ha inquadrato la vicenda di Luigi Feola nel contesto dell’emigrazione italiana di fine ‘800 e inizi ‘900, mettendo in evidenza lo sfruttamento a cui erano sottoposti negli USA gli immigrati che lavoravano principalmente nelle miniere e nella costruzione delle ferrovie.

Abituato a lavorare con i dati, ha riportato quello di 27 milioni, il numero degli immigrati italiani negli Stati Uniti. Volendo sommare gli emigrati verso tutti i paesi del mondo, si ottiene che sono poco più di quelli residenti in Italia.

Il camminatore formiano, Michele Maddalena, nei suoi lunghissimi viaggi a piedi, si è reso portatore di azioni positive. Adesso ha raccolto un po’ di terra dal nostro cimitero e la porterà sulle tombe dei ponzesi morti per lavoro nelle lontane Americhe.

Giusta la sua domanda: Quante lapidi e quanti omaggi sono per i soldati caduti in guerra, perché non fare altrettanto con i caduti sul lavoro?

E’ intervenuto anche Giuseppe Mazzella che ha elogiato l’autore per il suo impegno per Ponza: il suo amore per la nostra isola, che risale ormai a trenta anni fa, è sempre sincero, rispettoso e si trasfonde nei libri che riguardano Ponza e i ponzesi. Presente sull’isola molto spesso, anche d’inverno, per le sue ricerche e per le tela di amicizie che tesse, merita a buon diritto di essere considerato ponzese. Poi lancia l’idea di creare le condizioni per favorire il rientro di quei nostri emigranti che sentono forte la nostalgia per la nostra isola: una struttura pronta ad accoglierli incrementerebbe l’economia e sarebbe un dono per coloro che un giorno partirono con le lacrime agli occhi.

Il dottor Gennaro Di Fazio, ha portato il saluto del sindaco ed ha sottolineato l’importanza di queste storie ponzesi e della loro raccolta. Esse ci fanno conoscere più da vicino chi siamo stati e chi siamo: il sito Ponza racconta, di cui è stato fondatore, ha proprio questa finalità.

L’eco della povertà e del sacrificio per migliorare appartenuto agli emigranti ponzesi nel periodo di Luigi Feola come nei periodi successivi, era percepibile anche negli anni ’60 del ‘900, quando c’è stato l’ultimo grande esodo da Ponza verso gli USA , e molti dei presenti lo possono ricordare.

Alla domanda di Paolo Iannuccelli se qualcuno del pubblico volesse aggiungere altro, ho richiamato le condizioni in cui , come Luigi Feola, si trovavano gli immigrati italiani quando arrivavano negli Stati Uniti: la società mineraria Fairmont Coal Company li comprava col biglietto del treno e li trasportava lontano da New York (vedi e leggi qui).  Così, una volta arrivati al villaggio creato apposta vicino alla miniera, diventavano veri e propri prigionieri. Non dissimile è la condizione attuale che gli immigrati clandestini vivono in molte campagne italiane: non dovremmo mai dimenticare che siamo stati anche noi immigrati e molto spesso anche clandestini.

La serata si è chiusa con gradevoli tranches di pizza e bibite, ma non è mancato anche del buon vino dei Conti.

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