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2009-07-21_19-27-26 v4-11a foto-03 75 aragoste Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

La nostra storia di ieri. ’U casecavallo (prima parte)

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di Francesco De Luca

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I coloni arrivavano alla spicciolata. Dapprima il capofamiglia coi figli maschi grandi. Visionavano il terreno loro assegnato dal castellano, ne valutavano le dimensioni, la possibilità di resa, la facilità di assoggettarlo ai loro progetti. Poi, se si firmava l’atto di colonìa, ci si dedicava anima e corpo a rendere abitabili le grotte insistenti nel podere. Più tardi sarebbero venute le donne e i piccoli.

Iniziata con atto regale nell’ottobre del 1734 la colonizzazione ebbe un decorso stentato, da insuccesso. E ciò perché lo spirito di libertà che mosse interi nuclei familiari ad abbandonare i paesi d’origine e la soddisfazione di vedersi finalmente padroni di terre, dovettero faticare ad imporsi sulle condizioni dure in cui andarono a cacciarsi nell’intraprendere quell’avventura esistenziale.

Cosa trovarono? L’isola non vedeva una popolazione stabile dal lontano secolo quattordicesimo sicché da quattrocento anni era stata lasciata al dominio della natura. La macchia selvatica aveva coperto ogni segno di civiltà, dominava sull’intero territorio, rendendolo ostile all’uomo e alla sua opera.
Soltanto nelle grotte intorno al porto romano – coincidente per lo più con l’attuale – stazionavano stagionalmente gruppi di pescatori ischitani. Essi avevano creato oasi di vivibilità in quel luogo selvaggio e in più assicuravano un certo collegamento marittimo con l’isola patria. Il castellano, il contabile e 12 guardie dimoravano sulla collina sovrastante il porto, in una piccola torre, innalzata su resti murari romani. Nessuna altra presenza civile.
Ai nuovi padroni toccava rendere umana quella realtà fisica. C’era da disboscare il terreno, terrazzarlo per renderlo produttivo, sistemare le grotte e adibirle a casa, provvedere a bonificare gli stagni o a scavarne altri per disporre d’acqua piovana, ridisegnare i sentieri.
Con la speranza che da Napoli si provvedesse a inviare manodopera e maestranze per riadattare il porto, costruire una adeguata postazione militare di difesa, innalzare un tempio a Dio. Tutto ciò soltanto per rispondere alle necessità primarie, quelle da uomo preistorico.
C’era poi da impiantare il resto che avrebbe dovuto rendere la vita di quegli uomini degna del secolo dei lumi. Ci vollero decenni!

In verità la reale casa Borbone, grazie all’interessamento del ministro Tanucci, vi spese fior di capitali; la popolazione dei coloni aumentò e le condizioni di vita resero progressivamente gradevoli taluni aspetti del vivere sull’isola.

Di essi si dispiegò in modo evidente quello di godere di condizioni materiali invidiabili. Fu come se la natura si fosse addolcita, quasi ammansita sotto la mano dell’uomo. La lotta per il sostentamento cedette il passo ad un mutuo scambio. Gli uomini godevano della natura la generosità, la plasmabilità, la ruvida propensione all’accoglienza; la natura inviava, con le stagioni, inviti ad intrattenere con essa rapporti di puro godimento.
Sull’isola la relazione territorio-popolazione non era minimamente paragonabile a quella lasciata nella natìa Ischia, dove l’incremento di bocche ingenerava miseria e dove la condizione di manovale garantiva un’esistenza di stenti. Qui, invece, al lavoro assiduo succedeva un raccolto abbondante, l’uccellagione era così ricca da poterne fare mercato e la pesca, finanche con semplici mezzi, era provvida.

Fu così che i nuovi isolani cominciarono a portarsi nelle calette, a frequentare quegli specchi d’acqua in cui con pochi metri di rete pescavano l’occorrente per nutrire la famiglia. Ciò agevolò una crescente familiarità con gli scogli, con i faraglioni, con le piane di tufo bianco che si inoltrano nell’acqua, con i massi di nera riolite ricoperti di patelle, con le grotte gialle per il colore della volta, verde smeraldo per le alghe sui sassi.

Intanto la vita sociale s’andava organizzando nelle forme, nelle strutture. La resa del lavoro nei campi consolidava gli scambi interpersonali fra gli isolani e rendeva prodiga l’Amministrazione reale verso la colonia, che fruttava in tasse e merci.
La cura religiosa delle anime era stata assicurata da un parroco e da un aiutante, che officiavano i sacramenti nella chiesa eretta sui resti di una torre lasciata dai Romani a guardia del loro porto.
Le istituzioni consolidavano le relazioni civili e ne incrementavano le articolazioni. Riti e cerimonie iniziarono ad animare la vita cittadina: funerali e battesimi, comunioni e sposalizi. Di questi in verità se ne contavano pochi. La causa principale era che la popolazione maschile sopravanzava di molto quella femminile. E ciò perché a prendere possesso dei poderi furono i capifamiglia con i figli maschi, e soltanto quando fu pronta la casa e l’orto diede frutti, vennero anche le donne e i bambini.

[La nostra storia di ieri. ‘U casecavallo (continua)]

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