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In tanta cronaca un po’ di storia

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di Francesco De Luca

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Strana vicenda quella delle isole ponziane. Nel corso della storia abitate e poi abbandonate, a più riprese, ad indicare l’ostilità della terra e la tenacia degli uomini, come a dire che tanto è stato il desiderio di trascorrervi l’esistenza tanto è risultato ostico per gli abitanti costruirvi una continuità

Illuminante a tal proposito è il caso di Raniero da Ponza. Di cui non ricorderò qui il percorso di vita ma soltanto il desiderio, allorché sentì, con la malattia, approssimarsi la morte, di ritornare nell’isola della sua fanciullezza.

Di Raniero non si parla molto nei libri e perciò il gesto che conchiuse la sua vita pubblica non rifulge, eppure, se ci porta idealmente negli anni intorno al 1200, nelle tormentate vicissitudini della Chiesa di Roma, la figura dimessa e bonaria ma anche dotta e carismatica di questo frate, testimonia quanto forte sia il richiamo che le isole lanciano ai loro figli e con quanto trasporto essi rispondano.
Raniero è chiamato nei codici vaticani “de Pontio” e dunque da Ponza, dell’ordine dei benedettini.

E’ meglio mantenersi nel generico perché in quel periodo (1098) da Citeaux in Francia partì un movimento di riforma dell’ordine di san Benedetto, nel segno di una più stretta osservanza della regola. Tale movimento non entusiasmò tutti i monasteri ispirati alla parola del fondatore. Per cui alcuni si contrassegnarono come cistercensi e altri no. E ciò quasi in contemporanea con un’altra opera riformatrice, generatasi all’interno dello stesso Ordine, rivolta, questa, ad attenuare la regola e ad assoggettare i singoli monasteri ad una congregazione che ne sovrintendesse le scelte e le gestioni. Partì da Cluny per diffondersi in tutta l’ Europa.
Non è difficile immaginare pertanto come il mondo monacale, allora così ricco e vario, si dimostrasse anche un coacervo intricato di interessi terreni e di slanci mistici.

Nell’arcipelago ponziano, per tornare a noi, su di ogni isola era presente un monastero, o è meglio dire, un insediamento di monaci. Erano chiamati anche eremiti o cenobiti perché la loro caratteristica di vita era quella dell’isolamento. Si può anzi affermare senza timore che l’ideale della povertà da consumarsi nel rapporto diretto con la parola di Dio lo preferivano a quello del rispetto di “sante regole” da seguire con rigore e obbedienza. Questo è confermato da diverse “bolle” pontificie in cui si comandava ai monaci presenti nelle isole, fra l’altro, di non convivere con donne, di recitare le preghiere mattutine e quelle vespertine in comune, entro le mura del convento. E ciò perché gli osservatori inviati da Cassino, da Gaeta, da Terracina, relazionavano ognora come il modo di condurre la vita monastica nelle isole apparisse quanto meno “poco ortodossa”.

Si può tuttavia affermare per certo che intorno al 1200 fossero operanti monasteri a Zannone, a Ponza in località Piana d’Incenso e in località santa Maria. E’ da questa abbazia – tale è nomata nei testi- che partì Raniero per luminosamente testimoniare la sua fede e l’obbedienza al Papa.
Inizialmente sodale di Gioacchino da Fiore, poi divenuto Legato pontificio di Innocenzo III in Spagna e in Francia, per dirimere questioni diplomatiche ed ereticali.

In quella stessa abbazia volle ritornate (1202), chiedendo al Papa di esonerarlo dagli incarichi, per seguire nella serenità dell’eremitaggio, la contemplazione.

Ponza e le sue isole stavano vivendo un momento di floridezza. Gli Arabi avevano subito una dura sconfitta a Palermo (1063) ed erano stati temporaneamente fermati nelle scorrerie, permettendo agli isolani di ritornare ad una vita serena. Tuttavia le condizioni perché questa potesse dispiegarsi con normalità non v’erano. Per l’assenza di una istituzione che ne regolasse le esistenze nella legalità. In altre parole le isole erano divenute terre d’elezione per tanta gente che, aspirando alla vita ascetica, concretamente s’andava organizzando il soggiorno nel modo più confortevole. Per cui successe che i circa duemila monaci conducessero una vita in qualche modo anarcoide (come evidenziato dagli osservatori). Tanto che il Vaticano giudicò quello stato peccaminoso e pericoloso e perciò da correggere. Vi inviò tale Pietro Spinelli abate con il preciso compito di mettere ordine nella vita dei cenobiti, secondo i dettami che la Chiesa aveva approvato.
In tale spirito furono comminati ai monaci dei tributi che dovevano essere onorati annualmente. Erano tributi in natura, attraverso i quali i monasteri isolani ribadivano il legame con la casa abbaziale “madre”, e questa rinnovava la sua protezione.

In tanta cronaca un po’ di storia.

Immagine di copertina: Particolare del San Bernardo consegna la Regola agli Umiliati, di Simone dei Crocifissi (Pinacoteca Nazionale di Bologna)

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