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Alle cisterne, alle cisterne..!

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di Francesco De Luca

 

“Alle cisterne…” – gridava con voce sforzata il Capitano. “Alle cisterne… sono la nostra unica salvezza”.
Fu allora che il vecchio Nostromo si coprì con la mano gli occhi, si accasciò sui ginocchi e pianse. Capì che la partita era perduta. Piangeva con convinzione il vecchio. Da un po’ di tempo era frequente il suo rifugiarsi nel pianto. Non lo consolava, no, ma lo proteggeva dalle insicurezze.
“Ah… se fosse stata cementata quella benedetta pietra”. Una sola ne occorreva. Una sola pietra, messa lì come segno di un futuro prossimo basamento del Porto. Il nuovo porto turistico. Come una bandiera… fatta sventolare negli ultimi mesi davanti agli occhi degli isolani.

Tutti si erano lasciati andare al sogno del nuovo porto. Quel porto che finalmente toglieva dall’isolamento quella parte dell’isola, da sempre priva di approdi. Il Capitano ne aveva fatto il simbolo delle sue prossime conquiste.
“Io solo, io, ho avuto il coraggio di immaginare in quella cala un grandioso porto. Nessuno prima di me l’ha messo in cantiere”.

“E’ vero, è vero – gridavano i suoi scherani – a te la nostra perenne gratitudine!”.

Un porto per l’approdo di capitali. Banchine d’ormeggio a pagamento, rimessaggi, rifornimenti, depositi per l’inverno. Officine, cantieri, negozi, ristoranti, bar, hotel.

Quanto movimento di denaro… Per tutti? No. Per i padroni del porto. Per coloro che lo avevano pensato e realizzato. A loro vantaggio. Gli isolani avrebbero fatto da marinai, uomini di fatica, ormeggiatori, aiutanti. A loro le briciole di un investimento grandioso, gestito in prima persona dal Comandante.

Il vecchio Nostromo piangeva: quel sogno di speculazione era stato lasciato lì, ad un palmo dalla realizzazione.

“Alle cisterne, per Dio” – gridava ossessivo il Capitano.
Il Vice comandante prese sotto il braccio il Nostromo e si avviarono nella Cisterna della Dragonara.

“Dimmi tu – chiese il Nostromo – cosa ha fatto cadere l’ordito del nostro potere? Avevamo in pugno questi quattro creduloni, li avevamo spogliati anche della loro fantasia… e invece ci si sono rivoltati contro. Perché?”
“Perché la boria del nostro Capitano è fuori misura. E’ andato dicendo a tutti che il Porto era suo, soltanto suo. Rivelando come lo Scoglio della Tartaruga fosse stato acquistato dai suoi amici e come già fossero pronti i progetti per la costruzione delle strutture portuali. Per i residenti locali lavori manuali a volontà. In un complesso del genere gli uomini per la pulizia non devono mancare!”.
“Sempre così – riprese il Nostromo – il Capitano è malato di potere. E ora?“
“Ora – rispose il Vice – ci toccherà rintanarci nella Cisterna. Questa l’abbiamo scoperta noi. Può darsi che questo merito ci salverà”.
“Ci salverà dall’essere presi a calci nel sedere… forse. Li abbiamo trattati come fratelli… ed ora… eccoli. Ci vogliono buttare fango in faccia”.

Trattati come fratelli… fu l’ultima espressione che proferì il Vice. Se l’avessero fatto per davvero, non sarebbero stati costretti a rinchiudersi nella Cisterna. Schifati dai compaesani.
“Via, via…”
“Chi grida così infuriato?” – domandò accorato il Nostromo.
“E’ la gente… tanta gente”
“E mo’ che ce fanno?” – chiese il Nostromo, angosciato.
“Che possono farci… – lo rassicurò il Vice – ci piglieranno a pernacchie”.
“A chi? – urlò il Capitano – In questa Cisterna potremo bivaccare per il tempo che vogliamo. Ci sono voluti secoli per ridarle gloria, e sono stato io ad averlo fatto. Ci potrò stare quanto voglio…”

Da fuori una voce: “Quanto vuoi… se ci resisti… Quel che annusi è roba tua. Sei stato ‘nu fieto ‘i culo, come ben senti. Rimani lì. A noi aria nuova, aria pulita”.

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