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Giuseppe, da Lagosta a Ponza

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di Rita Bosso

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L’amico Admeto Verde fornisce un significativo contributo al tema dei ponzesi emigrati a Lagosta;  a proposito del mio scritto Da Lagosta a Ponza mi manda una lunga mail che comincia così:

Dopo la fine della grande guerra, col trattato di Rapallo, furono stabiliti i confini tra Italia e il nuovo regno degli slavi del sud (la Jugoslavia). Fino allora l’Italia amministrava alcuni territori come potenza vincitrice occupante, al pari di Francia e Gran Bretagna. Fu seguito un criterio etnico per cui le zone a maggioranza italiane divennero italiane e le zone a maggioranza slava divennero iugoslave. Per questo Lissa, di popolazione slava, non fu mai italiana, contrariamente a quanto scritto.

Admeto ha ragione, naturalmente: io ho copiato pari pari da Corvisieri (Zì Baldone, La fuga da Lagosta, pag 221 e seguenti) senza fare alcuna verifica, lui ha una nonna istriana dunque non c’è partita, tra noi due.


A dicembre del 1942 Lagosta appartiene oramai al passato di Paolina e di Andrea Mazzella. Sul porto di Zara l’imbarcazione che dovrebbe riportarli in Italia è stracarica, occorre sostare in albergo e aspettare la prossima partenza.  Andrea è cupo, preoccupato. Cinque anni fa lui e Paolina, freschi sposi, hanno lasciato Ponza insieme ad altre famiglie per sfuggire alla fame; la pesca era interdetta, se per caso si riusciva a riempire una spasella di rutunni bisognava portarla a terra come se fosse refurtiva per  non “pagare dazio” ai fascisti; bisognava sbarcare sulla marina di Frontone e da lì, nascondendosi, raggiungere Santa Maria, barattare un chilo di pesce con un chilo di pane. Lagosta, l’Adriatico pescoso, l’abbondanza di aragoste avevano dato l’illusione che un altro destino fosse possibile..

La fame è una condanna, sfuggirle è impossibile, viene a cercarti ovunque. La fame inganna, umilia e deride, spinge famiglie intere ad attraversare l’Italia, dal Tirreno all’Adriatico, facendo balenare il miraggio di un’esistenza tranquilla, mare pescoso per lui, stipendio assicurato dal lavoro in fabbrica per lei; poi, dopo qualche anno, sulle rive dalmate dell’Adriatico, la guerra risospinge verso la terra natìa e la fame ricompare mostrando il suo volto più crudele, le zanne aguzze da belva sanguinaria, il ghigno della morte. Le notizie che arrivano da Ponza dicono di morti, di palette di fichidindia lessate, di erba selvatica grattata dalle pietre e messa nel piatto, di tavole dei letti inchiodate per il trasporto al cimitero perché le bare, gli scudilli, sono un lusso da tempi di vacche grasse. La fame del ’37 è un semplice languorino, un leggero appetito al confronto di quella che oggi attanaglia Ponza, risultato di tre anni di guerra sciagurata, di distruzione, della perdita dell’unica ricchezza che all’isola era rimasta: il confino. Andrea guarda le figlie: riusciranno a sfuggire alla belva? Che genere di padre è lui, se non riesce a difendere le sue creature dalla belva?

Paolina guarda il barcone che lascia il porto di Zara, sembra che affondi sotto il peso del carico umano che trasporta. Oggi bisogna preoccuparsi di mettere in salvo la pelle senza pensare a ciò che si lascia, ai mobili acquistati con tanti sacrifici, con tante speranze, per i quali un domani, forse, si riceverà un indennizzo. Ma la pena che oggi legge negli occhi di Andrea e delle bambine, chi li indennizzerà mai? Il senso di sconfitta e di umiliazione che proveranno al ritorno a Santa Maria, finanche il senso di derisione che sempre accoglie chi torna più povero di quando è partito, potranno mai essere risarciti?

Le bambine piangono il loro primo distacco, quello dalla capra Kanukkella ma forse, nella loro saggezza arcaica e innata, piangono perché, per la prima volta, vedono la fame e l’umiliazione  presenti, passate e future. Non c’è che un modo per sfuggire a tutto questo, Paolina ne conosce uno solo; si avvicina ad Andrea ma lui, preoccupato e silenzioso, la scansa. Paolina conosce solo un modo per affermare la vita sulla fame, sulla guerra, sulla paura.

Mia madre dovette costringere mio padre quella sera, nell’albergo di Zara. Era dicembre del ’42, il conto è presto fatto: io sono nato il 17 agosto 1943”, dice Giuseppe Mazzella, Giuseppe ‘a pizzeria. Vorrebbe raccontare della sua storia con Marisa, delle nozze d’oro appena festeggiate, della fame del dopoguerra, una palatella di pane per otto persone da far durare due giorni, dell’emigrazione in America e del ritorno, vorrebbe raccontare e raccontare, Giuseppe, ma oggi è il Day After di cui lui è stato protagonista e artefice; oggi il telefono squilla in continuazione, le strette di mano e gli abbracci ci interrompono ad ogni frase, lo allontanano dal muretto su cui per decenni abbiamo chiacchierato indisturbati, da buoni vicini di bottega.
Cento di questi giorni, Giuseppe, e torno  a leggere il commento di Admeto.

 

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