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L’albero della libertà. (12). Folgorazione

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Francesco De Luca

 

Chiamato d’urgenza sopra i Conti vado da zi’ Ntunino che smania per non so cosa.
Ci salutiamo fra la fragranza delle ginestre e degli alberi con accenni di prugne, di pesche, di albicocche.

Mi informa velocemente sull’animazione a cui è stato sottoposto il rione a causa della campagna elettorale, ma c’è qualcosa che lo urge più d’ogni altra cosa. Mi porta sotto il limone, quello lì, di cui ho parlato qualche tempo fa (leggi qui). Adesso è in fiore. E lì mi svela la sua folgorazione.

Guarda – mi dice, mostrandomi la sua – la mano è una (Ponza). Ma è formata dalle dita. Ciascuno diverso e tutti complementari. Come a dire: Calacaparra, Forna Chiesa, Santa Maria, Giancos, il Porto.

Ognuno distinto, separato… ma… se si chiudono, insieme formano un tutt’uno. Un pugno. Duro come un sasso. Volitivo e cattivo. Per scagliarsi contro chi mente, chi minaccia, contro chi disprezza. È a difesa, ma anche ad offesa.

Però… però… se si aprono distesi prende forma il palmo della mano. Segno d’accoglienza, di benevolenza, di fratellanza. Per il vicino, per il simile, per chi chiede ”.

Tace. E mi guarda.
Non ho parole. Gli occhi vividi di zi’ Ntunino brillano. Vorrebbero esplicitare qualcosa ma l’allusione è più ammaliante.

I fiori di zagara mi incantano.

Questa terra va amata. Soltanto amata.

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