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Quel poco che so di Procida

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di Rosanna Conte

 

Mentre concordavo l’intervista con Giuseppe Mazzella di Rurillo, ho chiesto a Rosanna Conte la conferma di un dettaglio. Mi ha risposto con una breve memoria che può essere considerato un vero articolo, più che un commento. Assolutamente non in contrasto con l’altro di cui, anzi, rappresenta una ulteriore sfaccettatura.
Sandro Russo


Caro Sandro
Se vuoi sapere le motivazioni della persistente alta intensità abitativa di Procida in rapporto alla sua estensione, posso addurne diverse di carattere storico-antropologico, ma anche economico.

L’isola non ha mai conosciuto l’abbandono e mantiene questa continuità storica nelle tradizioni religiose, nelle attività che solo nell’ultimo trentennio si sono aperte al turismo, nel rapporto costante con la vicina terraferma, nel rapporto costante col mare, anche il più lontano.

L’attività marinara non è stata una nicchia isolata, ma ha lievitato un indotto non indifferente, dalla cantieristica, con maestri d’ascia, fabbri, calafati, velai, cordai, all’istituzione di una scuola nautica (1833) che ha formato giovani di diversa provenienza.

Procida ha avuto validi armatori ed ha fornito personale qualificato alla marineria mercantile e militare, dal mozzo all’ammiraglio.
E questo fin dal ’700. È stato lo stesso Carlo di Borbone che ha avviato la colonizzazione di Ponza a dare respiro all’isola inserendola tra i beni allodiali e sottraendola alla feudalità.
A fine secolo XVIII la sua popolazione era di un terzo in più di quella attuale.

Il suo fertile terreno ha sempre dato abbondante produzioni di agrumi, frutta in genere ed ortaggi e il suo mare è sempre stato molto pescoso. A Procida è sempre stato più semplice coltivare la terra che non a Ponza, ricavandone il massimo.

Il legami col resto del paese sono passati, oltre che attraverso le attività economiche, anche attraverso la partecipazione a vicende come la repubblica partenopea del 1799 (15 giustiziati di cui 7 erano procidani ), o con personalità di rilievo come Antonio Scialoja -economista e ministro del regno d’Italia, o come artisti (da Vera Vergani a Concetta Barra a Maria Dragoni…) o giornalisti come Antonio Lubrano.

Che io ricordi, è sempre stata frequentata nel periodo estivo da una intellighentia che ne ha consentito confronto e crescita, dall’esule anarchico della guerra di Spagna, pittore naif e amico di Picasso che abitava a Parigi, alle famiglie legate alla politica romana, alle nuove forze intellettuali napoletane che spingevano al cambiamento e all’innovazione in diversi campi.

Tuttora a Procida, se si va ad agosto alla spiaggia del Lido, si incontrano personalità della cultura in fermento.


Importante è certamente la vicinanza alla terraferma che consente un pendolarismo giornaliero in tutti i periodi dell’anno. Sono parecchi i cittadini napoletani amanti di Procida che si sono trasferiti sull’isola o procidani che hanno trovato lavoro a Napoli ma continuano a vivere lì.
Io stessa, abitando a Napoli ed avendo i figli piccoli, ho fatto la pendolare per tre anni.

Il procidano ha avuto sempre un forte senso di appartenenza che si è espresso nella conservazione del suo dialetto e nelle tradizioni religiose, ma anche nell’innovarsi partendo comunque da sé.
Sono diventate a pieno titolo procidane, nel senso che sono veramente sentite come proprie o secolari, manifestazioni nate nell’ultimo secolo come ‘La Sagra del mare’ o il Premio Elsa Morante.


Quando, con la globalizzazione, c’è stata una crisi nel lavoro marittimo, ha incominciato a guardare al turismo come fonte di guadagno puntando sul richiamo culturale prima di tutto. Ha recuperato spazi e ambienti carichi di storia, valorizzando luoghi di particolare importanza urbanistica e architettonica con manifestazioni ed espressioni della cultura locale.
Un lavoro intelligente che ha visto i quartieri diventare vivi partendo da sé.

Non credo assolutamente di essere stata esaustiva, ma alcune indicazioni te le ho date…

 

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