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In memoria di Lucia Capozzi. Anniversario 2017

di Franco Zecca e Irma Zecca

 

In questo giorno, dodici anni fa, è venuta a mancare Lucia Capozzi. Per la ricorrenza vorrei ricordarla oltre che come madre, anche come personaggio che ha lasciato a tutti coloro che l’hanno conosciuta il ricordo della sua disponibilità, dei suoi saggi consigli, la sincerità del suo sorriso rivolto a tutti e la sua allegria che apriva gli animi più gretti.
Lo voglio fare riportando una lettera che mia cugina Irma Zecca ci ha fatto avere il giorno della dipartita.
Franco Zecca

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Ha scritto Irma:
“Correva l’anno 1960 e tutta la mia famiglia è riunita in piazza Carlo Pisacane; gli alberi spuntano dal marciapiedi, il basolato sconnesso, percepito grandemente dalla suola delle scarpe… c’è un’aria calma, tranquilla, la temperatura preannuncia l’estate imminente, il mare sembra un grande specchio che separa il porto dalla spiaggia di Santa Maria.
Improvvisamente le campane della chiesa SS. Trinità esplodono in una suonata a festa che attira la nostra attenzione. Dalle scale della Chiesa scende un fiume tumultuoso di gente che sfocia nella piazzetta.
Fra la gente si distinguono i bambini di prima comunione. I maschietti vestiti con giacca e cravatta ma non tutti i vestitini sono della taglia giusta. Salvatore, sembrava che la giacca gli fosse caduta addosso, mentre per Giovanni, era meglio non passargli davanti, perché i bottoni erano pronti ad esplodere come bossoli nel tamburo della pistola; le bambine tutte vestite di bianco con tulle e pizzi, fiori e guantini trasparenti, ma anche per loro c’è differenza di bianco; non tutti i genitori potevano permettersi un abito nuovo per ogni figlio, non esistevano ancora gli abiti uguali e quindi le classi sociali erano evidenti anche nei sacramenti.
Mia cugina Lia era fortunata, aveva addirittura il ristorante. Zio Biagino (il padre di Lia) dirigeva il ristorante di famiglia al centro della piazza – “Ristorante Zi’ Capozzi” – una grande tavola imbandita, fiori bianchi, ci sono i nonni, gli zii, i cuginetti (anche quelli di Cassino) – tutta la famiglia: che bello!
Sono così contenta, questa festa di fine maggio dopo il torpore invernale ci voleva proprio. Io porto un vestitino bianco con degli anemoni rosa ricamati sul colletto e sulle mezze maniche, abbastanza corto da lasciare ben in vista le mie “coscione” di cui la mia mamma andava così fiera.
Il pranzo sta per iniziare, zio Biagino gestisce tutto… ma non è così, c’è una persona che non compare, è zia Lucia. Appena uscita dalla Chiesa è entrata in cucina, il suo regno, e lì dirige da dietro le quinte mentre lo zio si interessa del palcoscenico.

Il tempo passa, le cose cambiano, il “Zi’ Capozzi” chiude e con lui si chiude anche un capitolo della vita ponzese.
Gli zii si sono trasferiti a Formia e la loro casa diventa stazione di transito di parenti e amici.
Penso che nessuno della famiglia possa dire: “io non sono mai stato a casa di zia Lucia”, e tutti ci siamo fermati alla sua tavola. Non potrò mai scordare le sue fritture miste, perfette nella forma e nel colore dorato e nella loro bontà, la frittata di cipolle ed i suoi sughi particolari con sempre un’eccezione ed un’accortezza in più riservata al marito. Lo zio non doveva vedere l’aglio né sentirne la puzza, il pane sempre morbido ed alto, anche la pasta nel piatto doveva essere adagiata senza sbavature perché a lui piaceva tutto perfetto. Zia Lucia borbotta ma continua a viziarlo con l’amore e la dedizione che poche mogli sanno dare. Le sue attenzioni continuano nel bucato settimanale tutto lindo e ben stirato, l’armadio sembra un negozio, tutto ordinatissimo e impeccabile; e la casa? Tutta pulita e lucida, anche le piante nel salotto sempre verdissime e mai una foglia secca, e nel ripostiglio? Tutto allineato per settori, tutto in ordine.

Dopo una vita spesa per la famiglia e per l’ordine materiale e morale… arriva il tramonto. Quando sono a Formia dedico anche per pochi minuti un saluto, quella casa sempre piena di ospiti ora è silenziosa, solo il televisore continua a parlare, tutti e due nella loro postazioni si dondolano in poltrona…
“Ciao, tutti soli soletti?”
E zia: “Irma, ma chi vuoi che venga da due vecchi? Sono finiti i bei tempi, tutti venivano da noi, ora zia Lucia non serve più, il nostro ciclo è finito, non ci rimane che aspettare…  

Poi sono stata a salutare zia nel suo letto di dolore, in clinica, in ospedale ed infine in casa: Lia ha organizzato una stanza ospedaliera nella camera da letto, il letto d’ospedale con il materasso gonfiabile, la sedia a rotelle e dal comò sono scomparsi il portagioie di ceramica verde e le fotografia dei cari estinti con tanti fiorellini freschi (come di consuetudine per zia) – ora c’è una “farmacia” completa dove il medico e l’infermiera ogni giorno attingono per le varie cure.

Passo la mattinata per commissioni e raggiungo poi casa di zia, pensando di uscire nel pomeriggio per un bel giro nei negozi a fare compere. Pranzo con Lia e zio e poi tento di dare una mano a Lia nel dare da mangiare alla madre.
La guardo… che tenerezza! Quella donna che in casa gestiva tutto, nei minimi particolari… ora è lì, in quel corpo dolorante che non risponde più al volere della mente, la testa canuta, lo sguardo implorante, come posso andare per negozi? Rimango a casa con lei!
Le parlo di cose di famiglia di cose passate, così per stimolarla nella conversazione, ma è tutto inutile. Improvvisamente il suo sguardo si accende ed è rivolto verso la porta della camera in un punto preciso. Non è lo sguardo della persona ammalata con cui tentavo di conversare ma lo sguardo vivo di zia Lucia.
Incuriosita le chiedo: “Cosa stai guardando?” e lei senza distogliere lo sguardo: “Piano, piano sta comparendo, finalmente è arrivata!”
E io: ”Arrivata? chi?”
Si rivolge a me con un sorriso: “Ma come non la vedi? È la Morte!”
Realtà o fantasia poco importa e subito affascinata ed incuriosita chiedo: “E’ un uomo oppure una donna?”
E lei: “Una donna”.
Insisto: “Fa paura?”. E lei ancora: “No, è bella e porta degli orecchini molto belli, orecchini pendenti d’oro”.
Ormai anche io sono nel suo stesso mondo, continuo con le domande ma zia non mi dà più ascolto, il colloquio continua solo tra loro, sento solo le sue risposte, risposte decise, accompagnate da lunghi sospiri e sorrisi come di una conversazione attesa da tempo.
Un “sì”, un “no” e “quello che vuole Lui sarà, questo chiedilo a Lui, io non posso rispondere”.
Pochi minuti prima faceva fatica a rispondermi, ora è vigile e attenta, sembra tornata indietro nel tempo

Rientro sull’isola e mentre guardo i ricami che le onde formano sulla superficie del mare,capisco che quelle battute e quello sguardo li ricorderò per sempre. Pochi giorni dopo, in ufficio, il mio telefonino squilla: è Lia. “Irma… mamma è finita mezz’ora fa!” – Si attivano tutte le cose esterne ed estreme: il funerale, i fiori, il cimitero… Siamo nella chiesa della S.S. Trinità – zio Biagino singhiozza guardando quello scrigno lucido appoggiato a terra, sì, lo scrigno che racchiude tutto il suo bene, 65 anni di vita insieme e tutto quello che non torna più.   Ma zio non sa che la sua Lucia ora è finalmente libera e felice: quella “donna” dagli orecchini d’oro pendenti, l’ha resa libera da quel corpo che la teneva prigioniera.”

A rileggere oggi quanto sopra riportato, a parte la commozione spontanea, a me sono venuti i brividi ma vi assicuro che è tutto vero quanto sopra raccontato e sono sicuro che chi conosce Irma ed ha conosciuto Lucia Capozzi, possa ammettere la veridicità e ne possa onorare la memoria con un sorriso ed un pensiero.

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Nelle tre foto qui sopra, tre momenti della vita di Lucia Capozzi: davanti al ristorante che aveva ereditato dalla madre Antonietta Capozzi; in maturità; in età avanzata.