Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

u-29 belgiorno lamonica-01 ss16 68b Una delicata colonia di idrozoi

Buffa la vita… (3)

Condividi questo articolo

di Pasquale Scarpati

.

Per la puntata precedente: leggi qui

Ai margini, invece, della curteglia di nonna Tummetella, ai Conti, un pozzo raccoglieva l’acqua piovana che defluiva dai canaletti posti intorno ai tetti a cupola. Era l’acqua usata quotidianamente; mentre in un altro pozzo non molto distante, chiamato ’u pantano si raccoglieva l’acqua proveniente dal terreno circostante che serviva per innaffiare un piccolo orto. Mamma diceva che, per tenere l’acqua pulita, in fondo al primo pozzo vi era un capitone.

In alto una carrucola alleggeriva il peso di un piccolo secchio che aveva, su di un lato, un peso di ferro. Una volta tirato il secchio, senza peso ma colmo d’acqua, volentieri vi immergevo la bocca ed il viso, specialmente dopo la faticosa salita nella calura estiva, estinguendo così l’arsura. L’acqua era talmente fresca da inumidire la brocca di vetro posta al centro del tavolo. Era una frescura naturale, simile a quella che sgorga dalle sorgenti alpine o appenniniche che riempie la bocca ma nello stesso tempo risolleva anche lo spirito.


Lo Spirito degli elementi naturali: acqua e vento, cielo e mare, paesaggi incontaminati e dai mille colori in base alle stagioni!
Era gradevole armeggiare con questo recipiente il quale, anche se delle stesse dimensioni di quello di casa mia, a causa della maneggevolezza nella captazione e del poco peso nella risalita, sembrava molto più piccolo; ma devo dire che quello di casa mia mi dava più soddisfazione perché il risultato era stato ottenuto con maggiore fatica.
Faticare per farlo ribaltare, avvertire “a crudo” il suo peso, immaginare quanta acqua avessi potuto raccogliere e finalmente dare un ultimo strappo per poggiarlo prima sullo stretto parapetto e poi subito per terra, mi dava una sensazione di vittoria.
Per caso ciò che si guadagna con sudore e fatica dà più soddisfazione di ciò che si ottiene senza sforzo!? Non parlo della fatica soltanto dei muscoli del corpo.

Tornando alla mia casa di Sant’Antonio, al di sotto di questo piano ve n’era un altro a cui si accedeva per mezzo di un pezzo di scala piuttosto malandata, anzi era talmente malandata che si preferiva usare una scala di legno a pioli. Finalmente si poteva aprire il grosso portone di legno ed affacciarsi direttamente sul mare. Al di fuori di questo portone vi erano numerose pietre: nere, luride, scivolose e piene di alghe, pertanto un po’ per il timore di qualche caduta, un po’ perché l’acqua non era invitante, mai, dico mai, ho fruito di simile “comodità”. D’altra parte qual era la necessità, se a due passi vi era la bella spiaggia di Sant’Antonio con tanta sabbia e ’u summariell’? Gli zii o le cugine preferivano accompagnarmi lì.
Tutto quello spazio sottostante l’appartamento era il regno del caro Acchiappatopi, un micino nero che, un giorno, mentre passavo nei pressi della macelleria di cumpa’ Tatonno si mise alla calcagna e mi seguì fino a casa. Poi rimase fuori la porta nonostante il pericolo di Jack, il cane di quell’omone grosso con una palla sotto la gola che si chiamava Franco Feola, primo proprietario della centrale elettrica. Quello miagolava e mi faceva tenerezza per cui io, tanto feci e tanto dissi, che convinsi mia madre a farlo entrare in casa. Ma lei, che non amava molto gli animali domestici, dopo un po’ di tempo, lo alloggiò nello scantinato, dove il vispo micio non si sottraeva, bravamente e fulmineamente, al suo dovere. Quando potevo, però, lo portavo con me specialmente quando mi dirigevo nel “giardino”. Scorrazzava, si arrampicava, andava a caccia di lucertole, inseguiva gli uccellini, faceva un piccolo fosso per sotterrare i suoi bisogni. Ma, ogni tanto, forse stanco o come un bimbo che ha bisogno di sentire l’affetto ed il calore, mi si avvicinava e pretendeva le “coccole”, miagolando prima e ronfando poi, chiudendo gli occhi beato e soddisfatto.

La stanza del piano terra (o primo piano a seconda da dove la si vedeva) che affacciava sul mare, era adibita a cucina. Il piano cottura che si stendeva lungo tutta la parete sinistra, era ovviamente in muratura. Sul davanti si aprivano gli spazi stretti, chiusi da sportellini in ferro, dove veniva inserita la carbonella ma soprattutto la legna, accatastata sulla sinistra. In un angolo vi era il ferro da stiro, scuro, pesante e bucherellato che aveva l’apertura sulla parte superiore per introdurvi il carbone ardente. Una pezza bagnata si poggiava sui capi più delicati e quando veniva a contatto con il calore sprigionava vapore. A seguire, sulla parete di sinistra, la credenza in cui vi era l’immancabile macinino del caffè, il mortaio con il pestello per il sale e le altre spezie ed eventualmente anche una buatta di latte condensato zuccherato Nestlè o Berna di cui ero ghiotto perché denso e dolce.
Il latte si otteneva facendo sciogliere un po’ di questo latte in una tazza di acqua calda. Ma, in tal caso a me non piaceva più: mi sembrava cibo da vecchi o ammalati. Specialmente se in questa zupp’ ’i latt’ ci mettevano una goccia di caffè e pane ma quello molto, molto raffermo. La crema, densa e dolcissima, preferivo succhiarla direttamente dalla buatta, bucata su due lati; ma, così facendo, il contenuto subito finiva. Allora mamma o lo nascondeva oppure l’apriva con l’apriscatole in modo che io non potessi poggiare la bocca perché il bordo era seghettato-tagliente.
A tal proposito voglio dire che quando accadde che, per effetto delle radiazioni di Cernobyl, era proibito comprare qualsiasi prodotto che fosse cresciuto sul suolo e neppure il latte fresco, immediatamente mi ricordai di questo tipo di latte e ne feci uso (quando si dice la memoria!).

Sulla destra della cucina si apriva una porticina che immetteva nel bagno ovvero nel gabinetto, in quanto in esso esisteva solo la tazza. Unica apertura una finestrella sempre aperta rivolta verso il mare. Fogli di carta o giornale e, orribile visu seu dictu, in un angolo, pezze di stoffa che servivano ai… bisogni.
Al di fuori, sulla stessa parete, una bacinella di ferro poggiata su un attrezzo a forma di calice riceveva l’acqua versata da una brocca. Una saponetta faceva bella mostra in un porta sapone anch’esso di ferro smaltato. Nel mese delle rose zia Malvina soleva mettere nell’acqua fresca alcuni petali profumati perché, diceva, ciò avrebbe reso l’acqua più odorosa. Io, non senza una buona dose di fantasia, mi lasciavo accarezzare voluttuosamente da quest’acqua fresca, immergendo totalmente il viso in essa. Quanta ingenuità! Ovviamente, non essendosi alcun sciacquone, si versava nella tazza del gabinetto la stessa acqua che era servita per lavarsi il viso. Durante la stagione invernale, mamma riscaldava un po’ d’acqua che poi era miscelata nella bacinella con l’acqua fredda. Lo stesso dicasi allorché, accovacciati, ci si rannicchiava nella bagnarola di ferro per lavarsi.

Intorno a questa si ponevano varie pezze affinché l’acqua non inzaccherasse il pavimento. Mamma vi poneva prima l’acqua calda e poi versava piano piano l’acqua fredda, tastando, spesso, la superficie con il dorso della mano. Quando riteneva che fosse tiepida al punto giusto, mi faceva accovacciare e poi con un panno pieno di sapone toglieva ’u fraffeche (la sporcizia) a me “fraffusiell’ perché costantemente o quasi in mezzo alla strada polverosa.
Per lavare i capelli si usava lo stesso sapone poiché lo sciampo era sconosciuto. Risciacquato nella medesima acqua, mi diceva di alzarmi e mi avvolgeva in un grande asciugamani. Anche quest’acqua veniva conservata in un secchio pronta per l’uso nel gabinetto.
L’acqua era così preziosa che i piatti si lavavano, con la “saponina” (detersivo), una prima volta nella stessa acqua di cottura della pasta, poi, tutti insieme, si passavano in un’altra bacinella piena di acqua fresca e pulita. Ovviamente anche questa era conservata per i… bisogni

Come posate, ricordo che vi erano più cucchiai che forchette, mentre i coltelli erano pochi e grossolani. I bicchieri erano di vetro non infrangibile per cui quando si rompevano non si frantumavano in mille pezzettini. Nello stesso tempo, però, dovevo stare attento perché qualche pezzetto, dispettoso, andava a nascondersi nelle ampie fessure tra le mattonelle. Le fughe (interstizi) infatti, erano profonde e larghe, mentre da nonna ai Conti non vi erano mattonelle ma il pavimento era grinzoso, fatto da una sorte di brecciolino su cui ogni anno nonna passava la calce.
L’acqua quindi era preziosissima: da non sciupare assolutamente sia perché nell’isola non abbondava anzi quasi non esisteva, sia perché se ne poteva captare solo un po’ a causa dei recipienti non molto capienti (anzi a volte, specialmente se di legno, gli stessi erano più pesanti dell’acqua che contenevano) sia a causa della fatica per tirarla dal pozzo se mancava ’a torcia (carrucola) ed anche perché i pozzi il più delle volte erano distanti dalle abitazioni o dai luoghi dove serviva.
Oggi l’acqua si spreca. Basta, infatti, agire su un rubinetto per farla scorrere in abbondanza senza che ce ne accorgiamo. Pertanto penso che l’aumento costante delle tariffe non abbia altro che quest’unico scopo: arginare questo esecrabile spreco! (sic!). Ma, a mio avviso, quelli che agiscono sulle tariffe sono, come dire, “superficiali” poiché il vero spreco sta nel sottosuolo: vecchie condotte colabrodo, lasciano che l’acqua si ramifichi dappertutto, creando, oltretutto, non pochi danni alle strutture sovrastanti!

Per salire al piano superiore bisognava uscire di nuovo in strada ed imboccare a sinistra un portoncino laterale, sempre aperto, che, attraverso una scalinata, portava agli altri appartamenti: quello nostro e quello di Clorinda.

La porta d’ingresso dell’appartamento, situata sulla parete di sinistra, immetteva in un ambiente ancora più caldo ed accogliente: la camera dei miei, sempre odorosa, che aveva la finestra prospicente il Corso mentre la camera mia e di mio fratello aveva il balcone che era “vista mare” anzi, per essere precisi, “sul mare”.
Quest’appartamento aveva un grosso problema: il gabinetto era situato sul balcone al di fuori delle stanze. Così, specialmente durante le fredde giornate invernali, era d’obbligo usare gli antichi mezzi: ’u cànter’ o cioè il vaso da notte o ’u rinale. Mezzi che erano in uso in tutte le famiglie e, in alcune zone, fino a non molto tempo fa. Così si può dire che questa casa aveva due vantaggi: l’acqua nelle vicinanze e lo scarico direttamente a mare. Ovvio che cefali e marme (mormore o marmore), felici e in gran numero venivano a farci visita. Forse, per l’abbondanza del pasto finivano con il rifiutare il cibo ingannevole dell’uomo, nonostante gli sforzi di Ninando, assiduo pescatore d’u summariell’.

La sottile lingua di terra posta al di sotto del muretto che delimitava la strada che da corso Carlo Pisacane porta al ruttone di Sant’Antonio, era adibita a giardino; in esso si apriva una piccola grotta dove vi era un pozzo con acqua salmastra. Lo ricordo bene perché quel giardino era affidato e coltivato da zia Rosa.
Come tutti i bimbi mi piaceva curiosare o spaventare gli adulti per cui qualche volta andavo a nascondermi nel giardino e nella grotta. Altre volte non da solo.
L’altro giardino, invece, situato di fronte alla macelleria di cumpa’ Tatonno, era molto più grande. Era composto da tre livelli e anch’esso diveniva un eventuale ulteriore rifugio. Un vecchio e stretto portoncino di legno ne chiudeva l’accesso. Un vecchio muro in calce sormontano da folti cespugli ’i rustine faceva da confine con corso Carlo Pisacane. Su queste rustine qualche volta, nell’ultimo giorno di carnevale, zia Malvina imbrigliava un pupazzo di stoffa con un cappellaccio.
Le maschere certo non erano quelle, preconfezionate, dei grandi magazzini! Un cappello da marinaio su cui era scritto “regia marina”, una retina per coprire il viso, ’nu sellino (solino) di marinaio appartenuto a zio Pasquale, un corpo contundente e via lungo il Corso a pavoneggiarsi ed eventualmente a tira’ mazzate o a fare scherzi, per lo più “robusti”, ai coetanei e poi scappare con l’illusione di non essere stati riconosciuti.
Pochi, consunti scalini immettevano al primo livello; in quello che a me sembrava una prateria. Sulla destra giganteschi alberi di aranci ed in fondo, sulla sinistra, un’altra grotta. Poi si passava, sul lato destro della grotta, ad una catena superiore e poi, piegando a sinistra, si saliva sulla terza porzione che era quella, più soleggiata, che sormontava la grotta.
Dopo una pioggia abbondante, di sera, nell’odore di umido, nei mesi di settembre oppure di ottobre, mi recavo con zia Malvina a raccogliere i maruzze alla fioca luce di una lanterna. Mi diceva: –’U siente ’u’ maruzziell’? – Quello fa rumore ed è più saporito perché è più calloso”.


Stavo quindi attento mentre raccoglievo quelle che, silenziose, scivolavano via sui fili d’erba o sotto le foglie dei cardi. Sentendo come friggere, aguzzavo la vista verso quel piacevole rumore e, allungando la mano, carpivo, come un trofeo, la nera chiocciola schiumosa. Vanamente si ritraevano allorché avvertivano il contatto con la mano. Erano destinate, dopo un po’ di giorni, una volta che avevano spurgato, prima ad essere bollite a fuoco molto lento in modo che, avvertendo il calore, uscissero dal guscio; poi ad essere “ripassate” in una abbondante salsa che si impregna di sapore selvatico dove si inzuppava abbondante pane. Così come per i rufoli, per estrarle dal guscio si usava un ago o qualche attrezzo che avesse una punta sottile.

Zia Malvina amava andare lì a stendere il bucato, poiché il balconcino di casa sua era piccolo e poiché la curteglia era già occupata dagli altri “condomini”, soprattutto da Rosa che, abitando al centro della stessa, aveva il diritto di fruire maggiormente. Qualche volta, come ho già scritto, anch’io mi accompagnavo a lei per godere il giardino. Una volta – non ero da solo – ci rimpinzammo di fave perché lei era andata via, dimenticandoci lì. Quando venne a riprenderci, stranamente non ci rimproverò; dico “stranamente” perché allora la colpa era sempre dei più piccoli.
Ho aperto gli occhi in questo piccolo mondo originale. In questo mondo originale sono vissuto per un po’ di anni, fino a che, sbalzato via dall’ineluttabile destino, ho perduto, ma non nell’animo, le mie origini.

 

[Buffa la vita… (3) – fine]
[per la prima parte: Buffa la vita… (1) – leggi qui]
[per la seconda parte: Buffa la vita… (2) – leggi qui]

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.