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Di dignità vo parlando

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di Francesco De Luca

 

La dignità è un valore connaturato all’essere umano. Ogni uomo è portatore di dignità. L’attribuzione automatica è un diritto civile acquisito dall’umanità con l’estendersi dei lumi della ragione.

Quale dignità? Quella che pertiene all’integrità fisica e alla libertà spirituale. Non c’è soggetto umano che può ledere la dignità dell’altro. Soltanto il soggetto può alienare la sua dignità, nessun altro. Chi lascia che il suo corpo diventi merce dismette la sua dignità. Chi prostituisce l’integrità delle libertà del suo spirito infanga la sua dignità.

E’ una pecca che sporca soltanto il soggetto che si rende colpevole di una volontaria rinuncia. Può avvenire vendendo al miglior offerente il suo libero arbitrio. Avviene… avviene… e chi lo fa è indegno. Appunto… privo di dignità.

Questa è la dignità personale. Distinta da quella derivante dalla storia che più soggetti umani affrontano e determinano. E’ la dignità sociale. Pertiene ai gruppi sociali, alle comunità.

La forgiano gli eventi e le determinazioni dei gruppi sociali sugli eventi stessi. E’ una dignità storica, è una dignità culturale.

Se la coscienza individuale presiede la dignità personale la coscienza collettiva presiede la dignità sociale.

La storia attesta le modalità d’ espressione, la sua valenza, il suo venir meno. Le scelte politiche, quelle economiche, quelle culturali affermano e tramandano le qualità della dignità sociale.

Può la collettività infangare la sua dignità sociale? Certo. Rimanendo insensibile agli oltraggi verso la sua cultura, verso i valori del suo essere comunità. Lasciandosi, ad esempio, abbindolare dalle forze economiche predatrici e rimanendo ad esse passiva.

La dignità viene dismessa soltanto per responsabilità diretta. Nessuna prevaricazione è possibile senza la corresponsabilità del soggetto o dei soggetti implicati. Mi riferisco a quanto avviene in un sistema democratico. In regime di dittatura è un altro argomentare.

Per cui si può affermare che la dignità non è un requisito di cui godere a prescindere. No, essa svolge la sua funzione se collegata con la responsabilità (soggettiva o sociale).

La si può godere se di essa ci si nutre. Se si tralascia di coltivarla la dignità si appanna prima e si perde infine.

Essere vigili sulle prerogative prime dell’essere un soggetto umano e membro di un gruppo sociale rinverdisce la dignità.

Di essa non si può fare a meno. Per non diventare servi, portatori d’acqua, scherani di padroni.

Chi se mette sotto padrone

tene ‘u piennule

ind’ u cazone.

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