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Piccolo cabotaggio. (8). Lampedusa (seconda parte)

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di Tano Pirrone

 

Seduti ad un tavolo sulla veranda del ristorante, dominavamo il piccolo tratto di mare che divideva l’isola di San Nicola da San Domino e dal Cretaccio. Una lieve brezza sembrava increspare l’ottimo vino che ancora ristava nei calici; sapevo che non era possibile, ma mi piaceva pensarlo: anche questa è poesia, mi ripetevo.
– Picciotti, siamo d’accordo allora che a Lampedusa non è proprio il caso di andare anche noi? Aggiungeremmo solo confusione – dissi improvvisamente, cogliendo i miei due compagni di viaggio di soprassalto, mentre ripulivano i rispettivi piatti in cui fino a poco prima trionfava una tiella ‘e mare (1)  che gli mancava solo la parola.

Non avevo dubbi su quale sarebbe stata la loro risposta, ma, prima degli ultimi preparativi per ripartire dalle Tremiti e proseguire il nostro viaggio, volevo accertarmi che non avessero obiezioni e suggerimenti.
Il programma iniziale era già ampiamente saltato. I tempi previsti erano troppo stretti e noi, alla nostra età e nella qualità di figli prediletti del secolo breve, dovevamo permetterci tempi poco accelerati, nel pieno rispetto delle nostre esigenze conviviali, fisiche e culturali. E poi a noi non correva dietro nessuno, fortunatamente.
– Non se ne parla nemmeno! – rispose S. come infastidito di dover tornare su un argomento ormai assodato.
– Con tutto quello che hanno da fare, ci manchiamo solo noi a impicciarci e a fare confusione – confermò il Decano G., completando i riti di caricamento del fornello della sua pipa post-prandiale.
– Non ero mai stato a Lampedusa e questa era una buona occasione per visitarla, ma va bene così! – concluse, innalzando nella veranda il triplice anello di fumo, che suggellava di solito le prese di decisione comune.
– Neanche io sono stato a Lampedusa e Linosa; gli anni ’70 vissuti a Palermo sono fuggiti in fretta e poi… – sfumai con una vena di nostalgia e quasi di rammarico, che neanche intaccò il cinico S., intento a far funzionare lo smartphone: impresa quasi impossibile, cui seguiva di norma un vaffa cosmico.
– Non ti nascondo però, che mi mancherà la vista di Capo Ponente. Arrivando in barca a Lampedusa dalla Tunisia o da Pantelleria e trovarsi questa muraglia di circa 100 metri davanti è una vista da non perdere.



Ottimo assist per tirar fuori un po’ di notizie che in viaggio avevo letto per documentarmi e non scrivere noiose frasi di rito o corbellerie: – Pensate che in una carta stampata nel 1847, il ciglio di Capo Ponente risulta di circa 150 metri più avanzato rispetto a quello che risulta su altra carta geografica stampata nel 1973 (Istituto Geografico Militare) (2), circa un metro l’anno! Non ho trovato dati più recenti, ma immagino che non ci sia alcun motivo perché il fenomeno abbia rallentato.
Vabbe’, alla prossima volta: le falesie, le grotte, l’isola dei conigli…

Eravamo in uno stato di pace cosmica: avevamo mangiato benissimo e bevuto un vino straordinario figlio delle generose terre salentine e di un vitigno autoctono, il Negramaro. Nulla ci avrebbe mosso da quella veranda: dovevamo salpare solo l’indomani e non più alla volta di Lampedusa, ma dell’estrema punta della Sicilia, l’Isola delle Correnti, che ci sarebbe servita da attracco per parlare di Sud, il film di Gabriele Salvadores (1993).
C’erano le condizioni ideali per accendermi un buon toscano e gustarmelo per intero: la platea era assicurata ed il contesto ne avrebbe fatto un rito. Dopo un po’ il sigaro cominciò a consumarsi irregolarmente, rimanendo incombusta la costa più dura e difficile da bruciare con la stessa uniformità.

Mi venne in mente, allora, una mia poesia di qualche tempo prima, la cercai sull’iPad e nonostante le occhiatacce dei compagni la lessi a voce alta:

Titanio

Un rigido frenulo di titanio
regge il tronco grigio di cenere
del mio toscano antico.
Il caldo fumo
nascosto nelle radici del tronco
cambia in volute
che salgono stanche
nell’aria tiepida della sera.
La mia terrazza è ora tolda di nave
che naviga mari
senza onde
senza acqua
senza sale
senza memoria.
Gli U2 gridano i sogni di una generazione
che esce pian piano di scena.
Si spegne l’antico toscano
sparisce il fumo
crolla il tronco riarso
sfollano i gabbiani
s’annidano le rondini.

Un pomeriggio trascorso nelle migliori condizioni per ripercorrere la storia di Lampedusa, che nel periodo più lontano da noi affonda nel mare poco profondo, che la divide dalla costa africana. Avevo messo da parte appunti a sufficienza, pdf di pagine di libri sull’argomento, mancava solo di annodare il tutto piacevolmente: le testimonianze più antiche (monete, bagni, ferriere, cisterne) avvalorano l’idea che l’isola fosse stata abitata da greci, romani, saraceni.
I romani ai tempi delle Guerre Puniche se ne servirono come base navale strategica per le spedizioni contro Cartagine.
I Saraceni vi arrivarono durante il lungo periodo – a partire dal 652 d.c. – in cui l’Islam lottò per conquistare la Sicilia e parti dell’Italia meridionale. Nell’812 l’emiro Abd Allah I ordinò una invasione vigorosa della Sicilia, ma le sue navi furono prima ostacolate dall’intervento di Gaeta e Amalfi, e poi distrutte in gran parte da una tempesta. Tuttavia, i Saraceni riuscirono a conquistare l’isola di Lampedusa e, nel mar Tirreno, a depredare e devastare Ponza e Ischia.
Nell’813 i Saraceni furono cacciati dall’isola e per sei secoli ci fu silenzio ed oblio.
Gli Spagnoli, nuovi dominatori del Mediterraneo, la fecero da padroni: Alfonso V d’Aragona, primo re di Napoli, detto il Magnanimo, magnanimamente concesse a tal Giovanni di Caro dei baroni di Montechiaro, cameriere del re, tutti i poteri sull’isola. Correva l’anno 1430. Esattamente duecento anni dopo (1630) (3)  Carlo II di Spagna concesse graziosamente alla famiglia di Giulio Tomasi, duca di Palma e barone di Montechiaro, il titolo di Principe di Lampedusa (sotto, l’immagine dello stemma di famiglia).

Giulio I sposa una discendente di quel Giovanni di Caro e da loro in poche generazioni si giunge a quel Principe Giulio Fabrizio Maria Tomasi Caro Traina IV (1815-1885), pari di Sicilia, principe di Lampedusa, duca di Palma, Barone di Montechiaro e Franconeri. Il Principe è il protagonista (con il nome di Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata) del romanzo Il Gattopardo, capolavoro del nipote Giuseppe Tomasi (1897-1957).

Luchino Visconti ricavò, con fedeltà e pignoleria l’omonimo film del 1963. Il film vinse la Palma d’oro a Cannes e fruttò all’indimenticabile Goffredo Lombardo (1920-2005) il David di Donatello come miglior produttore (immagine qui sotto, al centro tra Anna Magnani e Roberto Rossellini).

Nastri d’argento andarono a Giuseppe Rotunno, per la fotografia, a Mario Garbuglia per la scenografia e a Piero Tosi per i costumi.
Oltre l’unico romanzo Giuseppe Tomasi scrisse anche racconti (3) (foto), fra cui, straordinario, è Lighea (La sirena).

Dal racconto è stato tratto anche un film diretto da Carlo Tuzii, che faceva parte della serie televisiva Dieci registi italiani, dieci racconti italiani, 1983; fra essi Gianni Amelio, Luigi Comencini, Carlo Lizzani.

Ditemi voi come faccio, dopo essermi avventurato, per parlar d’altro, in casa del Principe di Lampedusa, come faccio a non citare almeno di sfuggita un parente stretto, primo cugino (4) di Giuseppe Tomasi, Lucio Piccolo (5) (immagine qui sotto), poeta straordinario, coltissimo ma poco fecondo, non appartenente a nessuna scuola, ma riservato; uomo singolare, sempre in fuga.


Lucio Piccolo è uno dei miei poeti preferiti e uno dei suoi canti voglio condividere con il lettore; in tema con il viaggio e con il vento che in quei mari e a quelle latitudini è, a sua volta, principe incontrastato:

SCIROCCO (6)

E sovra i monti, lontano sugli orizzonti
è lunga striscia color zafferano:
irrompe la torma moresca dei venti,
d’assalto prende le porte grandi
gli osservatori sui tetti di smalto,
batte alle facciate da mezzogiorno,
agita cortine scarlatte, pennoni sanguigni, aquiloni,
schiarite apre azzurre, cupole, forme sognate,
i pergolati scuote, le tegole vive
ove acqua di sorgive posa in orci iridati,
polloni brucia, di virgulti fa sterpi,
in tromba cangia androni,
piomba su le crescenze incerte
dei giardini, ghermisce le foglie deserte
e i gelsomini puerili – poi vien più mite
batte tamburini; fiocchi, nastri…
Ma quando ad occidente chiude l’ale
d’incendio il selvaggio pontificale
e l’ultima gora rossa si sfalda
d’ogni lato sale la notte calda in agguato.

 

Note

(1)      Tiella e mare, ecco la ricetta così come ci è stata dettata dal cuoco, solleticato dai complimenti e dalle lusinghe di cui il nostro trio è produttore capace e munifico:
Ingredienti
200 g di riso giallo o per risotti sciacquato con acqua corrente
3 cucchiai di formaggio vaccino a pasta dura
1 cucchiaio di parmigiano reggiano
6/7 pomodorini ciliegini tagliati a metà nel senso della lunghezza
½ aglio rosso
1 cipolla bianca affettata
1 zucchina tagliata a rondelle
6/7 patate tagliate a rondelle
600 g di cozze
Prezzemolo tritato
Olio extra vergine d’oliva, sale e pepe q.b.
Preparazione
Usare un tegame di terracotta oppure tanti piccoli per quante sono le porzioni
Pulire le cozze e lasciarle aprire sistemandole in una pentola senza acqua fino al raggiungimento dello scopo.
Filtrare l’acqua di cottura e tenerla da parte.
Tritare insieme prezzemolo ed aglio e affettare la cipolla.
Utilizzare gli ingredienti in modo da comporre quattro strati da ripetere tre volte nel seguente ordine: patate, riso, cozze, cipolla, pomodorini, formaggio, trito di aglio e prezzemolo, zucchine, pepe. Nello strato superiore abbondare con il formaggio.
Chiudere con pellicola d’alluminio in modo da permettere ispezioni e aggiunte di brodo secondo necessità e far cuocere al forno a 200° per un’ora.

(2)      Le isole del sole, Enzo Mancini, Mursia, 1978.

(3)      Le prime notizie storiche sui Tomasi risalgono al VII secolo. La tradizione li vuole originari di Bisanzio (330 d.c.), ivi trasferitisi al seguito dell’Imperatore Costantino. Si vuole che la famiglia discendesse da Leopardo, figlio di Crispo, primogenito di Costantino. Altre fonti ritengono che il capostipite dei Tomasi sia stato Thomaso il Leopardo, figlio dell’Imperatore Tito e della Regina Berenice. A seguito delle lotte dinastiche dopo la morte dell’Imperatore Eracleo, i Leopardi-Tomasi lasciarono Costantinopoli tra il 640 e il 646, stabilendosi ad Ancona. Dal ramo rimasto nelle Marche dopo il trasferimento prima in Campania e poi in Sicilia discenderebbero i Leopardi di Recanati, come pure sosteneva Monaldo, padre di Giacomo.

(4)      Pubblicato postumo da Feltrinelli nel 1961, nella collana Biblioteca di letteratura diretta da Giorgio Bassani – I contemporanei n. 34.

(5)      Figli di due sorelle: Beatrice Tasca Filangeri di Cutò, sposata con il Principe Giulia Maria Tomasi e Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò sposata con il Conte.

(6) Da Gioco a nascondere – Canti Barocchi, Arnoldo Mondadori Editore, II edizione, 1967, con una nota di Eugenio Montale.

 

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1 commento per Piccolo cabotaggio. (8). Lampedusa (seconda parte)

  • Patrizia Maccotta

    Da una discendente di un pantesco (mio nonno Luigi Maccotto, che è stato per me l’unico padre e punto di riferimento della mia infanzia – ahimè era deputato del… fascio!) un gradimento particolare per questo viaggio.
    1) dove si trova il riso ‘giallo’? Si deve usare lo zafferano?
    2) ho dato io a Paola il racconto Lighea (ora non so perché Feltrinelli ha cambiato il titolo in ‘La sirena’. Ma io ho l’edizione che hai fotografato. È il più bel racconto che ho letto nella mia vita.
    3) fu mio padre, console generale a Tunisi, nel 1958, che con il suo voto che contava doppio fece vincere Claudia Cardinale al concorso Miss Italia e le permise con il viaggio premio a Venezia di approdare nel cinema.
    4) bella la tua poesia.
    Grazie Tano.
    Pat

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