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Piccolo cabotaggio. (7). Lampedusa (prima parte)

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di Tano Pirrone

 

Lampedusa,
ultima figlia di un’Italia
che, spesso, ti dimentica
e figlia illegittima di un’Africa
alla quale assomigli.
I tuoi occhi hanno rivisto
gli occhi dei tuoi fratelli africani
e li hanno riconosciuti…
La tua terra è sempre terra di passaggio
per uomini senza patria.
Siamo tutti clandestini…[1] 

Miei cari amici lettori, chi l’avrebbe detto che Lampedusa, verso cui siamo – idealmente – diretti, fosse parente stretta della catena montuosa dei Vosgi (Massif des Vosges) e della Foresta Nera (Schwarzwald), la Marciana Silva dei Romani, che ovunque andettero, dovunque vincettero?
Dei Vosgi le poche cose che sapevo era che – benedetta odonomastica parisienne! – il Dipartimento omonimo doveva essere molto importante per i Francesi, se le avevano dedicato una delle più belle piazze della Ville Lumière, fra le più belle del mondo [2].


Ho ricordi bellissimi di quella piazza secentesca: primi giorni di novembre di tanti, troppi anni fa, in giro per Parigi, instancabili, mia moglie ed io ci arrivammo da Rue de Turenne venendo da Rue de Rivoli. Per immetterci nella piazza percorremmo il breve tratto di Rue des Francs Bourgeois; c’era freddo ed umido, la piazza cara a Victor Hugo e a George Simenon era immersa nella nebbia. I fanali erano luci sbiadite sospese, originali fuochi fatui nutriti di memorie e réveries. Sull’angolo, sotto il porticato, un bistrot [3]; alla destra dell’ingresso un cartello – o forse una lavagnetta – con su scritto un breve annuncio, che da allora è rimasto magico ed evocativo: Le Beaujolaise nouveau est arrivé!


Entrammo. Dentro era caldo, pieno di fumo, accogliente. Ordinammo del formaggio e un calice di vino rosso novello e fummo ancora più felici! Uscimmo dopo un po’ e facemmo il giro di tutta la piazza, fermandoci davanti al numero 6 dove ha sede la Maison Victor Hugo, museo dedicato al grande scrittore francese, che vi aveva abitato dal 1832 al 1848 e, più avanti, al numero 26, dove, a partire dal 1924, abitò Simenon [4], che nel 1932 pubblica il dodicesimo romanzo di Maigret L’ombre chinoise (L’ombra cinese) in cui il Commissario indaga su un omicidio commesso al numero 61 della piazza [5].

Ma torniamo a noi e a questo DNA in comune fra l’isola africana e i due massicci centroeuropei: in questa materia mi muovo con insufficiente perizia, ma ho il supporto delle competenze di mia moglie. Posso, quindi affermare con certezza “scientifica” che l’isola in questione è quel che si dice un “Horst”, cioè un pilastro tettonico, una porzione di crosta terrestre rialzatasi a seguito di movimenti sotterranei, nel nostro caso della piattaforma africana.

Horst: pilastro tettonico; Graben: fossa tettonica 

Il “consociato” isolotto Lampione (lungo 200 metri e largo 180) ha la stessa caratteristica, mentre Linosa, che completa il trio delle isole Pelasgie, è di origine vulcanica. Fuoco, acqua e terra. Lampedusa – Linosa è il comune più meridionale d’Italia (35° 29′ 34″ N).

Il parallelo divide in due la Tunisia e passa quasi esattamente a Kairouan, dove nel IX secolo venne costruita la grande moschea di Uqba (Djamaa Sidi Okba) per cui la città è famosa e visitata da turisti (ancora oggi?).

Altra importante fonte di interesse sono i magnifici tappeti che vi vengono tessuti. In occasione di un lungo viaggio in Panda durante il quale mia moglie ed io scorazzammo su e giù per tutto la Tunisia, l’unica notte in cui ci fermammo a dormire a Kairouan pernottammo in un alberghetto appena decente, ma nel cuore vitale della città. Fummo accompagnati nel sonno dai canti e dagli odori che dalla piazza e dalle strade circostanti salivano fino a noi. E in noi restarono come cicatrici, memorie improprie di un mondo diverso, lontano, ma che noi riconoscevamo come se lo avessimo già vissuto.

Quando apostrofavano noi siciliani, dandoci dell’africano o beduino [6], non andavano lontano dal vero; la verità superava il tentativo – stupido e ignorante – di offendere. Lo accettavamo (càlati juncu ca passa la china[7] come dato meta-storico. E sulla diceria che nelle notti d’estate, ancora nell’immediato dopoguerra si sentissero i tamburi africani, lo posso testimoniare; spesso erano, però coperti, dalle tristi note e nostalgiche della fisarmonica che Scuppetta a ’na canna [8] suonava. Sui balconi atterravano le mantidi religiose e la sabbia rossa del Sahara spesso copriva balconi, strade e le rarissime automobili parcheggiate sulla pubblica via. Non arrivano più oggi i suoni dei tamburi, arrivano ora direttamente gli africani e non solo, in fuga disperata. Ma questa è un’altra storia e non voglio parlarne, se non per quello che concerne il film che ho – giocoforza – abbinato a questa tappa del nostro viaggio: Fuocoammare [9], docufilm [10] diretto da Gianfranco Rosi, 2016 [sul sito, leggi anche qui – include il trailer del film].

Sono molto prevenuto sui “Premi”. Sfilate di cattivo gusto per promozioni commerciali indipendenti dal valore dei candidati, siano libri, film o altre opere d’ingegno (scusate l’uso di questa parola, fin troppo spesso utilizzata a scopo esclusivamente diffamatorio). Per quanto riguarda l’industria cinematografica riconosco solo a pochi eventi un valore di obbiettività e retrostante, quello della competenza e del riconoscimento del merito. Fra questi pochi il Festival internazionale del Cinema di Berlino [11]. Il film (docufilm, pardon) di Rosi ha vinto l’Orso d’oro, riconoscimento incontrovertibile, da cui voglio partire per alcune note.

Premesso che ha ricevuto altri premi [12] e candidature senza esito “fortunato” (leggi Academy Award, la cui statuina di zio Oscar per il miglior documentario è stata assegnata a O. J. Made in America (467 min.!). A me sta bene così, un po’ per segnare dei limiti – fines – e un po’ per rimarcare, positivamente, il genere in cui inquadrare Fuocoammare e quindi tarare su ciò il giudizio sull’opera e su Gianfranco Rosi che racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.

Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio e indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.

Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders [per altre foto di Salgado, guarda qui – NdR], si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario “mordi e fuggi” che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di “avere abbastanza materiale”. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.

Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni pre-adolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo “occhio pigro”, che ha bisogno di rieducazione per prendere a vedere sfruttando tutte le sue potenzialità, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non aprendo o chiudendo le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a constatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione.
Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava John Donne [13], nessun uomo è un’isola [14].

Lo sapeva bene anche Ernest Hemingway, che utilizza le parole cruciali del famoso sermone di J. Donne per il titolo del suo romanzo Per chi suona la campana, appunto. A presto, sempre da e su Lampedusa.

 

Note

[1]    Cuori clandestini, Caterina Famularo; con questa poesia, edita da www.isoladilampedusa.it ha vinto il Premio Sciascia 2002. Membro dell’Accademia di Lettere, Arte e Scienze Ruggero II di Sicilia (Palermo).

[2]    È la più antica piazza di Parigi, presa a modello per la realizzazione di altre piazze famose come Place Dauphine, Place de la Concorde, Place Vendôme. Originariamente chiamata Place Royale, cambiò la denominazione nell’attuale sotto Napoleone Bonaparte in virtù del fatto che il dipartimento dei Vosgi fu il primo a versare le tasse al nuovo regime francese.

[3]    Bistrot Ma Bourgogne

[4]    Georges Simenon abitò con la moglie dal marzo 1924, ancora giovane scrittore, al secondo piano del numero 21 della piazza. Questa ubicazione avrà un suo significato anche nella toponomastica della letteratura di Simenon. Infatti non è certo un caso che si trovi vicino a quel Boulevard Richard Lenoir dove lo scrittore collocò l’abitazione del commissario Maigret. E poco più lontano c’è la Senna, quasi all’altezza dell’Ile de la Cité, dove si trova Quai des Orfèvres che al numero 36 ospita il quartiere generale della polizia giudiziaria parigina.

[5]    «C’è qualcuno al telefono che vuole parlare con un commissario!» gli avevano detto poco prima al Quai des Orfèvres.
Aveva udito una voce soffocata, tanto che per tre o quattro volte aveva dovuto ripetere: «Ma parli più forte!… Non riesco a sentirla!».
Non posso… Chiamo dal bar.. Dunque…». Parlava a scatti.
«Dovrebbe venire subito al 61 di place des Vosges… Sì… Un delitto, credo… Ma è meglio che non si sappia, per il momento!…».
(George Simenon, L’ombra cinese. Le inchieste di Maigret. gli Adelphi 114. Adelphi Edizioni, 1997).

[6]    Uno per tutti l’aneddoto che racconta Andrea Camilleri ne Lo stivale di Garibaldi in La cappella di famiglia ed altre storie di Vigàta, Sellerio editore Palermo, La memoria n. 1046:
“Dell’isola egli non acconosciva nenti di nenti… E nenti ne acconosciva il luogotenenti Cordero di Montezemolo, che la Sicilia l’aviva viduta sulo supra alla carta giografica, e che tri jorni appresso al so arrivo ‘n Palermo scriviva al re a Torino che i «beduini di quest’isola sono assai più feroci di quelli delle Cabilie».

[7]    Saggio proverbio siciliano, che invita a chinarsi al momento opportuno, se non si vuole che la forza altrui ci spezzi. Opportunismo? O arma degli inermi contro l’eterno potere che soggioga e distrugge? Parliamone. Ricordo mio padre che ci diceva sempre, scherzando, ma non troppo: Fuiri nunn’è virgogna si è salvamentu di vita! Non è una vergogna scappare se questo ci salva la vita. Devono averlo inteso le moltitudini che scappano per salvare sé stessi e i propri cari da morte certa o da privazioni intollerabili.

[8]    Era un amico di mio padre, che doveva il soprannome di Fucile ad una canna al fatto di essere lungo e magro, segaligno. Spesso in estate, seduto al balconcino a piano terra suonava alla fisarmonica musiche tristi o nostalgiche, che facevano presa su me bambino.

[9]    Chi volesse acquistare il Dvd, può approfittare delle offerte su Amazon (€ 6,13, € 6,14, € 8,47, € 9,29 ecc. più € 2,90 di spese di spedizione) o su Ins, La Feltrinelli, Ebay. Consiglio sempre l’acquisto: un buon libro o un buon film devono essere sempre a portata di mano, non si sa mai!

[10]   Docufilm – Film che ricostruisce fedelmente un fatto storico o di cronaca, trattando argomenti personali, sociali, politici o storici a puro scopo informativo o di intrattenimento, spesso consistente in filmati o interviste supportate da narrazione. Termine cinematografico introdotto dall’inglese.

[11]   Detto anche Berlinale si tiene ogni anno a febbraio ininterrottamente dal 1951. Viene assegnato l’Orso d’oro per il miglior film e poi gli Orsi d’argento per le varie specialità; chiudono alcuni premi di nicchia (Premio L’Angelo azzurro, Berlinale Kamera, Premio Alfred Bauer, Premio Associazione Critici e produttori tedeschi).

[12]   Esattamente: Nastro d’argento 2016 per i documentari a Gianfranco Rosi, Gran Premio della Stampa estera al Globo d’oro 2016, Premio Roberto Perpignani al Bari International Film Festival a Jacopo Quadri per il miglior montaggio. Fuocoammare è stato candidato ad altri premi in importanti rassegne e festival – ma senza riconoscimento -, come David di Donatello e il Premio Oscar.

[13]   John Donne (Londra 1573 – 1651), poeta, religioso e saggista inglese, nonché avvocato e chierico della Chiesa d’Inghilterra. Scrisse sermoni e poemi di carattere religioso, traduzioni latine, epigrammi, elegie, canzoni, sonetti e satire.

[14]   “Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te”.

[Piccolo cabotaggio. (7). Continua]

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2 commenti per Piccolo cabotaggio. (7). Lampedusa (prima parte)

  • Patrizia Montani

    Mi è piaciuto tanto. Chi avrebbe pensato di “rapprocher” la place des Vosges a… Lampedusa?
    Ci andavo spesso quando vivevo a Parigi nei lontani anni sessanta…
    Non era ancora stata “ravalée”, ripulita e le armoniose facciate erano più scure.
    Un abbraccio Tano! Al prossimo approdo!

  • Lorenza Del Tosto

    Bellissimo questo approdo a Lampedusa. L’estensione del cabotaggio si allarga e dal mare riusciamo a scorgere nessi geografici che ci sfuggivano. La miseria degli sbarchi di Lampedusa altro non è che La Grandeur di Francia mascherata, magnifico. Bello ugualmente lo sfondo dei ricordi di viaggio con Paola; come è giusto che sia, nella mente del viaggiatore passato, presente e futuro si fondono, la contingenza evapora e rimane la sostanza più vera dei nostri giorni.

    P.S. – Sul tema “migranti” suggerisco la visione del nuovo film di Kaurismaki, un piccolo gioiello

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