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0032-032 2009-07-21_18-51-35 lam-04 68a 15 Ritrovamento della parte muraria del vecchio porto romano

Piccolo Cabotaggio (5). Da Ancona alle Tremiti

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di Tano Pirrone

 

Prima di salpare, come in un ideale alzabandiera, G., S. ed io, schierati sulla tolda e rivolti verso la costa, rivolgiamo un pensiero al “compagno” Federico Hohenstaufen, nato il 26 dicembre 1194 a pochi chilometri in linea d’aria, nella pubblica piazza di Jesi, da Costanza d’Altavilla e da Enrico IV di Svevia.
Lo Stupor Mundi, meraviglia del mondo, per discendenza materna normanno e nipote dei grandi Ruggero I di Sicilia e Federico Barbarossa – pur con inevitabili contraddizioni – fu cerniera fra passato e futuro.

Statua sulla facciata del Palazzo Reale di Napoli: Federico II di Svevia – Hohenstaufen (Federico II imperatore del Sacro Romano Impero, Federico I di Sicilia), re di Napoli

Uomo di “multiforme ingegno” compì un’operazione vasta ed incisiva di contrasto verso l’ingovernabile status quo e di ammodernamento delle strutture burocratiche e di controllo del territorio. Seppe essere, al contempo, sovrano feudale in Germania e costruttore dell’Italia meridionale, che divenne lo stato più progredito del XIII secolo.

Il Castello di Melfi dove nel 1231 Federico II promulgò le costituzioni

La riforma dello stato si basò sulle Constitutiones Melphitanae, che stabilivano, appunto, la supremazia della monarchia su quella dei baroni, dei Comuni e della Chiesa. La fioritura di castelli (circa 200) non fu mania di sovrano folle – come nel caso di Ludovico II di Baviera, il Ludwig di Visconti(1), – ma il tentativo, riuscito, di frenare la boria e lo strapotere dei baroni, di superstiti enclavi musulmane e della Chiesa. Gioielli architettonici che ci restano come memoria della Storia divenuta Leggenda, di una insuperabile capacità di “produrre” bellezza, di superba abilità di cambiare il corso della Storia e di aprire “porte” verso il futuro(2).

La fortezza di Castel del Monte, Andria, fatta costruire da Federico II

Salutiamo a pugno chiuso, il braccio sinistro alzato, il Puer Apuliae, e salpiamo con calma dal porto turistico di Ancona.

In poco tempo ci troviamo a babordo l’incombente maestosità di Monte Cònero. 572 metri di altezza sarebbero veramente pochi, insufficienti, per meritarsi l’appellativo di Monte. Ma il Cònero ha tali e tante caratteristiche che è più che lecito attribuirgli indiscutibilmente quel titolo. È, insieme con il Gargano, il più importante promontorio dell’Adriatico. Le sue rupi marittime sono le più alte di tutta la costa orientale: pareti a picco sul mare, boschi fittissimi e ben curati, sentieri, calette, approdi. Ha una solennità che appartiene soltanto ai monti e per questo il Cònero è Monte a tutti gli effetti.
Parco dal 1987, è amatissimo dai marchigiani e meta di escursionisti e vacanzieri, amanti della natura, delle specialità culinarie e degli ottimi vini.
Il nome Cònero origina dal nome greco (sempre loro!) del corbezzolo – kòmaros -, pianta caratteristica della macchia mediterranea. C’è anche un forte napoleonico (i forti napoleonici sono diffusi – quasi – come le case in cui ha dormito Garibaldi).

Corbezzolo (Arbutus unedo); Fam. Ericaceae

Portonovo. Fortino Napoleonico dall’alto (ricostruito)

Dal Cònero al Gargano la costa si riabbassa per elevarsi un po’ verso Grottammare.
Transitando poco dopo davanti Porto Recanati, G. con l’yiddish humour che contraddistingue le sue battute, insieme al fumo della pipa, emette sospettoso: «Mi sento osservato. Voi?».
Anni di autodifesa dalla glacialità fulminante di G. mi forniscono subito la chiave per capire a cosa si sta riferendo: «Il giovane favoloso, operoso all’infinito?».
G. annuisce soddisfatto: «Passiamo di qua in barca una volta nella vita e non vogliamo rendere il giusto omaggio a Giacomino nostro?».
Non possiamo dargli torto. Ogni tanto, passeggiando per Villa Borghese cominciamo a declamare le poesie di autori classici imparate a scuola e allora giù con In morte del fratello Giovanni, A Silvia, Il sabato del villaggio

Parliamone, allora, alla nostra maniera, citando Mario Martone e il suo film Il giovane favoloso, 2014.


Martone è uomo di teatro(3) e di cinema. In entrambi i campi ha realizzato opere di gran pregio artistico e di elevato spessore umano, civile, e culturale. La sua carriera di regista di lungometraggi, costantemente di altissima qualità, ha inizio nel 1992 con Morte di un matematico napoletano; seguono L’amore molesto (1995), Teatro di guerra (1998), L’odore del sangue (2004), Noi credevamo (2010), Il giovane favoloso (2014).

La vita di Giacomo è un susseguirsi di siepi difficili da superare: il padre severo che non ha nelle proprie corde il confronto con il mondo esterno, la madre bigotta e anaffettiva, il borgo che lo tiene prigioniero, la malattia che lo separa da sé stesso e dagli altri, l’incomprensione di gran parte degli intellettuali del tempo. Un sistema che prende la forma di Natura ostile.
Martone segue Leopardi dalla fanciullezza alla morte, dedica alla permanenza a Recanati la prima ora di film, in un’eco dell’Amadeus di Milos Forman, poi Firenze, dove incontra l’amata Fanny e Antonio Ranieri, il soggiorno di pochi mesi a Roma e la tappa conclusiva di Napoli, (sovrabbondante, a mio avviso, ai fini dell’equilibrio narrativo).
Elio Germano trova invece un perfetto equilibrio interpretativo e traduce magnificamente il Leopardi dei libri e delle biblioteche in immagini e parole comprensibili e moderne: Germano interpreta i versi del Poeta senza declamarli, riconducendoli al contesto in cui sono stati concepiti e restituendo loro la capacità emotiva di chi allora li scrisse per chi oggi li legge o li ascolta. Film colto, scandito da ritmi e modalità teatrali, inquadra in pieno la modernità di Leopardi ed il suo invito a guardare oltre ogni confine «che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude»(4).
Premi attribuiti: Film dell’anno al Nastro d’argento 2015; Miglior film al Globo d’oro 2015; Ciak d’oro 2015 per Miglior film e Migliore sceneggiatura; David di Donatello 2015 ad Elio Germano come miglior attore protagonista.

Da YouTube: Elio Germano nel film di Mario Martone dice “L’infinito”

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Filiamo piacevolmente, ansiosi di arrivare alla destinazione conclusiva del tratto adriatico.
Più giù ecco San Benedetto del Tronto, in cui ho soggiornato, ospite di cari amici: cittadina a forte vocazione turistica, pulita, ordinata, efficiente, con un’ottima offerta di servizi e meritata e diffusa rinomanza. Superata la foce del Tronto, costeggiamo l’Abruzzo: Roseto degli Abruzzi, covo ritempratore di A., indomabile fattrice di haiku; Pescara, la costa dei Trabocchi(5), da Francavilla al mare fino a Vasto, alla cui altezza viriamo per San Domino, la più grande e la più abitata delle Isole Tremiti.


Viaggiare in barca è piacevole se i compagni di viaggio sono “compatibili”, e l’equipaggio efficiente e discreto, il mare buono, il vento dosato alle nostre esigenze, i punti di partenza e di destinazione non troppo lontani, se la distanza dalla costa è tale da non perderla mai di vista e sentire, quando il vento soffia da terra, profumi conosciuti, che pur lievi si mischiano al salmastro. Parliamo, con G. e S. di politica, di libri, di film, degli amici del “Comitato Centrale” che sono rimasti a terra e attendono il nostro ritorno.

Ora parliamo, sfiorando l’Abruzzo, dell’immane tragedia che ha colpito le terre del Centro Italia. Siamo tutti oltre i 70, abbiamo memoria di tante altre “tragedie” simili che hanno ferito il nostro Paese e che si ripetono costantemente come in un tragico gioco, con gli stessi rituali: la disperazione, il lutto, la solidarietà, i discorsi, le promesse, l’infinita litania dei luoghi comuni, pasto fertile per la demagogia endemica di un popolo che ripete all’infinito la stessa partitura.
Mio padre nacque nel 1907 e l’anno dopo ci fu il terremoto e maremoto di Messina e Reggio Calabria. Negli anni novanta viaggiando in treno si vedevano ancora le baracche “provvisorie”.
Soltanto in Friuli ho visto affrontare con dignità, efficienza e – diciamolo pure – onestà il sisma del 1976. Dieci anni dopo, ospite di amici a Gemona, venivo guidato sui luoghi a visitare – non rovine persistenti – ma abitati ricostruiti e fabbriche, stalle, laboratori, di nuovo attivi; e ripristinati i cicli produttivi.
Ho amici carissimi che lavorano nella Servizio di Protezione Civile; a loro ho chiesto come facciano le “Autorità” a non comprendere che se nelle terre distrutte si lasciano morire le bestie, inaridire i campi, chiudere le officine e i laboratori non può esserci ricostruzione: quelle terre saranno morte per sempre.

Il loro imbarazzato silenzio mi fa parlare di altro, di cani, di cinema…

Note

  1. Ludwig è un film del 1973 diretto da Luchino Visconti sulla vita di Ludovico II di Baviera. Interpretato da Helmut Berger, Romy Schneider, Trevor Howard e Silvana Mangano. È il terzo e ultimo film della “trilogia tedesca”, di cui fanno parte anche La caduta degli dei (1969) e Morte a Venezia (1971). Il DVD del film è uscito in edicola l’11/02/2017, nella collana “Il cinema di Luchino Visconti” edita da «Il Cinema di Repubblica – L’Espresso». Si trova su Amazon, Ibs, La Feltrinelli a prezzi equivalenti
  1. Una figura storica di tanto rilevo non ha incuriosito il cinema. Esiste, in base alle ricerche effettuate, un solo film TV, italiano, del 2007 diretto da Paolo Bianchini: Il giorno, la notte, poi l’alba. Tratta di un presunto incontro avvenuto fra Federico e Francesco d’Assisi. Una nota completa ed esauriente può leggersi sul sito Stupormundi.it specializzato in questioni federiciane.
  1. Regista di: Faust o la quadratura del cerchio, 1976; Otello del 1982; Coltelli nel cuore, 1986 da Brecht; Ritorno ad Alphaville, 1986 da Godard; Filottete di Sofocle nel 1987; Riccardo II di Shakespeare nel 1997; fondatore e animatore di gruppi teatrali; direttore artistico del Teatro Stabile di Torino dal 2007 ad oggi; regista di opere liriche: Don Giovanni (2002) e Le nozze di Figaro (2006 di Mozart, Torvaldo e Torliska (2006) di Rossini fino alle più recenti (2016) Morte di Danton di Buchner, La cena delle beffe di Giordano e Tre risvegli di Cavalli – Colasanti.
  1. Si acquista con estrema facilità su Amazon (€ 16,92), su Ibs, La Feltrinelli (€ 9,99) ecc.
  1. È così chiamato il tratto di costa della provincia di Chieti che va da Francavilla al Mare fino a San Salvo, passando per Ortona, Fossacesia, San Vito Chietino e Vasto. Deve il suo nome alla macchina da pesca su palafitta. Ringrazio della segnalazione il mio amico O. sempre curioso e generoso di informazioni.
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2 commenti per Piccolo Cabotaggio (5). Da Ancona alle Tremiti

  • Lorenza Del Tosto

    Caro Tano, questo viaggio in cui ci porti è meraviglioso, non pensavo di commuovermi tanto nel leggere articoli isolani di mare, promontori e cinema! Apprezzo il misto di nostalgia, di passato e di futuro e mi fa sorridere riscontrare la tua personalità che trasuda da ogni parola.
    Il tragitto è cambiato da subito discostandosi dal percorso tracciato all’inizio come è giusto che sia per ogni viaggio di vera scoperta dove un approdo ne innesca mille altri. Non ci hai chiesto né permesso né venia, ci hai fatto salire a bordo sicuro che avremmo approvato.
    E’ bellissimo girovagare così per chi, come te, si sente molto più a suo agio in terra che in mare sapendo soprattutto che l’agio migliore si trova in aria, tra sogni e nuvole. Bellissimi i personaggi che ci hai fatto incontrare: Rossellini, e l’Alberti tra i miei preferiti.
    Prima di arrivare ad Ancona pensavo che se il sindaco immaginario di Ponza non riuscisse ad organizzare la proiezione estiva un immaginario Nanni Moretti potrebbe essere felice di seguire il tuo piccolo cabotaggio nella sua arena estiva.
    Un saluto a te e ai tuoi simpatici compagni di viaggio, non vediamo l’ora di ripartire

  • Patrizia Maccotta

    Che belli questi viaggi in mare e lungo le coste che Tano ci regala; come ogni marinaio (anche se la sua nave solca le parole e le immagini), conosce tante storie… e le sa raccontare.
    Grazie per quel tempo che passa con noi!

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