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Il capitano Giuseppe Romano e il suo veliero

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di Giuseppe Romano

 

È un privilegio per il sito e per me presentare il drammatico racconto di un evento di 56 anni fa, che non è mai stato prima d’ora riportato in maniera così completa.
Il mio coinvolgimento diretto è di tipo familiare, in quanto Agostino Romano e la moglie Restituta (genitori del capitano di cui si dirà) erano rispettivamente il fratello e la cognata di mia nonna, Natalina Romano coniugata con Ciccillo Zecca.
Per tutta la famiglia Zecca della via Nuova, la casa e la famiglia
’i zi’ Restituta ’i vasci’u camp’, ’i Forne, erano una sponda affettiva e un riferimento importante.
Sandro Russo

 

Aveva lo stesso mio nome e cognome, Giuseppe Romano di Agostino (oggi, purtroppo, fu Agostino), anche il luogo di nascita era stato il medesimo, Ponza, Le Forna, via Sotto Campo Inglese. Solamente l’età ci differenziava, lui (l’unico zio da parte di mia mamma) della classe 1916, io del 1937.

La differenza di età non era eccessiva per cui quando raggiunsi l’età della pubertà lo zio divenne per me un punto di riferimento, come normalmente avviene per i bambini che hanno occasione di frequentare persone giovanili che danno loro protezione e sicurezza.
Fino all’estate del 1948, la mia famiglia viveva, insieme ai nonni materni, in quelle “case”, costruite tutte in file da sembrare un treno di stanze gialle con le cupole bianche, a piano terra, circondate da cortili bianchi, proprio Sotto Campo Inglese. La famiglia di Zi’ Peppe occupava le ultime dalla parte che guarda Cala Feola, ma durante tutto il giorno le due famiglie vivevano unite, insieme, mangiando allo stesso tavolo.

Le case di cui si parla nel testo, a via Sotto Campo, visibili dalla provinciale, in una foto recente

L’ambiente sopra delineato è la premessa necessaria per comprendere quale e quanto forte fosse il legame affettivo tra lo zio Peppe e me e la mia famiglia che nell’anno 1948 si trasferì all’Isola d’Elba, nel Comune di Marciana Marina.

Zi’ Peppe era piccolo di statura, ma uomo di grande personalità, come pochi, con spiccate attitudini al comando: un comandate nato.

Il capitano Giuseppe Romano

Il diploma di capitano fu per lui un atto prettamente formale. Il coraggio non gli mancava, temperato dalla partecipazione alla guerra civile in Spagna e poi dal servizio nella Regia Marina, come marinaio in Sardegna, all’Isola della Maddalena, nell’ultima guerra mondiale.
Aveva un senso pratico nell’affrontare e risolvere i problemi della vita quotidiana, instancabile nel lavoro, rispettoso e cordiale con i propri dipendenti e collaboratori e con il prossimo in genere.

A dx, seduto, Agostino Romano con il nipote Agostino Romano; a sx, seduta, Restituta Romano con la nipote Pompea Romano: genitori e figli del capitano Giuseppe Romano

Con il trasferimento della mia famiglia all’Isola d’Elba i rapporti famigliari non si affievolirono, perché lo Zio Peppe veniva a Marciana Marina, in casa nostra, ogni qual volta gli si profilava la minima occasione. Ricordo che, negli anni ’50, in attesa di trovare un buon imbarco, rimase in casa nostra, a Marciana Marina, un’intera estate, collaborando con mia madre (sua sorella) nella gestione del Bar Roma (oggi Bar Caffè “il Tempo”). Davanti al porto di Marciana Marina si fermava in rada col bastimento, quando il tempo e la rotta dei viaggi lo consentivano. Allora ci faceva visita a casa, possibilmente pranzava con noi ed era una gioiosa festa per tutta la famiglia.

Nel rievocare la tragica scomparsa di Zio Peppe e dei suoi quattro compagni di sventura avverto dolore e commozione, nonostante siano passati circa 56 anni da quella terribile Pasqua del 1961.

Graziella, moglie del capitano Giuseppe Romano, con il cane Milord

La sorella del capitano Romano Giuseppe, Allegrina con il marito Angelo Mazzella.
Allegrina perse contemporeaneamente il marito ed il fratello

La prima a sx è Ferminia sorella del capitano Giuseppe Romano, a seguire da sx a dx il figlio del capitano Agostino Romano con la moglie Genialda ed a dx Agostino Romano cognato del capitano

Il figlio del capitano Giuseppe Romano, Agostino con la zia Allegrina

Il capitano Giuseppe Romano, dopo essere stato al servizio di varie compagnie di navigazione, ricoprendo il ruolo di comandante oppure quello di primo ufficiale di coperta, verso la fine degli anni ’50, si decise a mettersi in proprio, acquistando in Sicilia (credo a Palermo oppure a Trapani) un bastimento in legno, alberato, di stazza intorno alle 300 tonnellate, munito di un motore di grossa cilindrata, un “Man”, fabbricato in Germania. L’acquisto avvenne in società con Spigno Aniello delle Forna di Ponza.
Il veliero venne subito posto in armamento e destinato al trasporto di merci lungo le coste dell’Italia e, comunque, entro il Mediterraneo.

MV Bartolo Rosaria

L’equipaggio era costituito oltre che dal comandante, Giuseppe Romano, dal motorista Francesco Aprea, dai due marinai, i fratelli Attilio e Angelo Mazzella (quest’ultimo cognato del comandante per aver sposato la sorella Allegrina) e dal mozzo, il giovane Biagino Spigno (figlio del comproprietario Aniello Spigno).

Dopo circa due anni di proficua attività, nel marzo del 1961 il Bartolo Rosaria venne noleggiato per un trasporto di rottami di ferro (sembra si trattasse di residuati bellici) da Aiaccio in Corsica a Pozzuoli (Napoli).
Col carico completo il bastimento partì da Aiaccio la sera del 25 marzo del 1961 e avrebbe dovuto raggiungere, la mattina del successivo 28 marzo, il porto di Pozzuoli. Quivi, secondo il programma stabilito, compiute le operazioni di scarico, nel giro di 30/40 ore, il bastimento avrebbe dovuto ripartire e raggiungere Ponza entro il primo aprile.
L’equipaggio, tutto ponzese, poteva così trascorrere in famiglia il giorno di Pasqua che cadeva il 2 aprile. In quei giorni il mare era di una calma impressionante.

Il Bartolo Rosaria non arrivò mai a Pozzuoli e, passato invano ad attenderlo tutto il giorno 28, il destinatario del carico si decise a telefonare a Ponza per sapere, come pensava, se, invertito il programma, la nave si fosse fermata a Ponza (l’isola si trovava quasi sulla rotta) e poi, dopo la Pasqua, si sarebbe diretta a Pozzuoli. A Ponza, invece, si credeva che il bastimento fosse ancora in banchina a Pozzuoli per le operazioni di scarico.

La telefonata mise in allarme tutte le famiglie dei componenti l’equipaggio e quella dello zio Peppe subito si precipitò a telefonare a Marciana Marina nella speranza che quivi il bastimento si fosse fermato. Anche a Marciana Marina il bastimento, purtroppo, non si era visto.
Allora, esplose la tragedia!
Il Bartolo Rosaria, con tutto il suo equipaggio, era sparito nel nulla!
Pianti, urla, preghiere, sospetti e considerazioni le più svariate, invasero e dominarono Ponza e Marciana Marina, unite nel dolore. Lo zio Peppe era conosciuto a Marciana Marina dove per le sue assidue e durature frequentazioni poteva godere di numerose e consolidate amicizie. Ricordo un Venerdì Santo terribile, impossibile dimenticarlo!

Passarono tre o quattro giorni dopo la Pasqua, ma del motoveliero non si riuscì a sapere nulla, se non che era partito da Aiaccio diretto a Pozzuoli. Poi alcune barche da pesca che frequentavano l’ampia zona di mare tra l’isoletta di Palmarola e il Monte Circeo cominciarono a rinvenire oggetti vari, come tavole di piccole dimensioni, bottiglie vuote di vetro e di plastica, ed altri oggetti che furono ritenuti come appartenenti al Bartolo Rosaria e, appena dopo, il giorno successivo al rinvenimento di questi oggetti, un peschereccio di Anzio vide, nella medesima zona, galleggiare un cadavere. Lo recuperò. Era quello di Angelo Mazzella.
A meno di un miglio di distanza il peschereccio rinvenne anche un pezzo dell’opera morta del bastimento (si trattava di un bordo di circa 8 metri) nonché le pareti e la copertura della cabina più alta (che era situata a poppa) dove erano installate le attrezzature di comando: la ruota del timone, la bussola e quant’altro necessario alla navigazione.

Il cadavere, nonché i rottami trovati dal peschereccio, vennero dal medesimo portati ad Anzio. Quivi fu eseguita l’autopsia ed emerse che il povero Angelo Mazzella era rimasto vivo in acqua per ben 72 ore.
La presenza sul petto di una grossa e vistosa ecchimosi era la prova che in quelle terribili ed interminabili ore si era tenuto aggrappato col petto e con le braccia a quel bordo spezzato rinvenuto. Poi, stremato, era deceduto per assideramento. Il corpo era affondato e poi, dopo qualche ora era riemerso.

Nessuna altra traccia del Bartolo Rosaria venne trovata. In quella ampia superficie di mare tra Palmarola e Monte Circeo, la notte tra il 26 e il 27 marzo 1961 (come a posteriori venne calcolato) il bastimento era affondato seppellendo dentro i suoi locali, in fondo al mare, il suo comandate Giuseppe Romano, il motorista Francesco Aprea, il marinaio Attilio Mazzella ed il giovane mozzo Biagino Spigno. Solamente Angelo Mazzella poté avere degna sepoltura nel cimitero monumentale dell’isola di Ponza.
Tale circostanza è agevolmente ricollegabile a quanto in appresso riferiremo in merito alle cause dell’affondamento.

Sulla dx l’avv. Giuseppe Romano e a sx il fratello Lino Romano

Nell’immediatezza dei fatti mi recai a Ponza e ad Anzio per avere più precisi ragguagli sulla tragedia e soprattutto per tentare di riuscire ad individuare le cause di simile disastro.
All’epoca ero studente nella facoltà di giurisprudenza presso l’Università di Pisa, ma già frequentavo l’anziano Avv. Vado Vadi di Marciana Marina che aveva conosciuto lo zio. Collaborai con l’avvocato nell’esame approfondito di quanto era successo al fine di individuare le possibili cause dell’affondamento, anche alla luce delle notizie, ritenute di sommo interesse, da me apprese a Ponza e ad Anzio.

[Il capitano Giuseppe Romano e il suo veliero (1)Continua]

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