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La mia Zannone

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di Domenico Musco

 

Senza volermi mettere in competizione con “La mia Africa” – anche se fatte le debite proporzioni le emozioni sono le stesse -, provo a condividere i miei ricordi su Zannone.

Andare ‘controcorrente’ mi è sempre piaciuto e, quando tutti andavano a Palmarola – da tutti considerata “l’isola” per eccellenza -, io con il mio gozzetto di legno, andavo quasi ogni giorno a Zannone
Questo l’ho fatto per anni, rifiutando Palmarola, perché era troppo caotica.
Zannone mi faceva sentire me stesso in un modo più intenso e diverso che altrove; potevo capire i monaci cistercensi che si ritirarono su quest’isola a pregare e meditare.


“Andare” a Zannone è più facile che “tornare da-”.
Chi va per mare sa che il ritorno da Zannone al porto di Ponza, al pomeriggio/sera, è un po’ problematico perché si mette sempre un ponentino insidioso e incalzante… a prenderlo di prua su ogni onda, con i gozzetti di allora, ti facevi un bagno dalla testa ai piedi: ’a famosa ‘sbruffessa’!
Per questo, e anche per altri motivi, tutti i noleggiatori consigliano ancora e sempre Palmarola, perché ci si gode il tramonto e non ci si bagna.
Io comunque mi ero attrezzato con un telo di plastica per la traversata e avevo in parte superato il problema .

’I scuglietelle, ’a chiana ’i miezz’ e ’u scoglie russo erano altri problemi se facevi tardi a rientrare; sono pericolosi per la navigazione notturna! Non a caso gli antichi romani con la loro vela latina (dotata di scarsa manovrabilità) hanno subito da quelle parti tanti affondamenti che li chiamavano “gli scogli del diavolo”… E infatti il fondo marino in questo pezzo di mare è ricco di tracce di naufragi di navi romane.

I miei figli ormai adulti si ricordano molto bene di Zannone, proprio perché era la mia/loro meta preferita.
Ricordo perfettamente i tanti pranzi alla ‘villa’ dove le pentole in cucina appese al muro brillavano come tanti specchi splendenti e il forno usato tante volte per cucinare i dentici arrostiti con le patate, presi con la coffa in quel mare splendido; ovviamente quando non c’erano gli affittuari….


Salvatore “Purpettone” il guardiano, la moglie e la grande ‘nonna’ curavano quella casa con il giardino intorno in una maniera impeccabile, anche dopo l’inserimento nel Parco del Circeo .
I più sfaticati erano gli asini! I ciuccie appena vedevano una barca che veniva da Ponza scappavano nel bosco e per prenderli ci volevano tre giorni. Così Purpettone portava lui tutti i viveri su alla villa ‘a spalle’, in mancanza dei somari che avevano imparato a rifuggire dalla fatica.
Imparata la lezione li doveva legare giù al Varo qualche giorno prima di quando era previsto un arrivo, per poterli far lavorare. Ma spesso si metteva il cattivo tempo (non c’erano i telefoni, allora!), tutti i piani saltavano e allora i somari erano lasciati liberi… ma guardavano sempre l’orizzonte per scappare prima di essere legati di nuovo.
La mia prima muta mi fu regalata proprio da Purpettone: era di un nipote del marchese Casati che non si immergeva più.

Da buon omme masculo domandai più volte a Salvatore, con cui avevo ormai molta confidenza, se aveva visto la marchesa in qualche atteggiamento osé, ma lui mi rispose che non aveva mai visto neanche un seno scoperto perché quando voleva pigliare il sole sui terrazzi della villa non faceva avvicinare nessuno a distanza di 500 metri.
Mi ha raccontato invece che il marchese stava giornate intere a caccia di uccelletti per catalogarli, perché era un esperto ornitologo e a Purpettone toccava vogare tutto il giorno con la barca, da un punto a un altro di Zannone per prendere in consegna questi pennuti. Pare che fosse riuscito a catalogare solo di capinere ben 180 tipi e tantissimi altri volatili stanziali, e non, in vari anni di lavoro. Mi sono chiesto più volte se per tutto questo materiale, degli appunti presi e dei libri scritti dal marchese, il Parco abbia mai fatto una ricerca o tentato un recupero.

Zannone per me era anche la chiusura dell’anno scolastico ponzese delle scuole medie, almeno quando insegnavo io. Facevamo delle “giornate ecologiche” visitando nel bosco la grande quercia e tutto il sentiero cistercense, concludendo poi con una grande cena di fine anno a base d’i fellune che pescavo io. Forse qualcuno dei miei ex alunni se ne ricorda ancora…

Ho ancora vivido il ricordo dei mufloni che venivano a mangiare il granturco dalle mani della ‘nonna’: lo portavo io da Ponza, perché nessuno portava loro nulla da mangiare (e qui stavamo già in epoca ‘gestione Parco’); della raccolta della mortella per preparare le tese con le bandierine, per la festa di San Silverio; come pure i resti del forno che stava sulla spiaggia e serviva per fare la calce, residuo storico di antiche consuetudini, di quando “i ponzesi” prendevano sull’isola la breccia e il legno in quanto destinatari di un antico atto di enfiteusi. Tra l’altro Zannone si è salvata dal disboscamento che i coloni fecero a Ponza e a Palmarola perché pare che un nipote di Ferdinando di Borbone convinse lo zio ad emettere un decreto per farla rimanere intatta, così come oggi possiamo vederla, ovviamente per sue predilezioni di caccia.

Potrei aggiungere tantissimi altri ricordi de “La mia Zannone” – quelli subacquei, per esempio -, ma concludo saltando a tempi abbastanza recenti (o quasi) con Elizabet plurilaureata di Salisburgo, artista e scrittrice che, arrivata a Zannone per una ricerca sui cistercensi, si innamorò di Purpettone (che nel frattempo era rimasto vedovo).
Elizabet, che è vissuta per anni a Zannone, mi diceva che dapprima dipingeva nei suoi quadri tutto ciò che vedeva da Zannone: vista di Ponza… di Ischia, uccelli al tramonto… Sui quadri rappresentava l’idea della voglia di andare via dalla cosiddetta ‘civiltà’.
Poi, dopo qualche anno, è passata a dipingere quello che vedeva dentro Zannone: anche lei si era innamorata dell’isola..!

 

Nota della Redazione
Per altre storie di Zannone, vissute circa negli stessi anni in cui si svolgono i fatti raccontati da Domenico, leggi qui sul sito:
L’isola misteriosa (1)
L’isola misteriosa (2)
L’isola misteriosa (3)

Zannone vista da Procida (foto di Francesco De Crescenzo)

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