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Piccolo cabotaggio (4). Da Rimini ad Ancona

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di Tano Pirrone

 

– Non se ne parla nemmeno – disse G. premendo con decisione il tabacco nel fornelletto della pipa di turno – Manco da trent’anni da Rimini e non me ne vado senza aver fatto un giro per la città ed aver rivisto quel gioiello di architettura che è il Tempio Malatestiano. Neanche a parlarne!
Io che sto ad una barca come un luogo di meditazione sta al Bioparco di Roma nelle mattinate di sabato e di domenica, ero pienamente d’accordo. Ma stavo zitto, in surplace, perché sapevo che S. avrebbe preferito partire subito ed arrivare alle Tremiti il più presto possibile, in modo di starsene poi tranquillo in terraferma qualche giorno. Non era più abituato a passare tanto tempo su una barca, ché, con le gambe a pezzi che si ritrovava, la tolda non era proprio il posto migliore dove trascorrere le giornate. Gli mancavano il cane, la bicicletta e l’ozio sfottente delle mattinate passate al bar del Bioparco, anche se G. ed io ci davamo da fare per tenerlo su di tono.
S. cercava di coinvolgermi in questa decisione, perché sapeva che anch’io avevo difficoltà a camminare e che risentivo ancora della caduta di qualche giorno prima, proprio alla partenza dal Lido di Venezia. Non aveva torto. Lì, però, a poche centinaia di metri c’era, immobile e senza tempo, uno degli oggetti che amo di più, proprio quel Tempio, che G. voleva rivedere.
Stava ficcato al centro di una città bellissima e da tutti i cinefili amatissima. Mi arresi ancor prima che lo scontro cominciasse: sarei andato con G. in visita alla città. S. pur di non rimanere solo, accettò di aggregarsi, ponendo solo alcune condizioni organizzative utili a salvaguardare le ginocchia usurate dal tempo ma ancor più dal rugby. Fu così che chiamammo un taxi; pochi minuti dopo eravamo davanti al Tempio.

Troppo lunga la storia dell’edificio religioso, intrecciata con la storia di Rimini e delle famiglia detta Mala Testa, che dominò la città e buona parte della Romagna fino al 1528, troppo lunga per raccontarla in questa nota di viaggio. A noi importa ricordare l’artefice dell’“involucro”, il grande umanista Leon Battista Alberti, vissuto in epoca “precolombiana”, intellettuale colto, raffinato, emblema dell’uomo rinascimentale, incessante studioso dell’antico e infaticabile progettista di modernità, cantato da Roberto Rossellini nella terza puntata del programma per la televisione L’età di Cosimo, 1973 (L’esilio di Cosimo, Il potere di Cosimo e Leon Battista Alberti) (1).
Rossellini si era dedicato da tempo con coerenza a quelli che erano i suoi principi del neorealismo etico ed estetico che lo porterà sulla strada difficile del cinema antinarrativo e didascalico, trovando il miglior campo di applicazione nella televisione, cui si dedicherà costantemente fra il 1964 e il 1974(2).
Rossellini ritiene che si debbano rintracciare nel passato, nelle grandi figure della storia, le ragioni del presente: meglio ancora i motivi fondamentali di una civiltà che rischia di naufragare e che proprio in quel passato può trovare una soluzione. La ricostruzione storica che egli fa non è mai erudita. Egli indaga nei fatti quotidiani, nei comportamenti. La narrazione cede all’osservazione: diventiamo spettatori e testimoni della vita quotidiana e degli atti minori, le difficoltà e le gioie che possiamo riconoscere come nostre.
La figura di Leon Battista Alberti è pedinata con discrezione ed efficacia a partire dal suo ritorno nella Firenze di Cosimo e fino al rientro a Roma, nel 1471, accompagnato dal giovane Lorenzo, signore di Firenze, nipote di Cosimo e attivamente impegnato a divenir “Magnifico”.
L’Alberti morirà l’anno successivo, lasciandoci in eredità i suoi saggi, e le sue opere architettoniche, fra cui, appunto il Tempio Malatestiano e, a Firenze, il completamento della facciata di Santa Maria Novella. In particolare il Tempio Malatestiano rappresenta, pur nella sua incompiutezza – e forse proprio o anche per questo – la sintesi del pensiero e della prassi del grande umanista, il culmine delle aspirazione umanistiche nell’architettura del rinascimento.

Non potevamo, visitato il Tempio, tornarcene subito al porto. Così ecco organizzato un giro della città, per rivedere alcuni splendidi gioielli, accumulati nel corso dei secoli: l’Arco di Augusto, il ponte di Tiberio, i palazzi gotici dell’Arengo e del Podestà, i palazzi Garampi, Gambalunga, Buonadrada, la fontana della Pigna e tanto altro e in questo tanto, in cima, il mitico Grand Hotel.

Torniamo alla barca, in tempo per godere della cenetta preparata da Alvise, il marinaio più anziano ed esperto, un sessantino segaligno e bruciato dal sole, onnisciente e tuttofare. Innaffiata, la cenetta, da un ottimo Romagna Albana, frigido e secco, quel tanto da permettere alla notte riminese di accoglierci ospitale e dolcemente cullante.

Salpiamo l’indomani, alle prime luci dell’alba, con calma, per passare in rassegna la costa da Rimini ad Ancona, che si allunga come un lungo pacifico arco. Mi viene in mente l’arco appena più lungo (il Longbow di Robin Hood?) con un estremo a Ferrara e la sua bassa e l’altro, appunto, ad Ancona. Lungo questo arco si svolge la storia di Gino Costa e di Giuseppe e Giovanna Bragana, i personaggi principali insieme con lo Spagnolo del primo film di Luchino Visconti, Ossessione(3), 1943: dalla ex dogana, posta a pochi chilometri oltre il Po che da Ferrara porta a Padova, alla città degli Estensi, a Codigoro e poi, giù a Senigallia, dove Gino (Massimo Girotti) è nato; ad Ancona dove “fugge” dall’equivoca situazione creatasi con Giovanna (Clara Calamai) ed il marito Giuseppe (Juan de Landa, doppiato con accento romagnolo da Gino Cervi) e dove arriva con lo Spagnolo (Elio Marcuzzo). E poi c’è quel “più lontano possibile” dove lo Spagnolo gli consiglia di andare, presago della tragedia imminente; quell’ “imbàrcatil’aria del mare ti sgombrerà la testa” consapevolmente suggerito, nella vaga speranza di dissuaderlo dalla passione che lo consuma e deprime.
Alle origini del film c’è il romanzo noir di James M. Caine “Il postino suona sempre due volte” (The Postman Always Rings Twice), 1934, da cui sono stati tratti, oltre Ossessione, il film del regista francese Pierre Chenal Le derniere tournant, 1939 e i due film omonimi Il postino suona sempre due volte di Tay Garnet, 1946 (con Lana Turner e John Garfield) e di Bob Rafelson, 1981 (con Jack Nicholson e Jessica Lange).

Buona parte della critica considera per certi versi Ossessione il capostipite del cinema neorealista. Può darsi. Ma il film, a mio avviso, si sostanzia dei dieci anni trascorsi da Visconti in Francia, dove collaborò attivamente con Carné e Renoir, e assume, da una parte, i connotati del noir francese, assimilandovi i connotati americani di Pavese, Vittorini ed Emilio Cecchi, dall’altra, trasferendo l’originaria ambientazione californiana nelle lande della bassa padana (l’originario titolo Palude fu cambiato per imprescindibili decisioni censorie).
Vibra nel film la corda del melodramma, che Visconti saprà far vibrare in modo superbo, ineguagliabile tanto sul palcoscenico che nella sua produzione cinematografica: straordinario esempio di quel gusto viscontiano per le storie di dannazione e di sconfitta, il suo culto per la distruzione e la morte, la sua attenzione per l’estenuazione e la decadenza.
Gli attori: bella e dannata la Calamai, che – imposta in luogo della Magnani in evidente stato di gravidanza e della Denis – arrivava dal set de La cena delle beffe di Alessandro Blasetti, 1941, dopo la famosa scena a seno nudo; bel tenebroso Massimo Girotti, oggetto del desiderio di Giovanna e dello Spagnolo, dalla lunga straordinaria carriera agli ordini di molti ottimi registi, da Mario Soldati (Dora Nelson, 1939) a Ferzan Özpetek (La finestra di fronte, 2003); l’equivoco anarcoide interpretato da Elio Marcuzzo(4) (Lo Spagnolo).

Massimo Girotti e Elio Marcuzzo (lo Spagnolo) in una scena di Ossessione 

Senza pretendere di far concorrenza al Rex – il transatlantico al cui passaggio nelle acque di Rimini Fellini dedicò l’immortale scena – filiamo, nel mare tranquillo, godendoci in una lunga carrellata quell’unicum turistico che è la costa adriatica: Riccione, Misano e Gabicce; poi le Marche, con Pesaro, città natale di Rossini e sede del Rossini Opera Festival e, per restare nel nostro ambito, della Mostra internazionale del Nuovo Cinema (cfr. la voce corrispondente su Wikipedia), ideata nel 1965 e diretta fino all’89, dal compianto storico e critico cinematografico Lino Miccichè con l’obiettivo di promuovere le opere prime nel senso non anagrafico del termine.

Un tributo cinematografico alla vita e all’opera di Rossini è firmato da Mario Monicelli, che accettò di dirigerlo, dopo il rifiuto di Robert Altman, dovuto – si dice – alle troppe pressioni ricevute – chiamiamole, se volete, raccomandazioni – soprattutto da parte di “politici”. Pur avendo un buon cast, Rossini! Rossini!, 1991 non è un gran film, ma merita di essere visto, soprattutto se si è interessati alla bella musica, e al bel canto – in particolare – e se si vuole conoscere di più su uno dei grandi geni della musica che nella terra italica hanno avuto i natali.
Un Monicelli che deve fare il compitino e portare a casa il risultato ha a disposizione Philippe Noiret (Rossini anziano che racconta la sua vita, con ricorso a numerosi flashback), Sergio Castellitto (Rossini giovane nel pieno del vigore creativo e… copulativo), Giorgio Gaber gigionesco interprete dell’impresario Domenico Barbaja), Vittorio Gassman nelle vesti di Beethoven, scomparso dalla versione originale e che ancora gira sordo e declamante in quel limbo in cui ramingano i personaggi del cinema che il pubblico non ha mai potuto vedere. Devo segnalare, per gli appassionati del bel canto la scena del castrato Velluti (da YouTube), che canta, ammirato dal padre di Gioacchino, che voleva far fare al figlio la stessa fine per assicurargli l’avvenire!

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Il David di Donatello 1992 premia la costumista Lilla Nerli Taviani. Moglie del prolifico Paolo, ha vinto nella categoria un altro David di Donatello (Habemus Papam, 2012) e tre volte il Nastro d’Argento (Good Morning Babilonia(5), Parenti serpenti(6) e Habemus Papam(7)).

Scivoliamo senza fretta sulle note delle arie rossiniane, dello Stabat Mater e delle Sonate per archi (Camerata Bern, 1985, Deutsche Grammophon), che avevo infilato, previdente, nel borsone al momento di partire.

Giungiamo alla penultima tappa adriatica: Ancona, antica città portuale, ricca di traffici e di laborioso intraprendere. Fondata nel IV secolo a.C. dai Greci di Siracusa, che le dettero il nome agkón, che in greco significa “gomito”, dalla forma del promontorio che si chiude a formare un porto ampio e sicuro. La cosa riempie di orgoglio il mio cuore di siracusano e di colono greco approdato 2800 anni fa nella Sicilia delle Sirene e dei Ciclopi, di Vulcano e di Proserpina. Pensare che un mio avo sia poi ripartito, qualche secolo dopo, abbia risalito la sponda adriatica e, con l’innata capacità tutta dorica di trovare approdi e fiumi da risalire e montagnole su cui costruire nuove città e teatri, anfiteatri e templi, abbia scoperto la splendida insenatura formata dal promontorio che si richiude a protezione, mi fa sembrare meno periglioso questo innaturale viaggio su di un legno con tanta tela e tanta incoscienza.

Un film per Ancona? La stanza del figlio di Nanni Moretti, 2001(8).

Premetto che io sono critico poco affidabile: amo Moretti e gli perdono tutto; ho fatto anche il girotondo con lui davanti alla Rai a viale Mazzini, quando ancora pensavamo che bastasse un girotondo per cambiare almeno qualcosa… erano gli ultimi istanti di un mondo che sento già finito e lontano.
Girotondavamo l’anno dopo l’uscita nelle sale del film, che però vidi solo due o tre anni fa: ho lasciato che decantasse per una dozzina di anni, per farne attenuare la forte carica drammatica. Conoscendo la trama del film ed avendo avuto nell’ormai lontano passato esperienze simili, non avevo voluto che mi si ridestassero dolori sopiti sotto la cenere grigia degli anni.
Poi l’ho visto e ne ho apprezzato la misura, il difficile equilibrio fra l’invidiabile famiglia di “prima” ed il deflagrante dolore di “poi”. Ho conosciuto quei muri, la rabbia sorda senza rassegnazione, il dolore senza limiti della privazione, del definitivo distacco, dell’impoverimento del bagaglio dei ricordi, il loro sfigurarsi inesorabile anno dopo anno, l’obbligatorietà del cammino solitario, la mancanza di un pezzo di sé che non potrà più ricrescere; e i pianti improvvisi di notte con lacrime disperate e senza rassegnazione.
Che cavolata, scrivere come hanno scritto, che nella prima parte Moretti è Moretti e nella seconda parte Moretti non è più Moretti! Nessuno, ferito a morte, è più quello di prima; la nostra vita è fatta di “prima” e di “poi”. Punti di non ritorno, Capi senza Speranza che doppiamo, affidando la nostra vita al vento ed alla pioggia. Miriadi di prima e di poi che inanelliamo e che fanno della vita la nostra vita.
Nanni è bravo a spianare la strada all’acme della storia, attraverso la serena vita comune di una famiglia borghese, educata, colta, laica: lui, Giovanni (Nanni Moretti), il padre, psicanalista; lei, Paola (Laura Morante, bellissima ma un po’ disassata), la madre; un figlio di 17 anni, Andrea (Giuseppe Sanfelice) carino, educato, accomodante, vittima predestinata; la figlia di 14 anni, Irene (Jasmine Trinca(8)).

Il dramma è introdotto da un banalissimo comportamento di Giovanni – gentile, ma non dovuto, era domenica mattina – nei confronti di un suo cliente, che gli chiede di andare a trovarlo a casa, invece che andare col figlio a correre insieme, com’erano soliti fare. Andrea, libero da quell’impegno, raggiunge il gruppo con cui fa pesca subacquea, per non più tornare.
Un destino imprevedibile inghiottirà il mite Andrea e rischierà di distruggere tutta la famiglia. Rapporti scardinati, lavori in malora; forse per sempre, se non comparisse sulla scena Arianna (quella del filo, si, del filo che salva Teseo dal Minotauro, l’Orco che divora il cuore e la mente, il Buco senza fine che inghiotte e disperde ogni cosa nel Nulla); [nella colonna sonora del film, il disco che il padre sceglie in memoria del figlio è già stato presentato sul sito: ascolta qui].
Arianna ha amato per caso e per poco Andrea e Andrea le ha mandato delle sue foto, autoscatti di sé felice nella sua stanza. Le foto sono talee, piantate nei giorni amari. E le talee spesso radicano e si fanno pianta.

Note

  1. € 20,99 on line da La Feltrinelli, l’elegante cofanetto con i tre Dvd.
  2. A questo periodo appartengono: L’età del ferro, 1964; La prise de pouvoir par Louis XIV (La presa del potere da parte di Luigi XIV), 1966; Idea di un’isola e La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza, 1967; Atti degli Apostoli, 1968; Socrate, 1970; Pascal, 1971; Agostino d’Ippona, 1972; L’età di Cosimo, 1973; Cartesius, 1974.
  3. La Repubblica – L’Espresso ha in pubblicazione “Il cinema di Luchino Visconti”, 19 Dvd con tutti i film del Maestro; Ossessione è uscito il 24/12/2016 ed è reperibile come arretrato. Fondamentale, per la comprensione del film e di Visconti il saggio di Lino Micciché “L’opera prima” in “Luchino Visconti”, tascabili Marsilio / Cinema, 2009.
  4. Elio Marcuzzo. Antifascista finirà, da lì a qualche mese ucciso per “un terribile equivoco, una storia per me amarissima e triste. Elio condivideva le nostre speranze e il nostro odio per il fascismo”, come dichiarò molto tempo dopo Pietro Ingrao, che collaborò – non accreditato – al tavolo degli sceneggiatori, insieme con Visconti, Mario Alicata, Giuseppe De Sanctis, Gianni Puccini, Alberto Moravia (non accreditato) e Paolo Pietrangeli (non accreditato).
  5. Diretto da Vittorio e Paolo Taviani, 1987, con Charles Dance, Vincent Spano, Greta Scacchi, Joaquim de Almeida.
  6. Diretto da Mario Monicelli, 1992, con Alessandro Haber, Cinzia Leone, Marina Confalone, Monica Scattini, Pia Velsi, Paolo Panelli.
  7. Diretto da Nanni Moretti, 2011, con lo stesso Moretti, assieme a Michel Piccoli e Margherita Buy.
  8. La Repubblica – L’Espresso ha pubblicato tutti i film di Moretti; si può comprare come arretrato ad € 11,90. Copie di quell’edizione si trovano su Ebay a € 5,99. Su Amazon si compra a € 7,99. Si trova anche su La Feltrinelli (€ 9,99) e Ibs (7,99).
  9. Jasmine Trinca. Moretti la sceglie dopo duemilacinquecento provini e lei lo ricompensa con una encomiabile partecipazione, tanto da meritare apprezzamenti di critica e di pubblico al Festival di Cannes 2011 dove il film vince la Palma d’Oro, la candidatura sia al David di Donatello, sia Al Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista; il Ciack d’oro alla migliore attrice non protagonista; il Globo d’oro alla migliore attrice esordiente; il Premio Guglielmo Biraghi ai Nastri d’argento 2001.

 

[Piccolo cabotaggio (4). Da Rimini ad Ancona – Continua]
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1 commento per Piccolo cabotaggio (4). Da Rimini ad Ancona

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