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Lascia stare i Santi. Note a margine

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di Enzo Di Giovanni

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– Sono passati pochi decenni, ma sembra un mondo scomparso! – è la prima cosa che viene da dire all’inizio della rappresentazione, a significare l’apparente distanza spazio-temporale tra le immagini che scorrono e la modernità.
Poi scopriremo, nel corso dei 75 minuti di visione, che in realtà la distanza temporale è anche minore: anzi, in molti casi siamo appena ad ieri, e te ne accorgi dalle acconciature dei capelli, dai piercing e dalla disinvoltura dei protagonisti davanti alla telecamera.
Mossi dalla segnalazione di Luisa Guarino – La preghiera di Ponza nel film “Lascia stare i santi” -, ne abbiamo raccolto il testimone e qualche giorno fa al teatro Ariston a Gaeta, abbiamo partecipato ad un viaggio in un’Italia parallela, in cui i termini di arcaico o contemporaneo non hanno valore alcuno: semplicemente è un mondo che ci scorre accanto, invisibile ma prorompente, a-storico ma attuale, umile ma potente, violento nelle sue espressività.

Ovviamente confermo il giudizio di Luisa: è un importante lavoro di ri-scoperta, quello di Gianfranco Pannone ed Ambrogio Sparagna, realizzato in gran parte attraverso il recupero di filmati straordinari ripresi dall’Istituto Luce, ma anche con materiale moderno, tra cui il delizioso cammeo che chiude il film, con la processione dell’Immacolata di Ponza, realizzata nel 2015.

Talmente importante e bello, che non ho resistito alla tentazione di aggiungere delle osservazioni personali.

Quale è il filo conduttore? La riproduzione, apparentemente quasi casuale, del rapporto col sacro, rappresentato in tutto lo stivale ma soprattutto nel Meridione da decine e decine di filmati, spezzoni, interviste, in cui la musica, la scenografia, la coreografia, il pathos si impongono ed escono dallo schermo. Perché in ogni angolo del nostro paese ci sono ricorrenze religiose che si esprimono, partendo da una base comune fatta di preghiere cantate, processioni, carri allegorici, in maniere e forme assolutamente originali.
E’ il sacro – ma anche il profano – di un’Italia popolare, contadina, povera ed orgogliosa che si esprime attraverso la devozione al proprio santo.
Dalla processione di S. Michele che da Maranola si inerpica nel bellissimo scenario del Redentore, alla corsa dei Ceri di Gubbio, a San Domenico avvolto dai serpenti a Cocullo, a Santa Monica e gli incappucciati, e tante altre…


Non è solo il bisogno di sacro: è tutto un mondo, in gran parte rurale (quel mondo contadino che è stato l’ossatura del nostro paese per secoli), che si riappropria dei propri simboli e li rielabora. Ogni paese secondo una propria sensibilità e propria caratterizzazione.
E non sempre è indolore questo passaggio: basti pensare al tarantismo ed alla devozione delle tarantolate a S. Paolo, spesso appena “tollerata” dall’ufficialità clericale, perché troppo intrisa di paganesimo e sensualità, ed intimamente connessa ad un senso di ribellione all’ordine costituito…
Un mondo che non è finito, se è vero che ancora oggi molto giovani, che nella vita si sono allontanati dalle origini, ritornano al paese per partecipare la propria appartenenza.

Un mondo parallelo, dicevo all’inizio.
E in parallelo, come non notare la forza evocativa dei volti vecchi, che ognuno di noi porta dentro, dei rugosi, stracciati braccianti di inizio Novecento che aprono il documento?
Come non notare la distanza di quei volti che cercano di fuggire dalle telecamere e che sono impastati di vita vissuta, di fatica, di territorio, con i volti asettici, tutti uguali, dei selfie dei giorni nostri?
La distanza di chi esprime la propria esistenza con il semplice esserci, rispetto a chi si deve mascherare per esprimere non un volto ma una riproduzione, come vediamo negli innumerevoli reality, che di reale non hanno nulla.

La cosa che più traspare, in quello che sembra un carnevale di suoni e colori è la gioia.
La gioia spontanea, primitiva, di far parte di una comunità.
E di essere in comunione non solo tra le persone, ma anche con la natura: come nel pezzo forte, violento, della mattanza di Favignana, in cui i pescatori della tonnara invocano il Cristo non solo per propiziare la pesca, ma anche per chiedere perdono alla natura offesa, al sacrificio del sangue versato dai tonni per il proprio sostentamento.
Tutto il documento ci scorre davanti senza un attimo di tregua, e durante tutta la visione un interrogativo ci accompagna come un mantra: che cosa abbiamo perso?

Spesso a Ponza parliamo di perdita di residenzialità, come del male moderno che mina le radici della nostra comunità. In realtà è un gioco a nascondersi: il male non è solo nel numero di abitanti. Le fluttuazioni dei residenti, a Ponza come altrove, non è indicatore sicuro di abbandono: a volte sono fisiologiche.
Quando manca il senso di appartenenza bisogna preoccuparsi: quello è un indicatore sicuro!
Le comunità di ponzesi sparse nel mondo, come ben sappiamo, vivono, si appoggiano alla devozione a San Silverio per esprimere il loro essere comunità.
Perché il santo – e questo concetto nel documento di Pannone e Sparagna è espresso in maniera chiara – è l’intermediario tra l’uomo e la divinità. Il santo è uno di noi, che pensa come noi: – Non preghiamo solo Gesù Cristo… – dice una vecchia contadina in una battuta del film – noi abbiamo i nostri santi e ce li dovete lasciare stare!”.
E’ fragile il filo che lega un popolo: il nostro mondo è troppo veloce ed immemore ed è incredibile pensare che bastino a volte pochi anni per cancellare usi secolari, a volte millenari.
E con essi, la difesa del proprio mondo.

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