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Pane e natura

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di Silveria Aroma

 

– Nonna perché si chiama sanguinaccio?
Silenzio.
– Mica è fatto col sangue?
None.
Davo un altro morso a quella fetta di pane coperta da uno strato cremoso di cacao, zucchero e chiodi di garofano legati in un equilibrio perfetto; un mondo si svelava alla mia bocca mentre le papille esultavano; il sanguinaccio di Silvia non temeva concorrenti, ma era presente in casa soltanto in certi periodi.
Il pane più di frequente era ricoperto di bianca quagliata, fresca e deliziosa. Oppure era un culurcio riempito di pomodoro, olio, sale, origano e strepitose melanzane sottolio. La merenda del campione, sì sì, tale e quale.
Spesso il latte della colazione mattutina era di capra, rigorosamente bollito.

La gola, il più bello dei vizi capitali!

Lo sapevo io che c’era il sangue! – gridai qualche anno dopo entrando in casa, sentendomi tradita più da chi aveva voluto chiarirmi la faccenda, comportandosi da saputella, che da Silvia.
Nell’amore ci si intende anche sulle piccole bugie e sui segreti di sangue.

La gioia dell’intravedere – nell’angoliera girevole della cucina – quel boccaccio bianco a fiori azzurri resta indelebile, anche se non ne mangiai mai più.


Sdraiata nell’erba de I Guarnieri (il vecchio campo di calcio) a guardare il cielo avevo ricaricato le batterie di energia buona; è lì che vado quando ho poco tempo e tanta voglia di respirare alberi e silenzio, magari tentando invano di acchiappare con l’obiettivo rapide ranocchie.

Avevo lasciato il sentiero e ripreso le scale per tornare verso casa quando una signora, intenta a salire, mi sorrise occhi compresi; mi chiese dove fossi stata di bello e mi invitò – sorridente ma decisa – a casa sua per un caffè.
Sono caffettera e curiosa, accettai.
Tu sei la nipote di Assuntina? – chiese preparando il caffè.
Un po’ imbarazzata le risposi di essere la nipote di Silvia.
E la sorella di Silvia come si chiamava?
Assuntina.
E allora lo vedi che sei nipote a Assuntina!?
Non fa una grinza. Non posso che giustificarmi spiegando che la zia di mia madre è morta troppo presto per i miei ricordi.
Era brava, un morso di pane.

Lei e zia Assunta dormivano spesso insieme da ragazze, prima che la signora – novella sposa – partisse per gli Stati Uniti dove ha vissuto e lavorato per trentadue anni prima di tornare alla sua isola.
Per le due amiche l’occasione più importante dell’anno per dormire insieme, e per condividere tempo e fatiche, era legata al maiale, alla sua uccisione e alla lavorazione della carne e del sangue.
Altri tempi – si rammarica – non c’erano invidia e gelosia comme e mmo’, ci si voleva bene. Io aiutavo a te, tu aiutavi a me. Mamma mia e la bisnonna tua – Peppinella – ne hanno impastato pane insieme. Era come una festa!

Ma qualche mariuolo c’era anche allora.
Quell’anno dopo aver ucciso il maiale e suddiviso le carni, avevano appeso ad asciugare le salsicce.
Qualcuno – oramai gente che sta’u munn’ ’a verità – da un terrazzo vicino, armato di una lunga canna con una specie di uncino in punta, aveva sollevato e portato via ogni singola catena ‘i sasiccie.
Ma poi dico io, tutte se le so prese?! commenta la signora con una nota incredula.
Insomma, un po’ di creanza.
Assuntina aveva confidato all’amica – con la sua caratteristica voce nasale che la signora imita per riportarmi fedelmente i fatti – i nomi degli scellerati che aveva visto nell’atto di trafugare i saporiti insaccati. Si fece giurare che non avrebbe mai rivelato a nessuno i loro nomi, sarebbe stato il loro segreto.
La signora tenne fede al patto, ma incontrando i giovinastri per strada qualche giorno più tardi, li canzonò con una sorta di anatema:
Bravi! Quest’anno avete riempito la pancia, ma l’anno prossimo non mangiate più.
Come a dire io so, ma il peccato è vostro.
Dopo il furto fece sì che la madre non appendesse ’i piezz’ ’i lard’ fuori ad asciugare, preoccupata dall’inventiva dei furbastri.

Prega molto. Mi mostra il plico con i santini e le relative suppliche.
Il suo risveglio è un inno di ringraziamento a Dio, ma se c’è da fare festa il suo nome è il primo della lista.
Si prega si lavora ma si canta si balla e si ride. Le vogliamo dare torto?!

Sua madre si seppelliva nella sabbia calda di Frontone per combattere i dolori alle spalle. Ed era in quelle occasioni estive che incontrava nonna Raffaela.

Quando ero piccola, d’inverno, i miei genitori mi portavano a camminare scalza sulla sabbia di Frontone per migliorare la curva della pianta del mio piede. Sarà stato quel passeggio/passaggio a farmi così selvatica?!
Importanti problemi coi piedi non ne ricordo se non il fatto di averli cubisti – un po’… Donne di Algeri di Picassocome mio padre.

Dalle sabbiature si passò all’inseminazione. E sì, la mamma della signora e Raffaela si dettero appuntamento per far accoppiare i rispettivi suini.
Così la bisnonna partiva con il suo maiale femmina da Frontone e lo portava dal verro maschio ai Conti.
– Davvero? – Stento a crederci.
Mi spiega che il maiale cammina – se guidato – un po’ come un cane.
Parto d’immaginazione e vedo la mia antenata imprecare contro la scrofa che non vuole procedere e la tira con una cordicella mentre quella se ne resta indifferente e sorniona a fissare il terreno.
Bisogna tenere conto del fatto che i sentieri erano tutti puliti e praticabili, fattore importante per ridurre le distanze; le persone, inoltre, erano decisamente più avvezze di oggi a camminare e meno propense al pinnolo per il colesterolo.

I suini venivano tenuti insieme dal proprietario del maschio. Convivevano tranquilli e senza pressioni; a gravidanza tastata (e sì, con le mani) la femmina tornava a casa sua.
Svergognata! senza neanche un matrimonio riparatore.
Tutti gli anni si rinnovava il rito del maiale, scomposizione e condivisione.
Nulla era sprecato dal sangue alle ossa che finivano rosolate a insaporire le verdure.
Nota. Le foto sono della stessa Autrice (NdR)

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