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Epicrisi 113. Dopo il lungo letargo… quale primavera per Ponza?

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di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

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A metà settimana sono stato a Ponza e la prima cosa che mi piace fare quando arrivo a casa è affacciarmi al balcone che dà sulla bella baia di Sant’Antonio.
Chiudo gli occhi come farebbe un direttore d’orchestra, respiro profondamente e in pochi istanti mi approprio, secondo le stagioni, delle essenze dell’isola che, quasi per magia, avverto in tutta la loro unicità. L’altro giorno un venticello proveniente da Chiaia di luna mi è venuto incontro con l’intenso odore salmastro del mare mentre da un muretto sotto casa è salito l’inconfondibile profumo delle prime fresie sbocciate.

Trovo che questo sia il modo naturale dell’isola, madre immortale, di accogliere chi ha la fortuna di ritornarci. Il rito mi serve per rafforzare il senso di appartenenza a questa terra e la mia identità. Una delle conseguenze è che, quando vado in strada, incontrando gli amici, spontaneamente ritorno a parlare il dialetto

– Bongiorno Tato’, addo’ te ne vai?
– A’ macchie ‘u sparage, a leva’ nu poche d’erve e a pripara’ ‘a terra pe’ pianta’, appene fa chiù caure, duie pisielle. 
– E ‘i fave? …’i fave hanne pigliate?
– He voglie Enzu’, ci stanne già i primme fiure. A Pasche c’i mangiamme…

Sostando sul balcone mi è passata davanti agli occhi la figura di Minicucce ‘a vocca storte. Per un attimo l’ho rivisto agli inizi della strada della Dragonara mentre menave ‘u banne.
Minicucce si metteva lì, approfittando dell’ansa del canalone, per amplificare la  voce.
Si annunciava con tre fischi della trombetta di stagnola e, con la giusta cadenza e le giuste pause, informava il paese che aveva i retunne frische appena scarrecate d’a zaccalena ma… anche che la nave non sarebbe arrivata per cattivo tempo o che la centrale elettrica avrebbe interrotto per qualche ora l’erogazione della corrente. Era una voce che arrivava a tutti, la sua era un’informazione semplice ed efficace.
Oggi le notizie rimangono chiuse nei confini di facebook, dei social network, dei siti e a molta gente arrivano trasformate, mistificate secondo la visione di chi le riporta.

Come avrebbe fatto nu povere Minicucce  ad annunciare le novità dell’isola, tipo l’arrivo di Acqualatina, la confusione delle bollette, l’ipotesi di ritorno alla condotta sottomarina, i vantaggi e gli svantaggi di un dissalatore? Non sarebbe stato possibile, vista la complessità degli argomenti, cavare dall’analisi, dai confronti, dalle leggi, dalle vicende politiche che vengono fuori dagli scritti di Monia, Antonio Impagliazzo (1) e (2) e Vincenzo Ambrosino, un pensiero di sintesi chiaro da partecipare alla gente.
E se parliamo di cifre la confusione aumenta. Con i soldi sprecati e con quelli da spendere, tra stanziati e da trovare (milioni e milioni di euro), a Minicucce, per trascriverli, a parte ‘u male ‘i cape, non sarebbe bastata, con il suo metodo binario, tutta la carta utilizzata nella vita per incartare i retunne.


Tiro in ballo Minicucce per dire che oggi sta sfuggendo di mano la necessità di essere vicini alla gente e di farsi interpreti delle loro esigenze. E c’è il rischio che la complessità, che poi vuol dire poca chiarezza, di cui si sta caricando, ad esempio, la vicenda dell’acqua, allontani i cittadini dal problema trasformando il distacco in una sorta di delega nelle mani dei poteri forti. La stessa cosa accade per il porto di Cala dell’acqua, per la Centrale Elettrica e per tutti quei progetti che risultano maledettamente complessi nella loro genesi e nel loro divenire.
Più la gente si sente confusa, più si fa da parte; più è tenuta alla larga dalla comprensione dei fatti, più si fanno i giochi di chi decide per il cambiamento. E ne nasce un circolo vizioso.

Ieri a Giancos c’era un gruppetto di persone anziane che in maniera accalorata parlavano di un’altra vicenda tutta isolana: l’arrivo in questi giorni di bollette della Pubblialifana con cui si partecipano omessi, incompleti o ritardati versamenti, riferiti ad anni pregressi, di Tari e Tarsu (‘a spazzatura per intederci).
– Dumanamme a ‘u banchiere (!) – fa un’arzilla signora venendomi incontro e, continuando – Cumm’è possibile, amme pagate chelle che ci’hanne ditte ‘i pava’ e mo’ che vonne cu n’ata bullette ‘i 237 euro?
Fa un altro, un po’ più informato: – Fa’ attenzione, ie aggia chieste e chille c’a lette m’a ditte c’avesse dà sule ‘na differenza ‘i poch’eure.
Sono intervenuto nella discussione perché tirato dentro, ma solo marginalmente non avendo le carte sotto mano. Ho raccomandato di non pagare subito, memore dell’acclarata consuetudine dei vecchi di pagare in genere tutte le bollette che arrivano per via di una riguardosa soggezione nei confronti delle istituzioni e delle società che le rappresentano.
Non è più epoca di fidarsi ciecamente dico ed aggiungo che hanno 60 giorni di tempo per farlo e di sottoporle, nel frattempo, ad una persona che sappia leggerle.

Le bollette, quelle sballate di Acqualatina e queste strampalate della Pubblialifana, piovute in massa e all’improvviso, stanno alimentando, facendolo emergere, un malessere diffuso che, sopito nel tempo, ha radici nelle tante inadeguatezze dell’isola, come il collegamento con la terraferma, l’assistenza sanitaria, la pesca, l’utilizzo del tempo libero, il recupero di quella parte della Ponza dimenticata.
E’ come se l’isolano stesse riappropriandosi della responsabilità di poter essere artefice del proprio destino e, conseguentemente, della capacità di reagire. Una sorta di catarsi.

Tra gli isolani trapela una voglia di riscatto che va intercettata ora, nel momento in cui l’isola si prepara a scegliere il proprio sindaco. Sono necessarie capacità di mettere in campo energia, sensibilità, chiarezza di idee ed i programmi devono essere semplici e attuabili. Vincenzo li chiama”Lavori in corso per l’Altra Lista” (1 e 2).

E’ stata la settimana di carnevale e la ricorrenza è stata utilizzata anche come metafora del nostro tempo in cui diffusamente nei rapporti umani non si è sinceri e spesso si indossa una maschera per confondere, celare, carpire consensi. E questo lo fa soprattutto il politico di basso profilo.
Di pesci mascherati, come li chiama ‘u scorfane ‘i funnale (alias Silverio Lamonica) a Ponza in questo momento ce ne sono tanti; bisogna sapere distinguerli e starne alla larga.

Ritorna in campo, per l’occasione, anche Sang’ ‘i Retunne che analizza a suo modo il momento, puntando il dito verso il torpore dell’isola che, paga delle promesse ricevute, sembra solo pensare all’estate che verrà.
Di progetti in corso, per la verità, ce ne sono tanti. Sono tutti di là da venire; un altro, la realizzazione tra un anno di una sala multimediale, l’abbiamo sentito proprio ieri nel breve servizio-spot su Ponza contenuto nella rubrica “Il settimanale” di Rai3.
Stanno solo all’inizio… dice Giggino e continuando… i che te priuoccupe, pienz’a campà. Ne parlamme tra cinquant’anne.

In economia quando le cose non vanno si dice “guardiamo ai fondamentali” intendendo per fondamentali le variabili economiche che determinano lo stato di salute di un mercato o di un intero sistema economico.

I fondamentali della nostra isola sono la bellezza del territorio, il legame che gli isolani hanno con le tradizioni, la forza della gente anziana che può ancora insegnare tanto, l’energia e l’ inventiva dei giovani, l’inossidabilità e il valore dei ricordi di cui con delicatezza e rispetto spesso scrive Silveria, il ritrovarsi sulle ragioni di stare insieme di cui parla Rosanna, il recupero di ciò che si è perso ricominciando da capo come suggerisce Silverio, l’energia dell’isola come leva per lanciare novità nel rispetto dell’ambiente e della natura come propone Monia.
L’isola sta vivendo un suo particolare letargo, lungo, rattrappito, ma non senza ritorno.

“…quaccosa sta cagnanno… e sarrà… n’ata primmavera.
Amme purta’ pacienza, pe’ tramente, e ‘u sole, n’atu poco, ce farrà signure”
recita Franco dalla sua poltrona.

 

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