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Sciò sciò, ciucciuvé! Ovvero l’arte d’appercantare

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di Silveria Aroma

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Silvia era riuscita a scansare il matrimonio con il cugino e si era fidanzata con mio nonno, l’uomo che aveva scelto
C’era la guerra, e quando lui dovette partire lei non abbandonò i suoceri ormai avanti con gli anni. Lasciò la casa paterna e andò a vivere con loro (chi desidera un raccordo con altri fatti, può leggere qui).

Il Maestro era ultimo figlio – pettulell’ ’i mammà – arrivato ben ventiquattro anni dopo il primogenito; la mia bisnonna Raffaela aveva partorito una serie di figli nati a cavallo di due secoli.

All’epoca girava per Frontone un uomo capace di mettere insieme pane e cacio togliendo fatture, malocchio e promettendo miracolose guarigioni a base di erbe. Non conosco l’esito dei suoi sortilegi, di certo ben gli riusciva intimorire persone semplici e fragili.
Silvia di fragile aveva… aveva… nulla che ricordi. Il provetto mago non godeva della sua stima. L’arte di non lavorare per lei era incomprensibile, una vera e propria onta.

Di fronte ma distanti, s’incontrarono un giorno.
Lui – fissando mia nonna – disegnava gesti nell’aria, forse croci; muoveva le labbra nell’atto di recitare parole incomprensibili seguite da ritmici lanci di piccoli sassi nell’acqua.

Donna Raffaela che assisteva alla scena, traversò velocemente il piccolo sentiero che dalla casa portava alla spiaggia, si fece vicina alla nuora e tentò di tirarla indietro afferrandole un gomito.
Silvia, chill’ te fa ’na fattura, te fa muri’ – cercava di proteggere la giovane fidanzata del figlio.
Ch’ mme fa?! – lo fissava pronta a partire. E non sarebbe stata né la prima né l’ ultima delle sue cariche.
Con vigore invitò l’uomo a raggiungerla che la bocca gliel’avrebbe chiusa lei – a suo modo.
Lui se ne guardò bene.

Scansati i ciarlatani, trovo che i riti trasmessi con devozione – e praticati senza tornaconto personale – siano parte importante e intrigante di una cultura.
Ho scelto di andare a lezione d’ascolto da una divinatrice isolana, depositaria di memorie preziose e suggestive.

Le sue mani danzano mentre mi spiega come si preparavano i cataplasmi.
‘A malva pestata nel mortaio veniva impiegata per piccole scottature e arrossamenti. Leggendo trovo che alla malva vengono attribuite proprietà emollienti e calmanti.

‘A paretàna rendeva splendenti i bicchieri, ma un cataplasma della stessa favoriva il rimarginare di ferite e piaghe.
Riguardo la parietaria scrivono: ricca di minerali, di tannini, di flavonoidi, è d’aiuto in caso di infezioni della pelle.

I palètt’i fechetìne tagliate ed arrostite, venivano avvolte nella carta di giornale e poste sulla milza o sul fegato per sanarli.
Il fico d’india risulta essere ricco di vitamina C, drenante, diuretico, tonico, cicatrizzante… questa è lunga, ipocolesterolemizzante.
Sant’Opuntia!

Ogni medicazione veniva sempre accompagnata da preghiere, e la richiesta all’officiante rigorosamente avanzata p’ammore ’i Ddie.

Esistono ancora contadini che seminano pregando in silenzio.
Potranno mai rimanere inascoltati?

Costo? Prezzo? Quotazione? Offerta libera? Reset!

A ruta ’a ruta ’a ruta
ch’ogni male stuta

I miei ricordi non odorano di ruta ma ‘i nepeta, che avessi un mal di pancia legato alla digestione, al mestruo, o ad una qualche tensione era questione irrilevante. Infuso di camomilla (essiccata da Silvia), alloro e nepetella, il tutto ben zuccherato. Che fatica mandare giù quell’acqua calda pregna di odore! Miracolosamente non dichiarai più alcun dolore.

Molti anni più tardi, però, mi innamorai dell’iperico e giù olio rosso fatto in casa con fiori gialli raccolti all’alba di San Giovanni (24 giugno).

Lasciamo la via delle erbe e addentriamoci nella selva dei riti.

U sole ’ncàp’ non è una graziosa acconciatura bensì un rito per scacciare mal di testa e malesseri non meglio classificati.
Accompagnato da preghiere rituali, un bicchiere d’acqua (anche una bacinella) coperto dalla stoffa di un fazzoletto veniva poggiato – con movimento rotatorio – sulla testa del malato.
Si recitava:

Gira gira sole
comme giraie nostro Signore
i’ te medich’ pe’ copp
e ’u dulore pass’ pe’ sott 

Immancabile (e diffuso) è il rituale per togliere l’uocchie sicc’, insegnato all’apprendista volenteroso (e dotato) la notte di Natale (24 dicembre).
Il tempo ha modificato i calendari e sostituito le etichette ma i giorni (e le notti) legati ai solstizi conservano la loro sacralità.

Un piatto d’acqua viene disegnato a gocce d’olio scivolate lentamente dal dito. Non si chiede mai per cortesia di essere liberati da questa aura negativa, ma solo e sempre per Amor di Dio. Chi pratica il rito prega e invoca il suo Santo di riferimento, San Francesco nel nostro caso.

Uocchie e maluocchie
e furtucill’ all’uocchie
chi c’i ddà s’adda piglia’ 

Con queste parole la negatività viene rispedita al mittente, se il verbo è insufficiente si ricorre al fuoco, eterno purificatore: per tre volte l’acqua viene segnata dalla croce di un fiammifero acceso.

Per le orazioni si invocava Santa Lena.
Le donne si riunivano, pregavano a lungo, con una ripetizione che andava di nove in nove.
Si attendeva un segno da interpretare, oppure un sogno.

In una dimensione abitata da un silenzio che ormai stentiamo a riconoscere e ci stupisce – e ci colpisce – quando dormiamo in tenda a mille metri sul livello del mare o a Palmarola in una notte d’inverno. Il sentire era sentire pieno, ancora collegato ad un ancestrale femminino.

Arriviamo al punto, anzi, al cerchio; a quel simbolo che disconosce distanze temporali e spaziali, padre e figlio di ogni cultura.

’U circhie d’u vuttòne
L’appercantamento doveva avvenire dopo tre giorni di semi-digiuno.
Il cerchio (di botte) veniva posto sul terreno in una giornata serena, la persona da curare entrava nel cerchio ponendosi spalle al sole.

Con il nome di Dio
e col nome di Madre Maria
tutto il dolore passa via

Le mani mimavano l’allontanamento del male, lanciato fuori dal cerchio, verso l’astro del giorno.
’U chirchie veniva sfilato dalla testa dell’assistito/a che doveva rientrarci più volte camminando di tre passi in tre passi.

Non serve sperimentare la malva o credere nei flussi energetici del corpo, basta sedersi ed ascoltare… Personalmente l’uocchie sicc’ non me li sono mai negati.

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1 commento per Sciò sciò, ciucciuvé! Ovvero l’arte d’appercantare

  • silverio lamonica1

    Da ragazzino, anche io ho fatto l’esperienza d’ “U sole ‘n capo”. L’ho descritta in un articolo su questo sito il 18.12.2011 “Il confino fascista, l’arma silenziosa del regime” saggio di Camilla Poesio. “Il rito lo officiò” la compianta Maria Galano, di venerata memoria. Eravamo agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, era estate e presi una fastidiosissima insolazione. Mia madre mi portò trafelata da Maria la quale mi fece sedere su una sedia, sull’uscio di casa, e mi mise in testa il bicchiere d’acqua capovolto con il fazzoletto che fungeva da “intercapedine” tra il capo e l’acqua che gorgogliava all’interno. Mentre Maria spostava il bicchiere di qua e di là sulla mia testolina, passò un uomo robusto, un po’ tarchiato: era l’ex confinato politico Mario Monti, marito di Maria Migliaccio; essi abitavano lì accanto. Costui, nel vedere quella scena esclamò col suo accento “lumbard” : “Ma cosa fate a questo povero ragazzino, non vedete com’è pallido? Dategli piuttosto una bistecca!”
    Ma, nonostante il suo scetticismo, provai sollievo. Probabilmente sarei guarito anche tenendo per un po’ in testa una borsa di ghiaccio che però, in quell’epoca e per di più a Ponza, era una merce ancora rara.

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