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Epicrisi 112. I bambini ci guardano

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di Rita Bosso

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Il primo ad avere qualche sospetto fu BabyMariano, che alla nascita era un bel brunetto ma, crescendo, divenne un vero figlio ’i ’ntrocchia. Gli altri non erano da meno.

– Guagliù, ho paura che i vecchi ci hanno rifilato un pacco – BabyMariano annunciò con tono tra il preoccupato e il cospirativo.

– Ma no, i nonni vogliono bene ai nipoti, non ci avrebbero mai fregati! – rispose BabyVirginia che, pur essendo la più giovane della banda, era la più giudiziosa.

BabyAscanio, BabyAndrej e BabyRiccardo ascoltavano; bisognava saperne di più e, nella speranza di scongiurare l’odioso sospetto, decisero di consultare un sito web da tempo estinto, risalente all’età della plastica, che era stato molto seguito dai rispettivi nonni. C’erano migliaia di articoli, segno che all’epoca la gente non aveva altro da fare che scribacchiare; alla fine i compagnoni concordarono di studiare gli articoli pubblicati nell’ultima settimana di un mese a caso, febbraio, di un anno non a caso, il 2017, l’anno in cui erano nati.

– Gli antenati avevano la fissazione dell’acqua – sentenziò BabyAndrej dopo poco.

– Ed erano pure spilorci, poracci! Quante storie, ogni volta che arrivava una bolletta – replicò BabyRiccardo.

– È che l’acqua latina era molto più pregiata delle altre acque, costava parecchi sesterzi, i consumi venivano attribuiti ad capocchiam e i contatori venivano cambiati a tradimento quando l’isola era deserta – commentò BabyAscanio che era appassionato di storia, dopodiché si dedicò alla stesura del proprio albero genealogico, risalì al capostipite Ascanius Iulius di cui portava il nome e andò oltre, sino a Enea, sino ad Anchise; accanto a ogni nome scrisse la risorsa idrica utilizzata.

Dunque: un paio di millenni addietro Ascanius Senior poteva bere acqua purissima levissima, raccolta nelle cisterne, decantata e incanalata grazie a tutta la sapienza idraulica dei romani. Alcuni secoli dopo Ascaniello detto Aniello, qui mandato dai Borbone, fruiva di acqua altrettanto pura ma doveva sollevarla dai pozzi con la forza delle sue braccia; cinquant’anni fa nonno Ascanino detto Nino si lavava con acqua mista a cloro trasportata dalle cisterne e, a differenza degli antenati, doveva pure pagarla.

– Se tanto mi dà tanto, se questo è il progresso, noi cosa beviamo, con cosa ci laviamo? – mormorò l’Ascanio della generazione 5.0, pallido, stravolto. Un atroce sospetto si insinuò nelle menti di tutti, un brivido serpeggiò nelle schiene: vuoi vedere che la maestra, quando ha spiegato il ciclo dell’acqua, ha raccontato frottole? Vuoi vedere che il vero ciclo si compie tra il cesso e il rubinetto, previo passaggio nel dissalatore?

– Guardate qua, c’è un articolo scritto da mio nonno! – urlò BabyMariano e poi: – Propone che, ad ogni nascita, venga impiantato un albero!
– E certo, la concimazione è compresa nella bolletta dell’acqua!
 – replicò BabyVirginia, acida.

Intervenne BabyAndrej: – Basta con le critiche al passato, guagliù. Leggete questo pezzo: se un giorno i nostri fratelli minori avranno la possibilità di frequentare l’asilo e le elementari qui, senza dover andare in terraferma, bisognerà ringraziare i nostri vecchi, che tanto si impegnarono e discussero affinché sull’isola ci fossero le primarie.

– Sarebbe bello… e, col tempo, avere anche la secondaria di primo grado, quella di secondo grado e qualche facoltà universitaria – sospirò BabyRiccardo.

BabyMariano ammise: – In fin dei conti, troppo malvagi non dovevano essere, i nostri antenati. Quando smettevano di parlare d’acqua riuscivano a fare cose sensate, perfino piacevoli, per esempio componevano belle canzoni dialettali, programmavano allegre scampagnate pasquali, partecipavano a suggestive processioni notturne, si interessavano alla storia e ai dialetti, a volte rendevano noti i nomi di chi si stava impadronendo di pezzi dell’isola.

– Pensate, a quei tempi persino Frontone era abitata e coltivata: doveva essere un giardino meraviglioso – aggiunse Ascanio con aria sognante.

– Questa mi pare una palla. Come la storia che facevano i bagni dietro la Caletta, a Sant’Antonio, persino a Chiaia di Luna – replicò Andrej senza smettere di leggere. Subito dopo trasalì: sul sito aveva appena intercettato un commento in cui era scritto che qualcuno stava mangiando il futuro insieme alla dignità di nonni, genitori eccetera; il commento stava in un angoletto, nascosto, scritto in piccolo come le clausole dei contratti d’assicurazione.

– Allora tuttapposto, guagliù – esultarono gli altri; – Se qualcuno ha mangiato il nostro futuro, a questo punto lo ha sicuramente digerito; i prodotti finali della digestione vanno in mare, l’acqua di mare viene trattata, noi la beviamo… Guagliù, riprenderci il futuro è facile come aprire il rubinetto, come bere una sorsata d’acqua. Guagliù, e chi li fregava i nostri nonni! Sta pure scritto sul sito, leggi qui.


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2 commenti per Epicrisi 112. I bambini ci guardano

  • Ivana Scotti

    Complimenti Rita Bosso veramente grande. Quando leggo ciò che scrivete un po tutti voi su PONZARACCONTA i miei pensieri tornano al passato. Quel passato che troppo spesso mi ritrovo a rimpiangere. Ciò che i nostri avi hanno lasciato noi siamo riusciti a distruggere. Ci definiscono un popolo litigioso, una comunità di capre presuntuosa e individualista. In realtà in molti di noi c’è un forte spirito di conservazione che ci ha permesso di arrivare ad oggi senza stravolgere eccessivamente la terra di cui andiamo fieri: la nostra amata PONZA. Sarò un po’ antica, ma ritengo che chi sceglie di continuare a vivere in un’isola come la nostra lo scelga per la sua bellezza e perché accetta i pro e i contro di questa vita, diversamente può scegliere di vivere in altre città. Io non sono contraria a rendere più semplice e comoda la vita di noi isolani ma se ciò significa snaturarla, distruggerla allora NO, IO NON CI STO. Come si possono accettare cambiamenti così drastici se non vi è la certezza della loro utilità ma solo il dubbio che siano solo l’inizio di una terribile speculazione?

  • Domenico Musco

    Rispondo a Rita… Brava, veramente brava! Grazie.

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