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Dal monte Aprea (2)

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di Aniello Aprea

 

L’ingegnere Aniello Aprea, chiamato in causa, ha voluto far sentire la sua voce. “Visto che si parla di me – ha detto – voglio farlo con la mia voce”
Eccola

 

Negli anni settanta la caccia primaverile a quaglie e tortore non era permessa. Ma quando la passione tira…“Ci andavi lo stesso? ” sottolineo.
Diviene serio, abbassa la testa e… riconosce che con tanta tanta attenzione e paura, quando la giornata si presentava con le giuste avvisaglie…“presi il cane di Girolamo e di mattina presto sono salito sulla Montagna Aprea. Mi disposi quasi sulla sommità, nel lato di levante, per tenere d’occhio eventuali arrivi delle guardie dell’Ordine. Gli altri posti erano occupati da altri cacciatori.

Si fa giorno, sto attento, ma non passa niente. Il freddo lo sentivo ma non tanto perché l’ansia della caccia funziona anche come calorifero interno. Intorno non sentivo le presenze degli amici nascosti nelle macchie di ginestra, ma la cosa era comprensibile perché eravamo tutti stretti dalla paura per l’arrivo dei Carabinieri. Sempre attento e col fucile pronto. Mi sfreccia qualcosa in basso, da ponente. Non faccio in tempo… le macchie in basso mi hanno oscurato la visibilità. Se fosse passata più in alto… non avrebbe avuto scampo… ma è passata raso terra… quella maledetta.

Il giorno si inoltra nella luce. Splendido paesaggio… a destra il Circeo… a sinistra Palmarola… è da lì che dovrebbero comparire le sagome delle quaglie. Sì… ma intanto aguzzo gli occhi e le orecchie per cercare di situarmi. Non sento rumori… nemmeno quelli dei compagni cacciatori. Mi comincia a battere il cuore… Forse avranno visto i Carabinieri? Ma no… m’avrebbero avvisato… ma lo sapevano che c’ero anch’io dall’altro lato… ? Forse non hanno avuto tempo. Qualcosa deve essere capitato !

Mi calmo, ritorno al mio posto, infreddolito e preoccupato. I cani gironzolano nervosi. Delle quaglie? Nemmeno l’ombra. Ecco, ecco… da ponente arriva un’upupa col suo volo irregolare: sale, scende, si inerpica, si tuffa. Mi acquatto maggiormente nella macchia e aspetto che mi arrivi a tiro. Sto attento e concentrato e… sparo un colpo. L’uccello continua a volare. Sparo un secondo colpo e l’upupa precipita tra un mare di piume. Mando il cane, indicandogli il posto con le pietre. Aspetto. Non mi muovo per non perdere il punto dove l’ho vista cadere. Finalmente il cane spunta con l’upupa in bocca. Gliela tolgo e la metto nel giubbotto.

Upupa (Upupa epops): in ponzese ‘u centrauàlle (NdR)

Uno sguardo a destra, uno a sinistra, non vedo nessuno, non sento nessun colpo. Quaglie niente, niente tortore. Meglio ritirarsi.

Inizio a scendere nel canale, irregolare, fra il pietrame e l’umido infido. A casa di Girolamo il cancello è semiaperto, come l’ho lasciato. Faccio entrare il cane, chiudo e riprendo la discesa fra le case. Il fucile a tracollo, gli stivali ai piedi e un’upupa nel carniere. Odo dei passi… alzo lo sguardo e mi trovo davanti un Carabiniere. “ Sono fritto – penso – stavolta non la scampo”.
Ho una reazione improvvisa. Appoggio il dito indice sulla bocca, come a dire al carabiniere di stare zitto.

E’ la scena di un film muto. Anzi no, sembra una scena, perché io ritornai sui miei passi, guadagnai la porta di Girolamo, entrai e mi chiusi dietro la porta.

“E il carabiniere? – chiedo curioso.
“Non so, non ha dato segno di sé”.
“E come lo spieghi?” – incalzo.
“Non so… forse capì che si trovava di fronte una persona stracca, strutta per la discesa, provata per l’inerzia di una mattinata passata a star fermo, e senza prendere niente. La mia faccia avrà manifestato tutto questo e lui l’ha saputo intendere!

Un brav’uomo. Non volle infierire. E poi si dice dei Carabinieri!

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