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Cavoli e ricordi

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di Silveria Aroma

 

Li invita a pranzo e prepara verza e patate. Lei taglia la verza, due occhi da scrittore seguono su e giù il movimento della lama. Mette le patate in pentola e una mano d’autista si muove silente, come ombra sul movimento di lei; quella donna dai bianchi capelli, così lunghi da sfiorare il pavimento sporco. Il terzo, il più giovane, segue tutta la scena oscillando tra emozione e curiosità. Avvia il fuoco sotto la pentola e nelle loro menti.
Attendono di poter condividere il pasto seduti fra vecchie scatole colme di un passato doloroso e qualche foto sottratta all’oblio e alla terra.

In casa nostra si usava stufare fave e cappuccia insieme, talvolta con l’aggiunta di carciofi tagliati sottili. Quello che non si preparava mai era la favetta. Fave fresche di primavera erano sul fuoco un giorno si e uno no. D’inverno fave secche lesse semplicemente, o rese più succulente dal connubio con patate e pomodoro, si mangiavano nei giorni non festivi, seguendo o anticipando lenticchie, cicerchie (all’insalata, con sotto il pane raffermo strofinato d’aglio), minestrone, cavolo cappuccio con scorza di parmigiano… La favetta mai. La scoprii ( e la mangiai) la prima volta a casa di un’amica, avevo quasi vent’anni. In famiglia ne parlai come di una pietanza squisita. Continuò a non essere presente sulla nostra tavola.

Solo da pochi anni ho preso a prepararla per me e per qualche raro estimatore.

In una mattinata invernale, una di quelle in cui sosto beata in casa, passai la ricetta (la mia versione) alla radio (Subasio, se non ricordo male), all’ora di pranzo. Nello spiegare il procedimento non mancai di marcare l’assoluta importanza di riscoprire sapori semplici e sani, e non solo per salvare le tradizioni. C’è troppa fretta e ci sono troppe fettine in padella nelle nostre cucine.

La favetta è un piatto a base di fave secche decorticate. A me piace completarlo con una manciata di spaghetti rotti, spezzati grossolanamente con le dita prima, ridotti – poi – premendo col palmo della mano sulla pasta raccolta in un panno ben pulito. Da bambina aspettavo che nonna Silvia mi passasse il fagottino per poter sentire il rumore degli spaghetti che si frantumavano sotto i miei palmi piccoli, quando lo consegnava a me il grosso del lavoro era già stato completato.

Verza e patate in Ucraina o fave e cappuccia a Ponza, è veramente un bel libro. Uno di quelli con cui aspetti di poterti ricoverare in silenzio, staccandoti da tutto e tutti.

Brod, la bis-bis-bis-bis-bisnonna dell’autore, è un personaggio di cui ci si innamora, parola dopo parola, così come accade a tutti coloro che le ruotano intorno lungo il filo della narrazione.

Lei amava se stessa innamorata, amava amare l’amore come l’amore ama amare: ed era in grado, quindi, di riconciliarsi con un mondo tanto diverso da quello che avrebbe auspicato”.

E sì, decisamente merita di essere letto. Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer.

Il cucchiaio di legno della mente rimestava la cappuccia e le mie palpebre si facevano più pesanti nel ricordare… Sprofondai nel sonno. Un suono, forse un rumore, mi risvegliò di colpo. Stordita, ero sdraiata su un divanetto rosso. Quanto avevo dormito? Afferrai il cellulare che vidi sul tavolino dinnanzi a me. Lo schermo segnava le 17:58.

Due chiamate perse, nomi sconosciuti. Un unico messaggio, quasi incomprensibile. Istintivamente lo aprii per leggerlo intero. Proveniva da un certo caporedattore: Ahù! Ma è l’effetto primavera che da un mese non mandi verun pezzo tuo?
Pezzo?! Ma chi è?

Quasi quasi gli mando la foto della luna, quella piena che mi sorprese voltando l’angolo, anzi, la curva. Com’è che mi venne di scrivere?!
Ah sì! Giro la curva, no… Volto…
Ma di chi è questo telefono???

Voltando la curva la luna mi sorprese davvero. Piena, luminosa, alta sulla mia testa. Sbucò d’improvviso, mi colpì come colpiscono le gioie mute.
Più avanti la fissai, incastonata tra i rami.

Oltre la curva
mi apparve la luna
specchio di luce.

Il girasole che c’entra?
L’ho rubato alla locandina del film (Ogni cosa è illuminata) e piantato in quel di Santa Maria.

 

Nota di redazione. Le immagini sono dell’Autore

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