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La pianta magica e l’amico botanico

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di Emanuela Siciliani

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Riceviamo dal lontano Sri-Lanka una storiella osé di Emanuela che volentieri pubblichiamo…

Andiamo con Jezima a trovare la sua vecchia amica, Mrs. Mahmood, musulmana anche lei. La casa vivaio si trova al centro della vecchia città, Kottue Goda, una enclave di negozianti musulmani. Canaline di scolo a cielo aperto, le mercanzie, stipate in minuscoli negozi, soprattutto di ferramenta, la farmacia ayurvedica, i sarti che confezionano vestiti in due ore. La grande moschea che si erge bianca ed imponente sul fiume. Alle sue spalle un tempio buddista, la grande dagoba che contiene le spoglie di un monaco santo, ornata di offerte di fiori.

Sono cresciute insieme, la scuole e poi il matrimonio; Jezima l’ha vestita e truccata per l’occasione e lo stesso ha fatto per la figlia di Mrs. Mahmood.

Jezima, che ha quasi 80 anni, è stata recentemente malata e la verve che l’ha sempre contraddistinta è un poco svanita, per fare posto ad una fragilità fisica e emotiva che non le ho mai visto prima.
Ha avuto due infarti, è stata a lungo ricoverata e poi operata, due stent le hanno ridato la vita ma la vita – quella che aveva prima – fa fatica a ritrovarla.

Perché, mi racconta: – Da quando ho 13 anni sono abituata a correre tutto il giorno, con i figli, numerosi, allevati con grande amore e la sua grande passione, l’Arte.

Jezima è un’artista di batik, una forma di pittura che usa la cera e ripetuti bagni in acqua bollente per le varie fasi della colorazione; una tecnica antichissima, applicata su tessuto, che diventa tovaglia, tenda, copriletto o quadro, oppure un vestito, meravigliose opere uniche ed irripetibili, perché fatte a mano con tante ore di prezioso lavoro.

Jezima è stata anche a Ponza, portando le sue opere con sé e la voglia che ha, o che aveva, di scoprire tutto quello che il mondo e la vita hanno in serbo per lei.
Malgrado non sia giovanissima.

A Ponza è stata in gommone per la prima volta nella vita: – Non lo dimenticherò mai – dice spesso e avrebbe portato con sé tutte le meravigliose pietre di Palmarola per dipingerle a motivi floreali.

Mrs. Mahmood è vedova ed anche in questo sono con Jezima compagne:
– Si amavano molto – mi racconta, mentre andiamo in tuc tuc – il taxi locale – a trovarla. Andavano insieme dovunque. Ma ora che il marito è morto non esce quasi più di casa; la figlia è sposata e vive a Colombo mentre il figlio, che le abita accanto, le fa visita al mattino per la colazione, ed è quella la sua compagnia per la giornata. La casa riporta i fasti delle tante voci ascoltate, della confusione di un tempo, della vita che ci è passata.

Per il resto Mrs. Mahmood vive sola, nella grande casa sul fiume, e per compagne ha le piante del vivaio che conduce da anni, schierate in un ordine all’apparenza casuale nel giardino che arriva fino al fiume. Una visita veloce, poiché è l’imbrunire e le zanzare iniziano a pungere.
Porta un collare cervicale, nascosto dall’ampio velo islamico che le copre la testa:
– Ho provato a svasare una grossa pianta e la mia schiena ha ceduto! – ci dice. Ho fatto finta di niente ma dopo un anno il dottore mi ha costretto al collare e non posso neppure innaffiare!
Eppure mantiene il sorriso, è una donna forte, spigliata, che non ha paura di nulla.
Le coltiva e le vende, le sue piante, a clienti che intrattiene con dettagliate informazioni su specie, fioriture, all’ombra oppure al sole, di tutte conosce ogni segreto e ce ne fa partecipi.
– Che mi dici della zamia? – le domanda con fare svagato Jezima, mentre ci accomodiamo nel grande salotto arredato con gusto borghese. Potrebbe essere una casa dei Parioli asiatici, gusto ricchezza ma…
Cosa fa quel lavandino nell’angolo, vicino all’imponente tavolo da pranzo? – rifletto tra me e me.
Stride quella ceramica bianca e ordinaria in mezzo a quel lusso borghese, però è anche vero che qui si mangia con le mani e che vanno lavate prima e dopo il desinare.
– La zamia? – chiede Mrs. Mahmood dopo un attimo, la voce e il sorriso d’un tratto mutati.


Jezima va molto fiera della pianta di zamia che fa bella mostra nel suo salotto, quel salotto che sembra a volte una stazione ferroviaria per quanta gente vi transita da mane a sera.
Perché Jezima, al contrario di Mrs. Mahmood, da sola non sa stare.
Durante la sua malattia, nell’attesa che le venissero applicati gli stent, il salotto e la veranda erano affollati di parenti, figli, amici, conoscenti, tutti stretti intorno a Jezima che, seduta sul quel divano si era fatta piccola piccola, nell’attesa che si compisse il suo destino.
Sembrava la casa di un morto – mi ha detto un giorno suo figlio Ruzaik. Le veglie in Sri Lanka sono occasioni di incontro, con una tazza di thè da sorseggiare all’infinito (*). E forse una parte di Jezima è morta in quei giorni di attesa e di paura.

L’operazione è andata bene, e quell’uscita, la visita alla vecchia amica, è un pretesto per farla distrarre e ritrovare un po’ di buon umore. Perché è forte il desiderio di riavere la Jezima che conosciamo da anni, una che ha tante storie da raccontare e che ce l’ha sempre fatta, combattendo e vincendo grazie alla sua arte e al suo lavoro.

…Ma tornando alla zamia, Mrs. Mahmood ci racconta che ne vendeva tantissime:
– Come fossero dolci appena sfornati – ripete più volte – Hot cake… hot cake, ripete con un sorriso e negli occhi un rimpianto tangibile:
– Le ho buttate tutte nel fiume – ci racconta. – Andavano a ruba, non hanno bisogno di cure, resistono in casa per anni e sono molto belle… ma le dicerie sul suo conto non potevano essere ignorate.
– E quali sono? – domanda Jezima finta ingenua. Lei le conosce tutte le maldicenze sulla Zamia, sembra che le riporti anche internet: che provoca il cancro, che è velenosa, e soprattutto, che porta jella!

Però lei la zamia non l’ha ancora buttata perché – sempre notizie da internet – le hanno riferito che sarebbero tutte fandonie.

In effetti la visita a Mrs. Mahmood avrebbe contemplato la scelta di una pianta per rimpiazzare la zamia ma a Jezima quella pianta piace troppo e le dispiace disfarsene. La vecchia amica le ha confermato quanto già sapeva ma abbiamo bisogno di un secondo parere.
– E se chiedessimo a Sandro? – le suggerisco, mentre saliamo sul tuc tuc che ci è venuto a riprendere.

– Arrivederci Mrs. Mahmood, torneremo a trovarti – le diciamo, anche se sarà difficile che capiti di nuovo.

Con la promessa di un parere inoppugnabile Jezima mi lascia, ed è già più tranquilla per l’uscita inaspettata, per l’amicizia ritrovata e per la decisione che Sandro, l’amico dottore esperto botanico, ci aiuterà a prendere.

 

(*) – Si beve thè nelle veglie musulmane; in tutte le altre si beve Arrack (il distillato locale del succo del fiore di palma da datteri), in quantità inverosimili… Per dimenticare il dolore, dicono!

 

Le foto che seguono sono state prese alla mostra di batik che Jezima (insieme al figlio Ruzaik e alla nuora Farzeena) ha portato a Ponza alcuni anni fa, e che si è tenuta a Santa Maria, alla casa di Emanuela e Domenico.

Una dimostrazione di Jezima

Zamia foglie

Commento dell’amico appassionato botanico
Ritornando alla zamia… Forse Emanuela poi ci svelerà l’arcano. Io so che Linneo l’ha inserita nella famiglia delle Araceae a causa del fiore a forma di spadice simile a quello del gigaro (Arum, arisarum; in dialetto ponzese ‘a iale), e qualche diceria la forma del fiore potrebbe suscitarla…

Zamioculcas zamiifolia. Fiore

Quanto poi alle confidenze che si possono scambiare tre donne in proposito (di cui due di religione musulmana), meglio non approfondire..!

Jezima, Farzeena e Ruzaik a Ponza nel giugno 2014

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