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I calamari a Mergellina da “Tatonne ‘o pazze”

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di Antonio Impagliazzo

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La richiesta di pesce fresco dell’isola, un tempo, proveniva dall’area partenopea di Mergellina dove operava una pescheria, per il commercio al dettaglio e all’ingrosso, di proprietà di Tatonne ‘o pazz’, il quale pur di assicurarsi l’intera fornitura del pescato destinò a Ventotene una barca a motore di circa 10/11 metri in sosta stabile nel Porto romano in custodia e ad uso della cooperativa pescatori.

Il lavoro del mare rappresentava la seconda fonte di reddito per gli isolani e non poteva essere trascurata sia per le specie abbondanti, tra cui i calamare e i retunne, che per le qualità pregiate come le aragoste, le cicale e i granchi felloni, i dentici, le ricciole ed i saraghi, le cernie. Non si disdegnavano le mennelle, i cui maschi erano detti musicanti nè il mollame vario, le murene, i gronchi ed altro.

La gestione della produzione veniva assicurata dalla cooperativa pescatori “Santa Candida”, che provvedeva alla vendita, al pagamento degli armatori e dei marinai, all’assistenza sociale ed altro e, nel dopoguerra, per una diminuita presenza di abitanti, di confinati politici e di forze militari, si prese cura di trasferire i quantitativi ittici in eccedenza a Mergellina.

La limitata estensione dell’isola e la sua configurazione morfologica, poco riparata dai marosi provenienti da Nord e da Sud, non consentivano nel periodo invernale un lavoro continuo e limitavano il numero dei battelli in armamento.
La festa della “pasquetta” rianimava l’isola con il casatiello, il vino “de funnine” (1), le fave fresche e tanta fisarmonica e in quella occasione si metteva in armamento quasi la totalità dei gozzi presenti sull’isola, ricorrendo alla manodopera giovanile che nel periodo invernale era stata utilizzata per la preparazione e la semina dei campi.

La pesca dei calamari a Ventotene

Le barche che praticavano la pesca dei “calamari” sull’isola erano una ventina; sull’imbrunire, si portavano nella zona del pascolo che comprendeva l’area che va da Punta Burrone (a Santo Stefano) a Punta dell’Arco (a Ventotene) ed in particolare presso le zone specifiche di Punta Burrone, la Macchia (fuori Cala Nave) e il Rosso (fuori Calabattaglia/ex bruciatore). Giunti sul luogo prescelto, buttavano l’ancora di ormeggio e si fermavano; dopo breve tempo, gettavano a mare il barile, che fungeva da vistoso galleggiante, con all’esterno due cordicelle di cui la prima collegata alla parte iniziale della tartana (2) e la seconda utilizzata per la chiusura del semicerchio che il gozzo disegnava passando per la piattaforma della secca fino a superare di poco il “ciglio”, dove si radunavano i calamari per la pastura.

Completato il semicerchio, iniziava il tiro delle cime, con un capo a poppa ed un altro a prua, per stringere la rete nella parte bassa; il marinaio che aveva il compito di seguire le operazioni, con l’occhio vigile sui segnali posti lungo la corda, comunicava con voce risoluta usando i termini conosciuti tra i pescatori: -“pezza, paglia e pezza – pezza, paglia e pezza” fin quando non cambiava gridando “pezza e pezza” che stava a significare che si era a dieci metri dalla stretta finale. A quel punto si cominciava a tirare in maniera più veloce ed il sacco della tartana arrivava chiuso sotto la barca; subito dopo, utilizzando dei grossi coppi, i calamari venivano recuperati e scaricati nella tinozza di bordo.

Il lavoro proseguiva per tutta la notte ed al mattino ogni barca consegnava alla Cooperativa quantitativi di calamari dai 70 chili fino ai 2 quintali. Di questi una parte era destinata alla vendita in loco e gli altri venivano preparati con ghiaccio tritato, caricati sul battello e messi in partenza per Mergellina.

Il trasporto

La barca destinata al trasporto si chiamava “Santa Rita”, misurava circa 10 metri e montava un motore Arona da 40 cavalli e non era dotata di invertitore di marcia, trasportava un quantitativo massimo di 30 quintali di merce e raggiungeva una velocità di crociera di 7/8 miglia all’ora; per un lungo periodo il capitano fu Gargiulo Aniello, detto ‘u Russe, e successivamente il comando passò a Curcio Luigi, detto ‘u Zuoppe

Il Santa Rita effettuava 2/3 viaggi a settimana e rientrava sull’isola il giorno successivo , verso le 11,00 del mattino e nel viaggio di ritorno la barca veniva adibita sovente al trasporto di frutta e verdura per gli abitanti; anch’io da ragazzo, tra gli otto e dieci anni, sulla spinta ed il consenso di mio padre che curava il peso del pescato nella cooperativa, assaporai questa deliziosa esperienza.

Nella primavera e fino alla metà di giugno la pesca dei “rotondi”, delle “mennelle”, delle “boghe” e dei “mossuoli” era abbondante, allo stesso modo nei mesi di agosto/settembre per la pesca dei calamari, mentre le “zuppe miste”, i dentici, i saraghi , gli scorfani di buona grandezza, le aragoste, le cicale, i granchi felloni , i gronchi, le murene, le cernie, le ricciole ed altre specie, seppure in quantitativi limitati, rappresentavano una pesca costante dalla primavera all’autunno.

Il bravo Ugariello

Con la barca viaggiava spesso un pescatore dell’isola, Pappalardo Ugo, detto Ugariello, originario di Procida, il quale utilizzava il “Santa Lucia” per il trasporto del pescato di sua proprietà che scaricava (per la vendita informale o la tentata vendita) al porto d’Ischia, a Procida e a Pozzuoli l’invenduto.

La barca da trasporto partiva da Ventotene verso le due del pomeriggio e faceva la prima sosta al porto d’Ischia dove il bravo Ugariello prendeva delle tinozze basse e tonde, vi gettava dentro due/tre secchi d’acqua di mare e vi calava in una i gronghi, in un’altra le murene, in un’altra ancora qualche polpo verace, insomma tutto pesce vivo, che aveva il compito di attrarre massaie, sensali, piccoli commercianti e curiosi.

Chiusa l’operazione del richiamo scaricava sulla banchina 15/20 casse di “mennelle di grossa misura” ben incriccate da farle sembrare bellissime orate e poi… con voce decisa e con rumori vari, annunciava “pesce verace, pesce frische ‘i Vientutene, occhiate di prima misura, prezzo eccezionale..” ecc. ecc. Nel giro di un’ora valutava il mercato e se non aveva successo dava ordine di proseguire per Procida e, se anche nel secondo porto la vendita era scarsa, decideva di proseguire per Pozzuoli per completarla. Nelle due soste intermedie se mancava la luce naturale del sole accendeva due lampade a petrolio. Dopo la tappa di Ugariello, ossia dopo la vendita dei suoi prodotti, si proseguiva per Mergellina.

L’arrivo a Mergellina

L’arrivo a Mergellina avveniva verso le 18,00/20,00 di sera, il capitano voleva che una persona si mettesse di guardia a prua per non incagliare nei numerosi petagni delle “langelle” in terracotta sotto  ‘a Fenestella ‘i  marechiare per la cattura dei piccoli polpi veraci.

Superato questo piccolo ostacolo si giungeva nell’arenile di Mergellina con il motore a folle mentre si chiedeva al guardiano di prua di avvertire che eravamo arrivati. Il guardiano scendeva in acqua ed accompagnava la frenata della barca sull’arenile; una volta giunti sistemava il tavolone per lo scarico del pesce ed aiutava i facchini della pescheria, organizzati con una carretta con grandi ruote di gomma, a deporre le cassette per il successivo trasporto in pescheria.

L’accoglienza a Mergellina si riduceva per gli adulti in un piatto di maccarune spezzate con sugo scivoloso che veniva consumato nel sottoscala della pescheria, mentre per me era riservata la gioia di una serata sulle giostre di Mergellina .
Le figlie di Tatonno ‘o pazz’ venivano in pescheria a prendermi, mi portavano a casa loro dalla quale si potevano osservare le giostre che, all’epoca, erano posizionate nella zona di Mergellina prima del tunnel per Fuorigrotta. Dopo un frugale spuntino, mi accompagnavano alle giostre e, in particolare, mi facevano provare le emozioni delle “montagne russe” che per me erano la cosa più bella e più affascinante che avrei potuto vivere perché, rientrando sull’isola, l’avrei raccontata ai parenti, agli amici ed ai compagni di scuola… Vissuta l’esperienza delle “montagne russe”, poco dopo, venivo riportato sulla barca a riposare in attesa dell’arrivo del mattino per il ritorno a casa.

 

(1) da funne (fondo). Vino tipico di Ventotene, prodotto nelle zone più basse dell’isola
(2) tipica rete per catturare i calamari

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