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2009-07-21_19-59-13 cortese 05 13 sl372205 Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

Divide et impera

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di Vincenzo Pagano

Very large 3D render of blended US and EU flags.

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Presentiamo con interesse e curiosità un articolo del ‘nostro’ Vincenzo (Enzo) Pagano, come primo scritto di natura economica dall’America, dopo l’insediamento dell’Amministrazione Trump.
La Redazione

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Come scrivevo nel saggio precedente (leggi qui) non essendoci una condivisione di rischio a livello europeo questo porterà inevitabilmente ad una politica nazionale per sopperire a questa mancanza. E’quello che sta succedendo con il Monte dei Paschi di Siena (MPS). Anche se contraria, la Germania è costretta a cedere sull’intervento statale in Italia per salvare il Monte dei Paschi.
Dopotutto, nonostante una grande immissione di liquidità (250 miliardi di euro) nel sistema bancario tedesco ci sono ancora problemi e la crisi della Deutsche Bank (DB) è la punta dell’iceberg. Si capisce che bisogna agire per evitare guai maggiori.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto a contagio e crisi sistemiche; eppure si preferisce agire nell’Eurozona a livelli nazionali. Questo intervento da parte dello Stato non sarà un fatto sporadico come ci vogliono far credere gli eurocrati. Dopotutto il sistema bancario è profondamente legato alla vita economica di un dato paese e quella italiana è in uno stato di ristagno. Con questa lunga crisi si è arrivati a qualcosa come 350 miliardi di euro di crediti in sofferenza, il doppio della media europea.
L’ammontare di queste sofferenze che non saranno mai restituite si aggira intorno ai 250 miliardi di euro. Con la prossima recessione si devono mettere in conto altre insolvenze. Questo non è pessimismo, ma realismo.
Dal dopoguerra ad oggi un’espansione economica dura in media 60 mesi. Ora siamo già a 90 mesi. Ma questa è stata una debole ripresa specialmente nell’Eurozona e soprattutto in Italia.

Se mettiamo 100 come Pil nel 2006, allora si ha 114,4 negli Usa, 112,1 in Germania e ancora 94,1 in Italia. Con l’euro si sono svalutati i salari non potendo svalutare la moneta comune.
Questo ha comportato una significativa diminuzione dei consumi e del reddito interno che ha generato tutta una serie di negatività. Non essendoci domanda le imprese disinvestono non rimpiazzando più quella parte di capitale che costituiva la loro parte produttiva. In più sempre in assenza di domanda e con la deflazione tante imprese non riescono più a rimborsare i prestiti con tantissime insolvenze bancarie.

 

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Ma perché tutto questo nell’Eurozona?

 

All’origine di questa situazione di crisi vi è un presupposto ideologico: cioè che, lasciar agire liberamente le forze del mercato ed avere una moneta comune con in più un coordinamento della politica monetaria e di bilancio, sarebbe sufficiente per conseguire la crescita economica. Non è così. Negli Stati Uniti oltre ad avere indicato quanto sopra ci sono anche altre condizioni e nonostante ciò avvengono crisi periodiche dovute al ciclo economico e crisi depressive molto forti e lunghe.

I leader europei, soprattutto i francesi e tedeschi, non sono mai voluti andar oltre per creare una vera Unione fiscale e bancaria abbandonando la Grecia alla sua povera sorte e facendo rimanere l’Italia vulnerabile specialmente dopo la crisi del 2008.
I leader europei hanno sempre creduto, sbagliando, che gli shock economici avrebbero portato ad una maggiore integrazione costringendo i vari stati ad abbandonare la sovranità.
Invece si è avuto solamente più austerità e povertà facendo allontanare i vari popoli europei dal progetto iniziale di una più fruttuosa integrazione. Avendo politiche di austerità in cui gli stati non possono intervenire con politiche fiscali espansive si ha una continua stagnazione con tantissimi fallimenti.
Negli Stati Uniti, il paese del libero mercato per eccellenza, quando il mercato fallisce c’è lo Stato che interviene pesantemente. L’ultimo esempio del 2009 è alquanto illustrativo sul ruolo dello Stato, tanto denigrato dalla libera impresa e dalle banche.
E’ stato l’intervento statale a salvare dalla bancarotta i banchieri privati e concedere enormi prestiti al colosso della General Motors e al gigante delle assicurazioni AIG e ad altre imprese.

Questi fallimenti sono avvenuti negli Stati Uniti dove oltre alla politica monetaria e fiscale ci sono pesanti trasferimenti fiscali dagli Stati più sviluppati a quelli meno sviluppati in un contesto di optimum currency area.
In questa fase storica complessa gli stati contano. Si può discutere sulla crisi dello stato-nazione all’infinito ma l’utopia di Toni Negri di un mondo dove vige solamente il capitalismo transnazionale indipendente dagli stati è semplicemente fuori dalla realtà.

Certamente esistono forti contrasti fra il capitalismo finanziario internazionale e i vari stati; è troppo facile sostenere che i capitali trans-nazionali non necessitano di Stati, ma quando la crisi morde, gli stessi capitali sono i primi nel richiedere aiuti di Stato per mettere al sicuro profitti e farsi pronti di nuovo per la prossima fase di accumulazione.

In teoria, se veramente l’Unione Europea vuole sopravvivere c’è bisogno di rimettere in piedi l’originale divisione del lavoro tra Bruxelles e le varie capitali europee. I vari governi dell’Eurozona devono applicare politiche fiscali molto espansive in alcuni stati come quelli del Sud e meno espansive in altri.
La realtà delle diverse strutture socio-economiche europee deve portare all’attuazione di politiche che soddisfino i cittadini in modo diverso secondo le esigenze locali.
L’ Italia per esempio avendo un immenso patrimonio artistico-culturale unico al mondo ha bisogno di costanti risorse che una moneta ‘a singhiozzo’ come l’euro non potrà mai fare. La penisola italiana è conosciuta purtroppo anche come un luogo dove l’orografia (e in molti casi l’intervento dell’uomo) causa tutta una serie di dissesti.

L’Unione Europea deve dare più libertà di operare e non i diktat autoritari e di austerità. Tutto questo in teoria, ma un conto sono le chiacchiere dell’Europa, un altro una vera politica di deficit spending fatta apposta per sistemare l’Italia e ricreare di nuovo quelle condizioni per rilanciare l’economia italiana verso le sue potenzialità.

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Conclusione

Certamente dopo la Brexit e l’elezione di Trump è bene riflettere un poco se una nuova fase si sta aprendo verso una nuova economia fatta di un mix di aperture e protezionismo, di mercati e interventi pubblici, oppure si è solamente in una fase di stasi in un mondo globalizzato dalla finanza.
I primi segnali che arrivano dagli Stati Uniti della nuova amministrazione Trump non sono molto incoraggianti per gli accordi multilaterali e la tenuta dell’euro.

Peter Navarro, il direttore del National Trade Council, è intervenuto molto polemicamente contro la Germania sostenendo che l’euro è sostanzialmente un marco mascherato, cioè fa molto bene gli interessi tedeschi sfruttando gli altri paesi dell’Eurozona come pure degli Stati Uniti. Sempre secondo Navarro l’euro così svalutato è la chiave del prepotere tedesco sull’Eurozona a danno soprattutto dell’Italia.

Questa nuova posizione americana potrebbe rilanciare il progetto di una più forte integrazione europea. Ma non sono affatto convinto. Troppi incontri si sono avuti per troppo tempo fra i vari capi europei per discutere e mettere a frutto una più coesa integrazione europea.
Ma i fatti sono un’altra cosa. La Germania, come pure la Francia, non ha nessuna intenzione di cedere sulla propria sovranità né è disposta a sborsare risorse per trasferimenti fiscali.
Come ho scritto altre volte i trasferimenti fiscali sono molto costosi per la Germania, ma senza di essi la divergenza economica, già in atto dall’introduzione dell’euro continuerà, portando potenzialmente l’Eurozona ad un punto di rottura.

Certamente è troppo presto per definire quale sarà la politica dell’amministrazione Trump verso l’Eurozona. Ma nel volere applicare trattati bilaterali invece che multilaterali si aprono nuovi possibili scenari dove s’incomincia ad intravedere che forse è più conveniente per gli americani trattare con i vari singoli Stati.

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