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p18-1-di-4 u-13 u-14 23 8 Il tunnel "romano" di Chiaia di Luna con le pareti ad "opus reticutatum"

I terremoti di Ponza. Intervista con Luca Cardello

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Luca Cardello (*)

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Luca Cardello è un ricercatore in geologia strutturale ora in forza all’Università di Ginevra che sta studiando assieme a colleghi Damien Do Couto, Lorenzo Consorti dell’Università autonoma di Barcellona e Alessia Conti della Sapienza la struttura della crosta tra Ponza e l’Appennino. 

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Cosa è accaduto ieri? Perché la crosta sotto i nostri piedi si sta muovendo?
I terremoti percepiti in queste ore dalla popolazione che vive sulle coste del Lazio meridionale e a Ponza sono di magnitudo moderatamente bassa (Ml < 3.8) e di molto inferiori a quelle che invece hanno scosso l’Appennino in questi anni. Dall’analisi dei dati pubblicati sul sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) possiamo dire che ci sono state una serie di scosse a nordovest di Palmarola tra ieri sera e questa mattina. Queste sono l’effetto dello sprigionamento dell’energia che si era accumulata tra le faglie presenti tra la scarpata pontina e le strutture vicine.

Che cosa è la scarpata pontina? I terremoti sono legati ai nostri vulcani?
La scarpata pontina è un pendio sottomarino molto scosceso che digrada da Ponza verso le piane abissali del Vavilov che sono a circa 3700 metri di profondità. Questo pendio è creato da faglie che sono state attive, molto attive nel corso del Pliocene e parte del Pleistocene da circa 4 a 1 milione di anni fa.
La dottoressa Conti ha ben mostrato questo nella sua tesi di dottorato e negli articoli da poco pubblicati su riviste internazionali. Nel nostro lavoro mettiamo in relazione questo con le masse vulcaniche. In quel periodo infatti, tra 4.1 e 3.7 milioni di anni avvennero le prime eruzioni di Ponza. Palmarola eruttò circa 1.5 milioni di anni fa. Le masse vulcaniche si impostarono risalendo alcune faglie per poi giungere in superficie.
Questi vulcani oggigiorno in erosione non mostrano segni di particolare attività magmatica mentre i terremoti sono di tipo tettonico legati allo spostamento delle placche. Gli studi pubblicati recentemente dimostrano che questi movimenti tettonici hanno generato delle zone più alte e delle altre più basse. Ponza e Zannone sono sullo stesso blocco rialzato mentre a nord ovest di Palmarola c’è un blocco ribassato, quello che, secondo i dati attualmente pervenuti, si sta muovendo.

La sequenza registrata ha a che fare con i terremoti sul continente?
Sì, indirettamente. Partiamo dalle osservazioni. Dalle analisi per la nostra zona abbiamo la situazione per la finestra temporale che scegliamo. Vi presento qui due figure. Nella prima figura ho aggiunto i terremoti della sequenza attuale. Nella seconda quelli dall’80 ad oggi così da contestualizzare la piccola sequenza attuale. In entrambi i casi i dati dimostrano che il grosso della sismicità del centro Italia tirrenico è abbastanza superficiale. Questa nella provincia di Latina è in generale di magnitudo Richter bassa.
Notiamo che la struttura attivata ieri nel particolare è quella del bacino di Palmarola, una fossa tettonica di circa 25×12 km legata all’estensione crostale. La sismicità in quest’area ha registrato terremoti anche relativamente più profondi probabilmente legati all’incontro tra la crosta “appenninica” e quella “tirrenica”. Quest’ultima si trova sul fondo marino a 30 km a sud di Ponza e si ritrova al di sotto di quella “appenninica” in corrispondenza delle isole pontine occidentali (Ponza, Palmarola, Zannone).
I movimenti relativi tra questi due blocchi sono solitamente plastici in profondità ossia legati a movimenti lenti di rocce che nel tempo si piegano e fluiscono mentre sono progressivamente più fragili in superficie. Ci sono dei punti in cui il comportamento delle rocce è tra questi due tipi diversi di comportamento e delle zone che solitamente sono più plastiche all’improvviso si rompono determinando terremoti.

Ma perché si rompono le rocce generando terremoti dall’Appennino a Ponza?
Quando il carico supportato dalle rocce è eccessivo la deformazione plastica non è sufficiente a far muovere la roccia che dunque per liberarsi del peso si rompe generando terremoti. Questi movimenti sono legati all’estensione della crosta appenninica.

Questi terremoti possono causare frane o crolli importanti sui costoni rocciosi a Ponza e Palmarola?
Per rispondere a questa domanda si deve calcolare la tenuta di eventuali masse già pericolanti e c’è bisogno di attente indagini geologiche riferite ad ogni singolo sito.

Le nostre isole sono dunque a rischio sismico? C’è da avere paura? Che possiamo fare?
Come classificato dall’INGV la nostra zona è a pericolosità bassa anche se i terremoti ogni tanto avvengono anche se parecchio più raramente che in Appennino. Questo è il motivo per cui anche i comuni più lontani dalle grandi faglie sono classificati come sismici, sia pure di basso livello. Non bisogna aver paura ma piuttosto costruire bene e conoscere, documentarsi, studiare. Questa è la soluzione alla paura. La paura è legata alle emergenze in eventi difficilmente gestibili, mentre la nostra comunità deve imparare a progettare bene il suo futuro.

Di cosa avete bisogno per scoprire di più su quello che succede nel nostro territorio?
Sarebbe bene avere più dati e intensificare la rete dei sismografi in questa zona, per comprendere bene la struttura e le dinamiche dei terremoti. Questo ci permetterebbe di sapere con maggior precisione la profondità e le caratteristiche di queste faglie. Al momento, so che la rete è molto sotto pressione vista la continua emergenza dell’Appennino. Purtroppo sembra che non ci siano i soldi per riparare neanche le stazioni malfunzionanti sul continente, figuriamoci per piazzarne di nuove. Inoltre la ricerca è sotto organico e molti dei miei colleghi, quelli che non sono andati all’estero, lavorano precari e sottopagati.
I ponzesi potrebbero richiedere che le isole pontine vengano maggiormente monitorate e che partano dei progetti di studio ad hoc.
Con i miei colleghi, stiamo lavorando con passione per comprendere la tettonica della regione e alla luce di quanto sta avvenendo. Presenteremo i prossimi avanzamenti del lavoro alla Conferenza Europea delle Geoscienze di Vienna (EGU) ad Aprile. Sarebbe utile avere accesso a più dati sulla struttura crostale profonda e siamo aperti a collaborazioni per relazionare quanto scoperto agli ultimi terremoti.

image2Fig. 1

image3Fig. 2


(*)
 – Luca Cardello, di Latina, con ascendenze borboniche ((Lecce, Catania) è ricercatore in geologia strutturale; ora presso l’Università di Ginevra.
Le sue strade si sono già incrociate con il sito come presidente dell’Associazione Sempre Verde: leggi qui.
È legato a Ponza dal 2011, quando ha fatto delle ricerche sulle faglie che attraversano le isole pontine in particolare Zannone. Gli studi sono ripresi di recente grazie alla collaborazione con i colleghi di Roma Barcellona e Ginevra nominati sopra. Gli studi in programma sono tesi a definire l’età dei depositi vulcanici, di Zannone soprattutto, finora inesplorati (Zannone è probabilmente l’unica isola italiana della quale non si conosce l’età).
L’Associazione Sempre Verde è molto attenta a quanto succede nel Parco Nazionale del Circeo; tra i suoi obbiettivi c’è una collaborazione con Ponza e con i ponzesi per un programma di eco- e geo-turismo, alla ricerca di una soluzione condivisa che permetta all’isola di Zannone di rifiorire senza cemento.

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