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Per qualcuno l’inferno era un buon posto… (1)

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di Gabriella Nardacci

 

Questo nome, Gregory Corso è all’improvviso saltato ai miei occhi mentre scorrevano immagini su un social e immediatamente l’ho accostato a ricordi sbiaditi di un tempo andato.

Di solito, quando tiriamo in ballo il passato, ricordiamo film, canzoni e concerti e lasciamo nel dimenticatoio personaggi che in qualche modo, hanno attraversato la nostra vita fornendoci argomenti su cui ragionare, stili di vita con cui confrontarsi, conoscenze relative a popoli dagli usi e costumi diversi dai nostri.

A Gregory Corso non avevo più pensato; ma è bastato leggere il suo nome e tutto è tornato alla memoria.
Personalità eclettica e difficile, non poteva passare inosservata quando si delineavano orizzonti in cui la libertà era il sogno, il desiderio pazzo e necessario.

Negli anni settanta Gregory Corso aveva già circa 40 anni e le sue “valigie” erano già straripanti di conoscenze e esperienze più brutte che belle.

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Nasce nel 1930 da genitori giovanissimi che presto lo abbandonarono. Solo e povero, trascorre la sua infanzia in un girotondo di orfanatrofi, riformatori fino alle prigioni.

In quest’ultimo posto, Gregory scopre la sua creatività. Legge e studia grandi letterati e filosofi come Marlowe, Shelley, Chatterton. Comincia a scrivere e le sue poesie sono sofferenti, nostalgiche, ironiche, provocatorie. A proposito del carcere scrive:
“…a volte anche l’inferno è un buon posto, se serve a dimostrare con la sua esistenza, che deve esistere anche il suo contrario, cioè il paradiso. E cos’è questo paradiso? La poesia…”.

Gregory Corso. Vert.

Quando esce di prigione, in un bar a New York, incontra il poeta Allen Ginsberg che lo aiuta a pubblicare la sua prima raccolta poetica cui segue una seconda fino ad arrivare al 1960 quando Corso dà alle stampe la raccolta “Il buon compleanno della morte” e al 1962 con la quarta raccolta “Lunga vita all’uomo” dedicata a suo padre e dove Corso esplode in modo più meditativo con testi che confessano la sua solitudine esistenziale e forse il desiderio di stabilità dopo anni di nomadismo e vita sregolata, assillato dai soldi, dal sesso e dalla droga. Scrive:

“Se non c’è mai stata una casa dove andare
C’è sempre stata una casa dove non andare
Ricordo bene come bambino scappato
Dormivo nella sotterranea
E si fermava sempre
Alla stazione della casa da cui scappavo
Era il dolore più amaro
Ah lo era…”

Gregory Corso. Foto di Ira Cohen

Oltre a Ginsberg, compagni di “viaggio” di Gregory sono stati in questo periodo William S. Burroughs e Jack Keruac: quattro padri della “beat generation” e per definire il termine “beat” Corso scrive: “Beat è il viaggio dantesco, il beat è il Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato”.

Questo poeta maledetto seppe trascinarsi grosse folle di giovani che riconoscevano in lui le sue stesse inquietudini, l’odio-amore per l’America, l’odio per la “bomba”, il suo stesso anticonformismo, cui dedica una poesia (“Matrimonio”, che si può ascoltare in una lettura di Vittorio Gassmann da YouTube:

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Nel 1981 pubblica la sua sesta e ultima raccolta poetica che contiene molti riferimenti autobiografici nei racconti in essa contenuti con dediche ai poeti antichi da lui stesso amati come Omero e altre poesie come “Spirito” voluta da lui sulla sua lapide nel cimitero acattolico del Testaccio, sotto l’ombra della Piramide Cestia accanto a Keats e Shelley:

Spirito
è Vita
Scorre attraverso
La mia morte
Incessantemente
Come un fiume
Che non ha paura
Di diventare
Mare.

Gregory Corso. Lapide

Nel 1989 esce l’antologia Mindfield che contiene, oltre a una buona parte delle produzioni contenute nelle raccolte precedenti, anche diverse poesie inedite (Newton Compton ed. pagg. 526, euro 6,00).

 

[Per qualcuno l’inferno era un buon posto… (1) – Continua]

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