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In ricordo di Nino Picicco. Dall’ultimo de ‘I Duri’ (1)

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di Francesco De Luca

 

La formazione musicale I Duri nacque nel 1964. Allora si contavano vari complessini. Si dovevano allietare gli sposalizi, che erano tanti, perché la popolazione a Ponza si aggirava intorno a 5000 abitanti. Eppoi era costume che le festicciole private venissero allietate con la musica. Faceva gruppo Ciccillo ‘i maistà col mandolino, Salvatore Sandolo (Tatore ’u cecato) teneva il canto col violino, così Angelino di Calacaparra si cimentava con la fisarmonica, Giulio il pescatore aveva il suo gruppo con Benito Costanzo e Angelone.

La nascita della banda musicale con l’impulso del maestro Anzalone aveva avvicinato molti ragazzi alla musica: Tommasino De Luca, Biagino, Aniello Coppa, Antonio De Luca, Tonino Esposito, Carlo Scarpati, Mario Iozzi, Luciano Gazzotti, Nino Picicco, Luigi Ambrosino, Titino Usai.
Essi, avveduti nella lettura della partitura musicale, spesso si ritrovavano per divertirsi a riproporre canzoni del Festival di Sanremo. Un’esplosione di musica che colpì anche don Luigi Dies, il parroco, il quale provò a riproporre un Festival di canzoni da lui scritte (Come l’agave, O mani piccola… ed altre) negli incontri teatrali ad uso dell’Azione Cattolica giovanile. Insomma una concomitanza di circostanze mosse la gioventù ponzese a destreggiarsi nel repertorio canzonettistico allora in voga. Non esclusi i successi provenienti da oltremare. C’erano i gruppi musicali inglesi e americani che attraverso i juke-box sommuovevano lo spirito degli adolescenti.

I Duri si dotarono di un cantante e cominciarono a spodestare gli altri gruppi. E sì, perché I Duri si ritrovavano la sera in una stanzetta di Aniello Coppa, adiacente alla casa del maestro Valiante, sopra S. Antonio, via Salita Croce, e lì facevano le prove. Un po’ per tenersi allenati, un po’ per stare insieme.

La formazione era molto moderna. C’era il sax, il basso, la pianola (in sostituzione della fisarmonica), la chitarra d’accompagnamento e quella solista, la batteria (che sostituiva alla grande il solo tamburo ).

Il gruppo fu vincente? No. Dovette superare due ostacoli: 1° – l’abbandono a più riprese di qualche componente. Iniziò Carlo Scarpati, emigrato in America, seguito da altri negli anni successivi; 2° – a Le Forna, nello specifico, si preferivano i brani di polka e mazurka, per cui il gruppo di Giulio il pescatore era prescelto.

Ma I Duri vollero resistere (da qui il nome) e utilizzarono gli incontri musicali anche per il puro divertimento, attirando, nelle prove, altri assetati di musica come Sem, Antonio De Luca, io stesso.

Nel gruppo le personalità, a mio vedere, erano così assemblate. Silverio ricciolino (cantante), Nino Picicco e Luciano Gazzotti erano i creativi, Mario Iozzi, Aniello e Tonino gli esecutori magistrali.

Nino cominciò con la batteria. Con la partenza di Scarpati e poi di Tonino passò al basso, e Sem subentrò alla batteria. Silverio Ricciolino, dopo alcuni anni, andò in Germania. Ma ormai il gruppo era tanto affermato a Ponza che si esibiva negli spettacoli teatrali al cinema di Barbetta, nei locali estivi de La Bussola e del Mariroc, nelle feste patronali.

Senza cantante fisso furono cooptati per quella funzione Salvatore Maiorca (in arte Salvator De Maiorca), Giuseppe De Luca, e io. Con questa formazione ci si presentò alla serata di San Giuseppe. La ricordo così: io cantai L’immensità, portata al successo da Johnny Dorelli e Don Backy, Giuseppe ripropose Words di Pat Boone, Salvatore Granada di Claudio Villa.
La serata fu impegnativa perché fu la prima volta che si affrontò un pubblico di piazza.
Ma l’impegno maggiore lo esigevano le prove. Ogni sera, in quella stanzetta fredda, a ripassare.
Divertimento di prima qualità, assoluto, con la meticolosità di Tonino, l’uguale pignoleria di Luciano, Nino e io che stavamo al gioco.

Cosa li spinse a mettersi insieme? Secondo me fu, con l’amore per la musica, il desiderio di ammodernare il repertorio dei festini. Sentivano il fascino dei Beatles, degli strumenti amplificati, dei cantautori. L’arrangiamento divenne un obiettivo da perseguire. La canzone veniva passata al vaglio, sezionata e ricomposta. Con l’aggiunta del coro. L’armonia del coro, lì dove la partitura lo permetteva, I Duri la inserivano a corredo. In questo l’intromissione di Nino era puntuale e appropriata.

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Questa fotografia ritrae il gruppo in una serata al cinema Margherita, dalla rivista Ponza Mia, marzo 1966. A riguardo Silverio Ricciolino mi ricorda che fu lui a suggerire a Nino di non sedersi, di suonare in piedi. Perché? Per differenziarsi dagli altri, per fare scena.

Nella prossima puntata dirò altro.

 

[In ricordo di Nino Picicco. Dall’ultimo de ‘I Duri’ (1) – Continua]

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2 commenti per In ricordo di Nino Picicco. Dall’ultimo de ‘I Duri’ (1)

  • Adriano Madonna

    Caro Franco,
    questo tuo racconto è bellissimo e commovente: ricorda Nino, ricorda tempi passati, ricorda giovinezza e felicità. Oggi dona serenità e nostalgia.
    Insieme con Nino se ne va un pezzo di te, di tanti, di noi tutti che abbiamo vissuto e amato quegli anni conditi di spensieratezza romantica e sana.
    Nino, che io ho conosciuto poco ma di cui ho colto subito il grande valore umano, era tanto tanto di tutto questo.
    Adesso ti guarda di lassù e ti fa rivivere tante cose fatte insieme.
    Franco, guarda in alto! Guarda verso le stelle e gridagli “Nino, cantaci una canzone!”
    Lo sta già facendo attraverso i tuoi ricordi, che regali a noi.

  • Rita Bosso

    Franco, non credo che ti possa esimere: devi organizzare una bella serata in musica, per Nino e con Nino.

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