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Poesia. Spiegarla si può? (2). Walter Siti. Paterson

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proposto da Sandro Russo

  

Torniamo al libro di Walter Siti. Perché l’ha intitolato “La voce verticale”?
Ce lo dice lo scrittore stesso in un’intervista a Micromega (condotta da Mariagloria Fontana -16 ottobre 2015), che ricalca i concetti già espressi nella prefazione del libro: “Essere parlati”

Siti. La voce verticale. Copertina

“Verticale è un vettore verso l’alto o verso il basso: soprattutto nella poesia lirica (succede anche nella narrativa, ma qui è più caratterizzante) vale l’impressione che il poeta “sia parlato” molto più di quanto non decida lui di parlare.

Cioè che si senta il trascrittore appunto di una voce che può provenire dall’alto, da Dio, per chi ci crede, o dall’Assoluto naturale, oppure emergere dall’inconscio, per chi nel Novecento si è avvicinato alle teorie freudiane, comunque qualcosa di cui lui non è perfettamente padrone.
Per cui la poesia arriva a dire cose che magari il poeta non sapeva di poter dire. In questo momento storico, in cui la letteratura tende a correre dietro al giornalismo, a essere molto controllata e molto impegnata politicamente, quindi molto legata alla volontà, forse è bene non dimenticarsi che la letteratura spesso gioca i propri effetti sull’ambiguità, sulle contraddizioni, sul dire quello che uno non vorrebbe dire o sul dire cose tra loro contraddittorie.

Domanda.
La poesia si occupa solo di temi ‘alti’?
Siti: Una delle false idee che si hanno sulla poesia è che questa ci trasporti verso una dimensione di purezza e di sentimentalità, che ci faccia sentire migliori. Così si fa un uso “gastronomico” della poesia. Invece, nelle 57 liriche che ho presentato si parla di incesto, pedofilia, violenza, rivoluzione, impotenza, anticlericalismo, dissezione di cadaveri. La poesia è uno scandaglio che può rivelare anche cose terribili di noi e della società in cui viviamo; non è un caso che i poeti, più spesso che i narratori, si suicidino o diventino pazzi. A forza di stare attenti a una voce che viene da altrove si finisce, letteralmente, per “sentire le voci”.
Diceva Victor Hugo, paragonando la poesia al lavoro di miniera, “il arrive des accidents, là-bas”.

Un’altra domanda dell’intervistatrice:
August Strindberg nel “Sogno” fa dire a uno dei suoi protagonisti che la poesia non è la realtà ma più della realtà, non un sogno ma un sognare da svegli. Per lei cos’è?

Siti: “Una buona definizione mi sembra ancora quella del settecentesco abate Ceva: “un sogno che si fa in presenza della ragione”. Dando a “sogno” il valore eminentemente tecnico che gli dà la psicanalisi. Non direi che è più della realtà, c’è anzi una invidia, un odio-amore per la realtà: come se la poesia fosse scontenta del mondo e cercasse un altro mondo più coerente”. 

Riprendo ancora dai consigli forniti da Siti all’eventuale lettore del suo libro: 
“Questa minima e tendenziosa antologia può funzionare da antidoto (alla noia, alla nostalgia, all’insopportabile semplificazione – NdR), purché il lettore si attenga a semplici istruzioni per l’uso:
1) – non leggere le pagine per ordine ma saltare, seguendo l’estro personale o costruendosi categorie alla Borges (i trentenni, i suicidi, gli omosessuali, gli spagnoli…);
2) – dare un’occhiata all’originale anche quando non ne conosce la lingua;
3) – leggere prima la poesia, poi il commento, poi di nuovo la poesia, che allora si aprirà come quei fiori liofilizzati che immersi in acqua ritrovano la primitiva bellezza. Se accadesse anche una sola volta, l’autore si riterrebbe pienamente ripagato della propria opera servile”.

***

Per un mezzo espressivo diverso ma sullo stesso tema, si è molto parlato recentemente di poesia in occasione dell’uscita di un film di Jim Jarmush, “Paterson”

Paterson nel film è sia il nome del personaggio principale (interpretato dall’attore Adam Driver) che la cittadina americana del New Jersey che ha dato i natali al poeta William Carlos William.

Paterson. Locandina

In uno scambio di mail ne ha scritto in questi termini una mia amica (Marina Giacobbe):

“Il film di Jim Jarmush è in giro da un po’, mi sembra senza grande eco.
Mi è piaciuto moltissimo, ma in effetti non è facile parlarne.
Non c’è praticamente una trama: si raccontano otto giorni (dal lunedì al lunedì successivo, compreso) della semplicissima e ultra-routinaria vita del giovane Paterson nella cittadina di Paterson.
Autista del bus 23, metodico, sposato a una simpatica svitata (di cui è innamorato e che lo ama molto), padrone di un cane (che ama pochissimo), cliente fisso di un semplicissimo bar di quartiere per la birra serale.
Niente di più semplice e scarno.
Adam possiede, anche, un quadernino nel quale appunta le poesie che scrive; poesie che nascono dalla quotidianità, da piccolissime cose che attraverso la sua sensibilità si trasfigurano in emozioni, sentimenti, storie, ritmo e parola poetica. Poesie che crea ritagliando nella sua vita momenti e spazi modestissimi ma preziosi, e che modestamente tiene per se stesso, condividendole al massimo con la sua amorevole moglie.

L’occhio autoriale di Jarmush e la camera seguono questo “nulla” ricamando inquadrature, profondità di campo e sfocature, linee e colori, piccoli dialoghi apparentemente casuali.
Tutto è casuale, tutto acquista un senso solo nell’intimità del poeta che vive dentro l’autista di un bus.
Non si trova nessun messaggio “forte”, non sembra esserci intensità, in questo film.
Eppure mi è piaciuto tanto, anche se non so dirvi precisamente perché.
Forse perché la mia età non più verde mi fa sentire più a mio agio nel “meno” che nel “più”, nel nitore zen piuttosto che nel passionale “sturm und drang”.

Paterson va al lavoro

Andate a vederlo, se fate attenzione all’erba che cresce nelle fessure di un marciapiede, se ammirate le ombre che tagliano una facciata, se il rumore di fondo di un bar vi dà gioia.
In questo caso apprezzerete il film, e credo anche la frase che ne rappresenta l’essenza: “Una pagina bianca contiene molte possibilità”.

Da un’altra parte [Marianna Cappi, da www.mymovies.it ] ho appuntato questa frase: Jarmusch non racconta qui la storia di un genio incompreso, tant’è vero che la poesia di una ragazzina incrociata per caso è buona quanto quelle del protagonista o quasi: racconta di un dono che ha il potere di cambiare ogni cosa, perché è il dono di uno sguardo particolare sul mondo”. 

***

Ora da queste informazioni sparse, apparentemente casuali, dovrò estrarre una conclusione e una risposta al quesito iniziale: Poesia. Spiegarla si può?
Lo farò, nella terza puntata di questo discorso intorno alla poesia, con qualche altro esempio e contributo di amici.

 

[Poesia. Spiegarla si può? (2) – Continua]
Per la prima parte, leggi qui

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