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Tra Befana e Babbo Natale

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di Rosanna Conte
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‘A Pasca Epifania tutt’ e ffeste porta via. Risponne ‘a Cannelora: No, ce stongh’ io ancora!

Effettivamente il ciclo liturgico di inizio anno non si chiude il sei gennaio, ma il due febbraio con la Candelora che ricorda la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione di Maria.

Ma noi siamo così abituati a mondanizzare le feste religiose da scordarci della Candelora che non porta doni e non ha la rilevanza sociale della festa.
La Befana è invece ben presente nell’angolo dei desideri del nostro animo ed anche, di conseguenza, in quello dei calcoli della nostra mente per l’acquisto dei doni.
L’origine della sua figura affonda, come per tante altre figure e festività religiose, nel mondo agricolo che dall’età pagana è giunto fino a noi, quando si riteneva che sul campo seminato, per 12 notti dopo il solstizio d’inverno, volassero figure femminili guidate da Diana o da Abundia o Satia, per favorire un raccolto abbondante.

La Befana, oltre ad essere erede di queste divinità propiziatrici, è la personificazione della natura che è ormai consumata e destinata a perire per far avanzare le nuove forze produttive della terra.
Da qui il suo aspetto di vecchia e la tradizione di bruciarne il pupazzo al termine della festa.

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Nel mondo romano, nello stesso periodo dell’anno si svolgeva una festa molto popolare che comprendeva banchetti pubblici e privati, scambi di doni e momenti di uguaglianza fra servi e padroni in onore di Saturno, dio della semina.

L’usanza dei doni, quindi, preesisteva al cristianesimo e la festa dell’Epifania non fece che sostituire i doni dei Saturnali con quelli dei Magi. Da qui la befana che porta i doni.
La figura della vecchina benevola e rassicurante ha accompagnato l’infanzia di molte generazioni che hanno preceduto il consumismo e la globalizzazione e durante il ventennio fascista assurse ai massimi fasti per l’utilizzo che ne fece la propaganda organizzando i pacchi dono per le famiglie bisognose.

Dal 1928 la Befana fascista – ideata e curata da Augusto Turati, segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista – si fece carico di far arrivare i doni ai bimbi poveri, naturalmente se i loro genitori non erano avversi al regime, sia per tamponare con la beneficenza l’impoverimento progressivo delle classi meno abbienti sia per esaltare la figura di Mussolini che puntava a costruirsi l’immagine di padre di tutti gli italiani.
In precedenza alcune associazioni di categorie, come i commercianti, avevano organizzato per la Befana la raccolta di doni da distribuire tra i figli degli associati in difficoltà.
Dal secondo dopoguerra la diffusione di Babbo Natale ha minacciato seriamente la figura della Befana fra le lamentele di chi avrebbe gradito mantenere una tradizione legata alla religiosità nostrana. Ovviamente si è persa la memoria dei doni dei Saturnali, dei riti agricoli da cui è derivata la figura femminile della cara vecchina, mentre è rimasta chiara la corrispondenza fra il suo nome  e quello della festa dell’Epifania che ne ascrive l’appartenenza alla sfera della religiosità cristiana.

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In realtà ha radici più cristiane il Santa Claus – Babbo Natale che non la vecchia Befana, visto che al pagano Father Christmas unisce il cristiano San Nicola, vescovo di Myra (Asia minore).

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Santo molto amato, venerato come protettore dei marinai e dei commercianti, San Nicola è vissuto fra il III e il IV secolo ed è noto per i numerosi miracoli che ha operato, specie a favore dei bambini. La leggenda narra che, per evitare che tre fanciulle fossero avviate dal padre alla prostituzione perché troppo povere per potersi maritare, abbia lasciato una buona quantità di denaro avvolto in un panno nel cortile della loro casa per ben tre volte, in modo da fornire ad ognuna di esse la dote. Era stato un grande benefattore ed il suo culto, diffuso in tutto il mondo cristiano, ben presto sostituì i preesistenti culti pagani collegati alle tradizioni germaniche di Odino e anglosassoni degli elfi, dando vita alla tradizione dei doni ai bambini nella notte fra il cinque ed il sei dicembre, giorno della sua morte.

Furono gli immigrati olandesi a portarlo come Santa Claus (Sinterklaas – San Nicola) in America nel XVII secolo dove nell’800, in seguito ad una poesia scritta da Clement Clarke Moore e pubblicata il 23 dicembre 1823, si fuse col Father Christmas della tradizione anglosassone.
E’ in questa poesia, riportata in fondo all’articolo, che San Nicola arriva la notte di Natale, indossa l’abito rosso – trasposizione del suo stato vescovile – ha il naso un po’ rubizzo, la barba e guida una slitta trainata da otto renne che hanno tutte un nome.

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Il Santa Klaus di Thomas Nast (1881)

L’aspetto fisico si definì con l’immagine creata da Thomas Nast, vignettista americano di origine tedesca, nella seconda metà dell’800, mentre quella che permane ancora oggi è stata creata dallo svedese americano Haddon Sundblom nel 1931 per la pubblicità della Coca Cola.

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Il consumismo ha fagocitato, così, anche San Nicola. A ben riflettere ha ottenuto anche altro.
Restii a tralasciare una tradizione come quella della Befana, che con la sua scopa ed il cappello alla romana è una figura cara al nostro immaginario, e ormai assuefatti ai regali di appannaggio di Babbo Natale, facciamo regali sia la notte di Natale che in quella della Befana.

E’ vero che la cara vecchina opta per i dolciumi e non più per i giocattoli, ma anche i dolci sono un regalo, uno dei tanti balzelli che nel corso dell’anno siamo disposti a pagare per le festività che ci vengono offerte da chi organizza il nostro calendario.

Twas the Night before Christmas Poem

Twas the night before Christmas, when all thro’ the house

Not a creature was stirring, not even a mouse;

The stockings were hung by the chimney with care,

In hopes that St. Nicholas soon would be there;

The children were nestled all snug in their beds,

While visions of sugar plums danc’d in their heads,

And Mama in her ‘kerchief, and I in my cap,

Had just settled our brains for a long winter’s nap —

When out on the lawn there arose such a clatter,

I sprang from the bed to see what was the matter.

Away to the window I flew like a flash,

Tore open the shutters, and threw up the sash.

The moon on the breast of the new fallen snow,

Gave the lustre of mid-day to objects below;

When, what to my wondering eyes should appear,

But a minature sleigh, and eight tiny rein-deer,

With a little old driver, so lively and quick,

I knew in a moment it must be St. Nick.

More rapid than eagles his coursers they came,

And he whistled, and shouted, and call’d them by name:

“Now! Dasher, now! Dancer, now! Prancer and Vixen,

On! Comet, on! Cupid, on! Dunder and Blixem;

To the top of the porch! To the top of the wall!

Now dash away! Dash away! Dash away all!”

As dry leaves before the wild hurricane fly,

When they meet with an obstacle, mount to the sky;

So up to the house-top the coursers they flew,

With the sleigh full of toys — and St. Nicholas too:

And then in a twinkling, I heard on the roof

The prancing and pawing of each little hoof.

As I drew in my head, and was turning around,

Down the chimney St. Nicholas came with a bound:

He was dress’d all in fur, from his head to his foot,

And his clothes were all tarnish’d with ashes and soot;

A bundle of toys was flung on his back,

And he look’d like a peddler just opening his pack:

His eyes — how they twinkled! His dimples: how merry,

His cheeks were like roses, his nose like a cherry;

His droll little mouth was drawn up like a bow,

And the beard of his chin was as white as the snow;

The stump of a pipe he held tight in his teeth,

And the smoke it encircled his head like a wreath.

He had a broad face, and a little round belly

That shook when he laugh’d, like a bowl full of jelly:

He was chubby and plump, a right jolly old elf, And I laugh’d when I saw him in spite of myself;

A wink of his eye and a twist of his head

Soon gave me to know I had nothing to dread.

He spoke not a word, but went straight to his work,

And fill’d all the stockings; then turn’d with a jerk,

And laying his finger aside of his nose

And giving a nod, up the chimney he rose.

He sprung to his sleigh, to his team gave a whistle,

And away they all flew, like the down of a thistle:

But I heard him exclaim, ere he drove out of sight —

“Happy Christmas to all, and to all a good night”.

(by Clement Clarke Moore; 1823)

.

Era la notte prima di Natale

 

Era la notte prima di Natale e tutta la casa era in silenzio,

nulla si muoveva, neppure un topino.

Le calze, appese in bell’ordine al camino,

aspettavano che Babbo Natale arrivasse.
 

I bambini rannicchiati al calduccio nei loro lettini

sognavano dolcetti e zuccherini;

La mamma nel suo scialle ed io col mio berretto

stavamo per andare a dormire


quando, dal giardino di fronte alla casa, giunse un rumore

Corsi alla finestra per vedere che cosa fosse successo,

spalancai le imposte e alzai il saliscendi.


La luna sul manto di neve appena caduta

illuminava a giorno ogni cosa

ed io vidi , con mia grande sorpresa,

una slitta in miniatura tirata da otto minuscole renne


e guidata da un piccolo vecchio conducente arzillo e vivace;

capii subito che doveva essere Babbo Natale.

Le renne erano più veloci delle aquile

e lui le incitava chiamandole per nome.


“Dai, Saetta! Dai, Ballerino!

Dai, Rampante e Bizzoso!

Su, Cometa! Su, Cupido! Su, Tuono e Tempesta!

Su in cima al portico e su per la parete!

Dai presto, Muovetevi!”


Leggere come foglie portate da un mulinello di vento,

le renne volarono sul tetto della casa,

trainando la slitta piena di giocattoli.


Udii lo scalpiccio degli zoccoli sul tetto,

non feci in tempo a voltarmi che

Babbo Natale venne giù dal camino con un tonfo.


Era tutto vestito di pelliccia, do capo a piedi,

tutto sporco di cenere e fuliggine

con un gran sacco sulle spalle pieno di giocattoli:

sembrava un venditore ambulante

sul punto di mostrate la sua mercanzia!


I suoi occhi come brillavano! Le sue fossette che allegria!

Le guance rubiconde, il naso a ciliegia!

La bocca piccola e buffa arcuata in un sorriso,

la barba bianca come la neve,

aveva in bocca una pipa

è il fumo circondava la sua testa come una ghirlanda.

Il viso era largo e la pancia rotonda

sobbalzava come una ciotola di gelatina quando rideva.


Era paffuto e grassottello, metteva allegria,

e senza volerlo io scoppiai in una risata.

Mi fece un cenno col capo ammiccando

e la mia paura spari,

 non disse una parola e tornò al suo lavoro.

Riempì una per una tutte le calze, poi si voltò,

accennò un saluto col capo e sparì su per il camino.


Balzò sulla slitta, diede un fischio alle renne

e volò via veloce come il piumino di un cardo.

Ma prima di sparire dalla mia vista lo udii esclamare:

Buon Natale a tutti e a tutti buona notte!

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