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p-18-4di4 a-04 lamonica-02 19 7 Cunicoli semisommersi nei pressi delle cosiddette grotte di Pilato

Mettere le ali

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di Francesco De Luca
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Ormai la scansione del tempo umano nelle ricorrenze, negli eventi stagionali, negli incontri sociali obbligati, gli erano davanti come un libro aperto. Una pagina dietro l’altra in una sequenza priva di pause. Rigorosamente continua.

E l’imprevisto? L’imprevisto sì, quello che notoriamente condisce le esistenze, tanto che i mezzi di comunicazione lo privilegiano, lo evidenziano, lo amplificano. L’inaspettato. Che si insinua nella quotidianità e la stravolge, aspramente e talaltra dolcemente, quello lo considerava un incidente, e lo mortificava relegandolo fra l’inopportuno, il non gradito. E come tale gli riservava un’attenzione minima. Lo relegava presto nel dimenticatoio.

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La sua vecchiaia trascorreva su un binario, ad una direzione. Proveniente da lì, ed andava avanti.

La noia? Pensate che così stando le cose la noia lo avvoltolasse in una rete vischiosa? C’è anche da considerare che i ricordi lo infastidivano e il domani era già scritto:
Quello meteorologico poteva oscillare ma non deragliare dall’usuale.
Quello relativo alla sua fisicità, quello sì, quello faceva talvolta le bizze ma aveva imparato a guidarlo, evitando sbalzi.
Quello sociale, per quello aveva adottato contromisure di salvaguardia: non si faceva irretire. Una noia eh? Beh… potete pensarla in questo modo ma l’astuzia degli anni gli aveva insegnato comportamenti ad hoc. Ad esempio lo aveva reso accorto sulle propensioni dei suoi simili.

Riusciva a cogliere l’aspetto in cui indulgeva quel suo vicino. Amava costui il suo cane più dei compaesani e permetteva a lui di girovagare per il vicolo, lì sporcando con le feci, azzuffandosi coi gatti, lì lasciando l’urina sugli usci delle porte. Poverino… anche lui doveva avere il suo momento di libertà. I vicini non gli davano l’affetto che riceveva dal suo cane e non erano perciò degni della sua correttezza.

E quell’altra? La donna devota del Santo? Tanto devota che lo includeva fra i suoi familiari. Così gli si poteva rivolgere anche con sdegno perché, in quanto familiare, non si crucciava.

E lui, il vecchio, assecondava le propensioni, non le osteggiava, godendo nell’intimo della beffa della menzogna. Si compiaceva di se stesso, di come riuscisse a galleggiare sulle pochezze degli altri. Senza danno per sé. Anzi. Gli lasciava infatti la serenità di osservare la falsa bontà, e il bigottismo trasformarsi in pietismo, e l’egoismo apparire intelligenza. Una socialità ritrosa, acuta e ispida la sua.
Al contrario di quanto riservava al mondo naturale in cui era immerso. E già perché in un’isola la natura è soverchiante. Puoi anche rintanarti in casa, non la puoi tenere fuori dal tuo interesse.
Perché l’isola è vento che allerta i sensori, è mare che aguzza la percezione, è squasso e desolazione.
L’isola ha il fascino del pettirosso, puntuale a becchettare le scaglie di pane fuori l’uscio, della violacciocca nella crepa del muro, del pescatore, imbronciato, che smaglia i pesci dalla rete.

pettirosso

Negli ultimi anni questi aspetti della vita erano oggetto esclusivo del suo interesse. Al di sopra di tale realtà, nel mondo e nella attualità, si agitavano eventi funesti, ricorrenze significative, festività e tragedie; intorno a lui una rete di evenienze minute, paesane; dentro di lui stelle di sentimenti, acini di emozioni.

“Non puoi più stare solo. In queste condizioni non ti lascio. Qui, sull’isola, sei privo dei necessari supporti sanitari. Non ci puoi più stare”. Il figlio un po’ alzava la voce, un po’ la addolciva, nel ribadirgli la sua volontà di portarlo a Roma, dove abitava con la famiglia. “Starai bene, vedrai. C’è mia moglie ad accudirti, ci sono i nipoti a farti compagnia. Qui oramai per te è impossibile vivere. Stai solo, stai troppo solo”.

Contrastò il volere del figlio più e più volte. Affievolì poi la resistenza. Quando? Quando sentì che la quotidianità lo intristiva. Alzarsi senza nessun sprone, fluttuare nelle ore della giornata in attesa che si andasse a pranzo, e poi desiderare di consumare quel segmento di tempo con l’animo teso al tramonto e trascorrerlo aspettando la notte. Priva essa di faville di vivacità. Monotona e vuota. Che fosse quieta o agitata dai lampi, squassata dai tuoni o silenziosa e intasata di luna.

Non c’erano più suoni, non voci, e nemmeno il silenzio smuoveva la sua attenzione.

Lasciò che altri decidessero per lui. Il figlio lo portò con sé a Roma. Nell’appartamento aveva la cameretta sua. Dava una mano alla nuora in cucina. Lavava i piatti talvolta, e comunque ogni utensile che usava lo riponeva pulito. “Per questo c’è la lavastoviglie” – diceva la donna.

Il fine settimana, quando si decideva di andare a pranzo ai Castelli, lui preferiva rimanere a casa. Troppe ore in macchina. Si addormentava e dava fastidio ai nipoti.

Stava bene a Roma. L’ospedale era a portata di mano. Anche il supermercato, ma lì non poteva andarci perché era pericoloso attraversare le strade.

L’unico luogo sicuro era in casa. Sicuro dai pericoli esterni.
E da quelli interni? I pericoli interni: il disinteresse, l’apatia, la non curanza, l’indifferenza, l’isolamento spirituale.

Dalla finestra vedeva nell’anno trascorrere le stagioni ma non i suoi mutamenti. Gli uomini si muovevano, le macchine rumoreggiavano, le luci coloravano le strade ma nulla riusciva ormai a muovergli l’animo.
Nemmeno l’agitarsi gioioso dei nipotini intorno. “Nonno, in televisione abbiamo visto un video che parlava di Ponza, delle berte che nidificano al Fieno e alla Guardia…”.

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I parlanti, così loquaci sui mondi oltremare, dai richiami evocativi, anch’essi trovavano chiuso il suo sentire.

Lasciò la vita, al modo che ’a furmicula quanno vo’ muri’, mette ’i scelle (la formica mette le ali e muore).

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