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Confinato di lusso

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di Rita Bosso

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In questo bel palazzetto giallo a Sant’Antonio, Cesare Rossi alloggia dal marzo 1940 fino all’autunno del’42. Quando arriva ha 53 anni e materiale con cui potrebbe riempire alcuni romanzi autobiografici genere Limonov; in effetti molto dovrà scrivere, ma per altre ragioni.

Fascista della prima ora, membro del Gran Consiglio, capo ufficio stampa della presidenza del Consiglio, vice segretario del PNF, Rossi è figura di primissimo piano sulla scena politica italiana e tale resta fino al giugno 1924, data dell’uccisione del deputato Giacomo Matteotti. La responsabilità della Ceka, la polizia interna al partita, è chiarissima; l’indignazione nel paese e all’estero, la secessione dell’Aventino mettono il regime in seria difficoltà; Mussolini resta in sella solo grazie alla complicità del re. Occorre però consegnare al paese i nomi degli esecutori materiali del delitto ed assicurarli a una giustizia sia pure blanda. Cesare Rossi è indicato quale uno dei responsabili; sarà prosciolto in istruttoria ma se la sarebbe cavata con poco anche in caso di condanna: Amerigo Dumini, capo della Ceka, riconosciuto colpevole, sia pure di omicidio preterintenzionale, sconta meno di due anni di carcere anche grazie alla cosiddetta amnistia Dumini varata ad hoc.

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Rossi affida a un memoriale di diciotto pagine la sua autodifesa e la dimostrazione del coinvolgimento di Mussolini nel delitto Matteotti; riesce a scappare in Francia, è protagonista di vicende rocambolesche che terminano con l’arresto e la condanna nel 1929 a trent’anni di carcere per attività antifascista.  Subisce  un regime carcerario tutt’altro che duro: fa vita sociale, frequenta gli ufficiali e le loro mogli, vanta o millanta contatti importanti e si dice sicuro di una prossima riabilitazione. È sottoposto a sorveglianza discreta ma attenta. A marzo 1940 è nel carcere di Procida, in attesa di sistemazione al confino; gradirebbe Ischia, che non è e non è mai stata colonia confinaria e ha caratteristiche tali da rendere impossibile la sorveglianza; a metà mese viene autorizzato il trasferimento a Ponza e predisposta la presenza nel porto di un motoscafo onde scongiurare ogni pericolo di fuga.

A Ponza Cesare Rossi non lascia riposare la penna. Prima di tutto cerca di tranquillizzare Margherita Durand, la donna con cui ha una relazione da lungo tempo e scambi epistolari intensi; si sposeranno a Firenze nel 1941 e resteranno a Ponza fino all’autunno del ’42.
Rossi, sebbene ufficialmente sia qualificato come confinato, scrive quando vuole e a chi vuole; la sua corrispondenza è controllata ma non bloccata, anche quando i destinatari non fanno parte dell’elenco degli autorizzati. Molta della corrispondenza è indirizzata agli ex compagni di partito, i toni sono confidenziali, camerateschi, la richiesta è sempre la stessa: Rossi batte cassa, sebbene gli siano assegnate tremila lire mensili; ma le esigenze sono tante e, di fronte a ogni evento, trasferimento, matrimonio, arrivo di moglie e suocera, rincaro del costo della vita eccetera, Rossi chiede le solite cinquemila lire aggiuntive, che vengono prontamente accordate. Il 13 ottobre 1942 il prefetto scrive che “noto Cesare Rossi accetta trasferimento a Sorrento”, senza omettere la richiesta del solito contributo per trasporto delle masserizie.
Sta bene. Metta la spesa nella contabilità dei servizi di polizia, annota a penna un funzionario.

Le richieste successive, sempre dello stesso tenore, perverranno da Sorrento.

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