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Fermo immagine nel flusso della storia

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di Francesco De Luca

 

Ambientazione
Nel tafferuglio invasato, sollevato dai ‘patrioti’ mazziniani, si compì un misfatto ‘civile’. I liberatori condotti da Pisacane, insieme ai prigionieri liberati dalla galera borbonica della Torre, assalirono gli Uffici della Pretura sulla ‘loggia del Giudicato’ e bruciarono tutti gli incartamenti. La ‘nuova Italia’ libera doveva nascere vergine e intonsa, non inficiata dalle colpe del regime borbonico.
Così, tutta la storia ‘civile’ della comunità edificata dai coloni fu bruciata.

Nel tempo necessario al fuoco, le pratiche dei coloni fondatori e di tutto quanto contribuì alla costituzione della comunità isolana di Ponza divenne cenere. Ad essa la memoria non può più accedere. Con essa fu persa la trama dei rapporti civili intessuti fra i singoli coloni, fra loro e le autorità locali, fra queste e la sede centrale di Napoli.

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Dal piroscafo ‘Cagliari’ della società ‘Rubattino’ diretto a Tunisi, il giorno prima sequestrato e dirottato, Pisacane il 26 giugno 1857 sbarcò a Ponza. Il 28, il ‘Cagliari’ ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e muniti delle armi sottratte al presidio borbonico

La cronaca ‘civile’ della comunità dell’isola di Ponza venne distrutta.
Proprio tutta? No. Rimasero intoccati i registri della Parrocchia SS. Silverio e Domitilla. Essi non subirono affronto. Nonostante fossero stati lasciati incustoditi dal parroco don Giuseppe Vitiello che fuggì sopra gli Scotti, travestito da donna, mescolato fra i familiari di Carmela Jacono. Pomeriggio del 27 giugno 1857.

Gli uffici parrocchiali non furono toccati. Da essi si possono trarre conoscenze sui battezzati, i comunicati, i cresimati, gli sposati, i morti. E insieme, i vincoli parentali, i mestieri , lo stato sociale. Insomma il vissuto sociale della comunità dal 30 ottobre 1734 sino ad oggi, filtrata dagli obblighi religiosi.
Aiutano, inoltre, gli Archivi della Diocesi, l’Archivio dello Stato borbonico a Napoli.

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Fatto
La vicenda riguarda proprio Carmela Jacono. La donna aveva una figlia, Carolina. Il marito di Carmela era morto in mare. Sopra gli Scotti viveva nella casa del marito, aiutandosi con l’allevamento di galline e conigli, e con i frutti dei campi, da lei forzati a fruttificare. Ma la vita era dura. Troppo. Così tentò di incrementare i guadagni usando la casa. Mise in affitto una stanza. Per chi lavorava nell’amministrazione pubblica ed era costretto sull’isola per un tempo limitato. Funzionari e guardie.

L’idea per quei tempi era impensabile e sconveniente. E perciò deplorevole. Avere uomini in casa lei, che era vedova. Sconveniente e deplorevole. Tanto è vero che il solerte don Giuseppe ne aveva scritto al vescovo di Gaeta, e in modo malevolo. Accreditava l’ipotesi che la donna vendesse servizi sessuali.

Con volpina astuzia pensò di nascondersi proprio in quella casa, in quel fatidico pomeriggio del 27 giugno, quando i facinorosi patrioti risorgimentali misero a soqquadro il villaggio del Porto in cerca degli isolani fedeli al Borbone. E lui impersonava bene quel modello. Ebbe paura e trovò opportuno rifugiarsi in casa di quella Carmela Jacono. Lui, vestito da donna e indaffarato nelle faccende di casa. Una copertura ineccepibile.

Negli scritti questa vicenda compare di sfuggita, accompagnata dai giudizi morali sui ponzesi implicati nella ‘liberazione’ dei ‘trecento’, dalla prigione della Torre.

Si accenna a Carmela Jacono come madre di una ragazza, Carolina, innamorata giovanissima di tale Matina Giovanni, conosciuto a Ponza. Costui era stato relegato a Ponza fra il 1852 e il 1854, perché mazziniano. Era in libertà quando fu reso partecipe del progetto di Pisacane. Fu poco ascoltato e la sua importanza nella spedizione risultò secondaria (All’isola di Ponza – Corvisieri – da pag. 167 a 170).

Conclusione
Nel flusso della storia ponzese, allorché si operi un fermo immagine si evidenziano personaggi di poco spessore morale. Solamente l’insieme della comunità si manifesta dotato di uno spirito pervicace e onesto. La vera ricchezza.

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