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Chillo papà l’ha vattuta a mammà…

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di Rosanna Conte
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“Chillo papà l’ha vattuta a mammà, chella ha perso ‘o criaturo, e ce steve nu litre ‘e sanghe… essa ha ditto ca ce ‘a fa’ pava’, e je song’ ‘o sulo masculo, e m’ha fa pava’ pure a mme” (*)

A. ha otto anni, fa la terza elementare. A. picchia la sorellina, che fa la prima, quando la incontra nei corridoi della scuola. Ma se gli altri provano a fare lo stesso la vendica ferocemente, incitato dalla madre. Poi un giorno parla, a modo suo, si libera della violenza che esprime in tutti i modi e ci fa capire che esercitarla è un modo per esorcizzare quello che ha visto e sentito. Una violenza che lo ripiega su se stesso.

(*) – “Papà ha picchiato la mamma, che ha perso il bambino, e c’era un litro di sangue… lei ha detto che ce la farà pagare, e io sono l’unico maschio e la farà pagare anche a me”


Questo è uno dei bambini a cui è diretto il progetto
Bell’ e Buon della Fondazione Valenzi, un progetto finalizzato a far scoprire ai bambini napoletani che vivono in contesti disagiati, il buono attraverso il bello.

A. ha introiettato l’abitudine a picchiare la sorellina, la femminuccia di famiglia, per un groviglio di paure, percezioni, elaborazioni mentali che nei suoi otto anni di vita ha vissuto.

La violenza si apprende come qualsiasi altro comportamento: A. l’ha appresa in casa, i ragazzi de La paranza dei bambini di Saviano, l’apprendono dal quartiere.

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La violenza usata come grimaldello per conquistare più velocemente la ricchezza o la forza del comando è percepita come qualcosa di razionale, ma quella contro le donne è avvertita come qualcosa di contorto, di inspiegabile.

A. ci fa capire che gli uomini che maltrattano le donne spesso hanno sperimentato direttamente o indirettamente la violenza nella loro infanzia, caso mai proprio in famiglia.

Ben tre articoli della nostra Rassegna Stampa, a inizio settimana (leggi qui), riportano episodi di violenza sulle donne in cui, comunque, sono presenti dei bambini.

Incustoditi quelli di Aprilia mentre il padre va a mettere sotto chiave la nuova compagna soggetta a maltrattamenti; non preso in considerazione quello ancora non nato della donna di Ponza picchiata dal compagno, inesistente per lo stalker il figlio della trentenne di Latina considerata esclusivamente come territorio di conquista.

Non sapremo mai quanta parte della violenza di questi maschi sia stata percepita dai piccoli, ma di sicuro l’ambiente in cui aleggia la violenza non favorisce una sana formazione del bambino.

La violenza contro le donne viene letta spesso come un fenomeno collegato ai residui di aggressività primitiva che la cultura non è riuscita a far sparire.
Ma non è così.

E’ del 29 settembre scorso un articolo, apparso sulla rivista scientifica Le Scienze, che tratta della violenza letale, cioè quella che provoca la morte, fra individui della stessa specie. Uno studio ampio che riguarda più di mille mammiferi, tra cui anche l’uomo.

Ebbene i biologi hanno evidenziato che c’è stato un incremento delle percentuali di violenza letale fra gli esseri umani man mano che si passava dal paleolitico al mondo antico e a quello medievale, ma poi, con la nascita degli stati moderni, la percentuale è tornata ai livelli del paleolitico.

Questo ci dice che la violenza che accompagna l’uomo non è, come si può pensare in maniera semplicistica, un momento in cui ciò che chiamiamo civiltà viene meno, come se la cultura fosse una verniciata superficiale sugli istinti primitivi dell’uomo.
La violenza è, invece, il prodotto di un certo tipo di cultura, è un atteggiamento costruito, che si apprende con l’educazione e la socializzazione, e che sta in stretto rapporto con le forze che regolano la vita sociale come il desiderio, il potere e persino la razionalità.

I ragazzi delle paranze desiderano la ricchezza e il loro capo ambisce anche al potere, valori diffusi nel loro quartiere e incarnati dal capozona. Il modello esterno, malavitoso, vince contro quello paterno che porta solo un misero stipendio a casa o non si fa rispettare.

E la nostra società è piena di violenza che prima ancora di riversarsi su un corpo, si riversa sulla dignità della persona attraverso tante modalità subdole che ci scorrono addosso senza che, spesso, ne percepiamo la gravità.

C’è quella verbale, che viene normalmente accettata perché non uccide nessuno e fa da apripista.

C’è quella più sottile della prevaricazione di chi s’impone a chi è sottoposto al suo potere.

C’è poi quella di chi attraverso il virtuale inventa una realtà inesistente, irraggiungibile, suscitando desideri che resteranno inappagati.

Ma c’è anche quella che ci perviene attraverso immagini di apparente serenità in cui il grande assente è il rispetto per l’altro.

La figura femminile non sfugge a queste violenze, anzi ne costituisce spesso l’oggetto preferito e, così devastata, concorre a un modellamento dell’io maschile su basi di una convinta superiorità.

Allorquando l’equilibrio interiore – così precario in una società in cui si spinge sui desideri per far consumare e tutto è diventato consumabile – rischia di crollare, l’unica certezza di esistere viene affidata all’esercizio della propria volontà su chi è ritenuto più debole e non ha la forza di reagire.

Su questo tema non si può abbassare la guardia.

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Nonostante le donne abbiano raggiunto rilevanti traguardi in tutti i campi, è un dato di fatto che nel mondo interiore di tanti maschi permanga ancora un’immagine femminile di scarsa autorevolezza, priva del diritto all’autodeterminazione, oggetto da possedere più che persona con cui relazionarsi.

Ed è, purtroppo, su questo sostrato che – nell’io che non trova un suo equilibrio – monta la violenza che colpisce le donne.

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