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Analisi “cruda” sulle agevolazioni tariffarie

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di Pasquale Scarpati
viaggiamo

 .

L’articolo si riferisce ad un commento di Enzo di Fazio riguardo un precedente scritto dello stesso Pasquale (leggi qui), e ad un articolo correlato di Silverio Lamonica (leggi qui) – NdR

Caro Enzo, caro Silverio,

vi ringrazio anche perché il vostro pensiero mi induce ad alcune considerazioni diciamo “tecniche”.
Premetto che non sono né un economista né “un finanziere” (colui che s’intende di finanze) ma una persona che da alcune basi cerca di “cogitare”, come direbbe il buon Cartesio.
Queste fondamenta sono: la memoria e l’esperienza che come le fondamenta di un palazzo sono insite in noi; da cui, poi, si erge o si ergono i pilastri portanti, tra cui, in primis, l’osservazione.
Da queste basi scaturisce tra l’altro, come architrave, anche il ragionamento che può non essere condivisibile oppure condivisibile in toto o parzialmente.
È il bello della democrazia in cui tutti possono esternare il proprio pensiero. Immaginate se tutti fossimo costretti a pensare come vuole uno solo o come vogliono in pochi! Sarebbe una iattura: il pensiero compresso, chiuso, come gli occhi dei cavalli che camminano o peggio ancora “costretti a trottare” con i paraocchi; essi devono, giocoforza, guardare solo in una direzione! Mi fermo qui altrimenti vado “fuori tema”.

Dunque, la prima considerazione. Se ricordate nel primo dopoguerra, data la penuria di denaro, vi era una “ robusta” concorrenza tra gli esercenti attività commerciali. Non solo essi cercavano in vari modi di tenere il prezzo più basso rispetto agli altri, ma osservavano un orario oserei dire h 24, stavano aperti, cioè, 7 gg alla settimana e in qualsiasi ora, anche nei festivi (Natale, Pasqua ed Epifania…). Ne ho ben esperienza! Ciò per cercare di racimolare qualche spicciolo. A fine settimana o mese, raramente anno, essi facevano il bilancio. Per stare quindi “sulla piazza” ci voleva pazienza, fatica e soprattutto cervello. Quante volte in città si entrava in un negozio, si faceva un’animata discussione, poi si fingeva di andare via. Al che l’esercente si faceva sulla porta e ti chiamava! Vi è mai capitato?

Con il trascorrere del tempo a causa delle maggiore circolazione monetaria tutto questo sparì! Bastava, infatti, comprare qualsiasi cosa a un prezzo per poi venderla, poco dopo, ricavando un buon margine di guadagno. Come dire si comprava a “uno” e si vendeva a “quattro”. E’ vero che, insieme con il denaro, circolava anche l’inflazione ma si può dire che non ci voleva molta sagacia per mettersi in piazza, se non il capitale. Molti esercenti, infatti, avendo un capitale a disposizione accumulavano la merce ad un certo prezzo, sicuri che di lì a poco l’avrebbero rivenduta almeno al doppio. Qualsiasi cosa fosse stata immessa sul mercato, non rimaneva invenduta: anche un’inezia o cianfrusaglia diciamo inutile. Il consumismo imperava. Dello sconto o dei saldi o promozioni neppure a parlarne. Anzi, se ben ricordo, si pagava un prezzo più alto di quello pattuito in precedenza quando si veniva in possesso di un’automobile nuova. Insomma: “o si lasciava o si prendeva”! Bandite, quindi, tutte le discussioni o, per meglio dire, i “tira e molla” tra clienti ed esercenti. Addirittura, dati i tempi, gli esercenti furono obbligati (a mio avviso arbitrariamente) a tenere il negozio chiuso la domenica ed anche il lunedì. Chi non lo faceva non solo era passibile di multa ma veniva punito con la chiusura del negozio durante la settimana e per più giorni. In pratica non esisteva più alcuna concorrenza o per meglio dire era attuata in altro modo. Così la buona circolazione monetaria imponeva altre regole.
Oggi a causa della crisi si è ritornati un po’ agli anni ’50: offerte e promozioni dappertutto e non solo nei negozi di chi esercita attività commerciali ma anche nelle grandi aziende (cfr. Trenitalia ed altri che non dico). Chi di noi non viene importunato da voci al telefono? Si può stare aperti tutti i giorni e se si vuole a tutte le ore. Per questo si organizzano, ad esempio, notti bianche e quant’altro. Tutto ciò al fine di attirare i clienti e racimolare qualche soldino. Chi osa mettere “paletti”? Nessuno.

Seconda considerazione. Nell’ambito del commercio ci sono tantissime variabili. Tra cui, ad esempio, c’è chi mantiene il prezzo alto perché ritiene che il suo prodotto sia migliore oppure per non sminuire il suo nome e pertanto il ricavo o il guadagno lo fa su quelli (non molti in verità) che hanno facoltà di spendere per quel determinato prodotto (non ho visto file di persone alle casse degli eleganti negozi in via Monte Napoleone a Milano, o in altre strade similari!); qualche altro invece, preferisce un’altra soluzione: vuole guadagnare sul numero dei clienti più che sulla qualità, o per meglio dire sul nome dei prodotti. Per fare questo ovviamente agisce sui prezzi, molto concorrenziali. Per questo sono sorti discount ed altre tipologie di negozi e come ho già detto fioccano saldi, sconti, offerte, sotto costi e così via.
Molti hanno ambedue le cose: prodotti di marca insieme a prodotti di sottomarca.

Questo succede nel “libero mercato” e soprattutto quando è il privato ad essere attento ed oculato nel fare quadrare i conti. Poi ci sono gli “ ibridi” su cui non mi dilungo.

Se, come si dice, Laziomar è una compagnia privata: a quale delle due categorie appartiene? A quella che agisce sulla qualità del prodotto oppure a quella che agisce sul numero dei clienti? Non credo appartenga alla prima categoria dal momento che i natanti sono, come dire, vetusti sia perché impiegano tanto tempo per percorrere poche miglia (lo stesso tempo che impiegava il buon “Falerno” e, detto per inciso, in Sardegna si va con minor tempo e con navi molto più grandi e comode) sia perché oggettivamente sono un po’ scomode sia per salire ai piani superiori, sia per i sedili che sembrano più adatti ad una crociera fluviale o per percorrere poche miglia in poco tempo o meglio sembrano più adatti per fare una partita a carte in un bar. Mancano tra l’altro anche i poggiatesta che potrebbero garantire un certo riposo nelle traversate burrascose.

Mi sorge un dubbio: forse per questo esse evitano di uscire dal porto anche se c’è un po’ di “marittuolo”: si creerebbe troppo disagio per i passeggeri! (…che ne dite?)
Ora capisco perché navi molto più piccole affrontavano i marosi: avevano panchine sia pur di legno dove ci si poteva sdraiare ed anche giù, in terza classe, c’erano dei divani (non ricordo se ci fossero anche nella 1^ classe). Sarà così!?
Oppure, sapendo che la popolazione effettivamente residente è piuttosto “ anzianotta” si fa in modo che, quando viaggia, mantenga la schiena diritta onde evitare traumi alla colonna vertebrale! La salute innanzitutto!
In quanto alla sicurezza: non so… Forse, dico forse, “galleggiano”. Detto quindi che il servizio offerto non è proprio al top, si dovrebbe agire sull’incentivare la persone a viaggiare. Neppure questo si fa. Quando invece, essendo una compagnia privata, dovrebbe attuare delle strategie, come oggi fanno un po’ tutti i privati, al fine di incrementare gli incassi.

Allora mi viene da pensare che Laziomar sia un ibrido: da una parte il privato dall’altra il pubblico. Ma da dove provengono i soldi pubblici? Dalla sovvenzione della Regione Lazio. Chi, in buona sostanza, sovvenziona Laziomar? I contribuenti del Lazio.
Che cosa viene dato in cambio ai suddetti contribuenti? Nulla. Anzi, quando e se fruiscono del trasporto marittimo, si viene a creare una sorta di sperequazione nei confronti di altri clienti provenienti da tutte le altre parti delle Terra.
Chi abita, infatti, nella regione Lazio quando va ad acquistare il biglietto a prezzo intero praticamente lo paga di più rispetto agli altri.
Eppure, oltre alle agevolazioni per gli ultrasettantenni di cui tu, Silverio, hai detto, chiunque, addirittura anche chi non abita nella regione Lazio, può fruire di altre agevolazioni come ad esempio il BIRG: biglietto integrato, ridotto e diciamo onnicomprensivo anche se può fruire solo dei treni regionali.
A tutto questo bisogna aggiungere che nell’economia liberale esiste sempre un fattore di “rischio”. Non si può infatti solo aspettare e/o far rimare le cose inamovibili. Se è così, vuol dire che o non si hanno capacità imprenditoriali oppure le cose stanno bene così come stanno, tanto come si suol dire: chi passa paga!

Se ci si guarda intorno, infatti, si può notare che, anche nel piccolo, ognuno cerca di migliorare ciò che presuppone gli possa portare maggior guadagno. Dico presuppone perché, pur avendo portato delle migliorie o fatta azione di marketing, tangibilmente non ha nell’immediato la certezza di recuperare quello che ha speso. Anzi qualche volta è accaduto il contrario. Ma bisogna provarci.
In definitiva, nel commercio c’è sempre, in fondo, un fattore di rischio. Una volta si diceva “chi non risica, non rosica”. Voglio dire: bisogna attivarsi anche rischiando un pochino soprattutto quando il flusso dei clienti va scemando.
Nel nostro caso si dovrebbero incentivare le persone a viaggiare in modo tale, eventualmente, da stornare parte della sovvenzione anche al fine di migliorare il servizio stesso. Sempreché non vi siano sprechi che sono purtroppo mali endemici di questa nazione a tutti i livelli.
Tra le persone che, potenzialmente, potrebbero fruire più costantemente dei viaggi ci sono sicuramente i nati o nativi per le ragioni già ampiamente dette in altri scritti. Dato che le navi solcano lo stesso il mare sia vuote che piene, con la riduzione del costo del biglietto, con agevolazioni e quant’altro, la maggiore affluenza dei viaggiatori potrebbe, dico potrebbe, sopperire al suo minor costo, anzi si potrebbe avere un incasso maggiore specialmente in determinati periodi soprattutto quelli festivi. Spetta, pertanto, alla società di navigazione (credo) escogitare gli stratagemmi più opportuni per incentivare a far viaggiare quante più persone possibili (un po’ come accade dappertutto in regime di libero mercato) : abbonamenti, carnet ecc. In definitiva bisogna provare! Non è detto, ad esempio, che Trenitalia, faccia il pieno anche se e quando applica prezzi scontati o promozioni!

Mi hanno anche detto che i nati nell’isola d’Elba, seppur non residenti, fruiscono della riduzione tutto l’anno e per tutti i giorni. Penso che siano più numerosi di quelli nati a Ponza! Perché tanto ostracismo?

D’altra parte se ci fosse una maggiore affluenza, penso che quelli che rimangono permanentemente sull’isola sarebbero indotti a non chiudere totalmente gli esercizi commerciali o almeno a fare una turnazione. Ma se non si ha un po’ di coraggio si rimane come un cane che si morde la coda: la gente non va perché trova tutto chiuso, si resta chiusi perché non va nessuno. Bisogna, a mio avviso spezzare questo diabolico cerchio. Questo lo deve attuare la comunità locale elaborando un “piano di lavoro” attraverso discussioni, riunioni ed altro.
Pertanto bene ha fatto Rita a portare gli alunni; se oltre a quelli arrivassero anche altri e se da questo potesse scaturire un turismo come dire “indotto”? Se si facesse una buona propaganda? Nello stesso tempo, però, anche il titolo di viaggio dovrebbe fare la sua parte. In definitiva ci vuole una sinergia di forze.
Se si continua ad andare in ordine sparso si rimane così com’è; tanto, come si soleva dire: “a lavare la testa all’asino si perde tempo e sapone”; qualcuno aggiunge: “…e anche la spazzola”.

Consentitemi un ultimo, ma proprio ultimo, pensiero anche se un po’ “cattivo” ( come diceva il buon Andreotti): ammettiamo che i nati e nativi, non residenti, potessero votare anche per il consiglio comunale del loro paese di origine… Allora cadrebbero tutte le barriere!? …Oppure no?
Ma questa è fantapolitica!

Vi ringrazio di nuovo e vi saluto caramente
Pasquale

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