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Traversate e altri viaggi (4)

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di Pasquale Scarpati

A ferry battles the waves after leaving the harbour in Newhaven on the south coast of England on January 10, 2015 after a second Atlantic storm brought strong winds. Strong winds from a second Atlantic storm in two days battered much of Britain overnight. AFP PHOTO / GLYN KIRK (Photo credit should read GLYN KIRK/AFP/Getty Images)

 

con dedica a Isidoro Scotti, dirigente medico c/o ASL di Latina.
Per la terza parte, leggi qui

Traversata pericolosa
Ricordo… Una volta, all’inizio delle vacanze natalizie, uscito allegro (non poteva essere altrimenti) dal collegio, mi trovavo a Napoli con mia madre. Lei, come nonna Tummtella, non soffriva il mal di mare.
Era di martedì e stavamo sul molo Beverello, in attesa di imbarcarci. Cielo grigio tendente al plumbeo che non prometteva nulla di buono.
Si avvicinò Miniello che suggerì a mia madre di non viaggiare perché fuori dal porto avremmo incontrato un fortunale mostruoso; ci consigliò, quindi, di andare a Formia e partire di là, il giorno dopo, se il tempo si fosse rimesso e soprattutto perché c’erano “appena” tre ore di mare (in genere con tutte le lente manovre nel porto si impiegava qualcosina in più, ma non c’era di meglio). La stretta passerella, invece, mi attraeva come calamita che attira il ferro ed i marinai, sulla poppa, erano sirene adescanti chiunque passasse. Per cui insistetti per partire; un po’ per anticipare di un giorno l’arrivo sull’isola, un po’ perché mi piaceva quella “mini crociera delle isole” che toccava quasi tutte le isole del Golfo; nell’ordine: Procida, Ischia Porto, Casamicciola, Forio, Santo Stefano (dove la nave si fermava in rada), Ventotene ed infine Ponza: la cara isola o “l’amato  Scoglio” come dice Silverio (appena 7 ore di navigazione!). Peccato che Capri fosse fuori rotta!

Quello che stava affacciato al muro del Corso con le braccia poggiate sul basolato cresposo, guardando lontano, pensava che tutte queste soste servissero per rinsaldare o quanto meno tenere vivo il legame tra “ascendenti e discendenti”. Invece quello che stava seduto al bar di Lucietta (Tricoli) o al Rifugio dei Naviganti o al Welcome’s, sicuramente preso da improvviso raptus per aver troppo bevuto, asseriva che tutte queste soste servivano alla SPAN per risparmiare una “corsa di nave” tra Ischia, Procida e Napoli a discapito, quindi, della rapidità dei collegamenti con le isole pontine.
In definitiva chi ci rimetteva, come al solito, erano sempre gli ultimi!
Ma queste erano faccende di altri tempi che oggi sicuramente non si ripetono!

Fatto sta che a me di siffatte “disquisizioni” non importava nulla; volevo solo e soltanto salire in nave e allontanarmi quanto prima possibile dalla terraferma per le ragioni anzidette.

Mamma era un po’ riluttante ma io ero capa tosta. Partimmo, puntuali, alle 10 del mattino.
Io, euforico, già ero salito sulla tolda, anche se non potevo farlo poiché non possedevo il biglietto di 1^ classe, e mi protendevo per vedere tutte le manovre che si eseguivano a poppa: il distacco della stretta passerella, l’allentarsi delle cime, i verricelli che lentamente giravano per raccoglierle, i marinai che si affannavano a raccoglierle in circolo, il “secondo“ che dava ordini e che aveva già, quasi arbitro di una partita, il fischietto tra le labbra ed infine il distacco della nave dal molo; ma aspettavo, soprattutto, il sobbalzo della stessa allorché con il nero fumo che si sprigionava dal comignolo colorato anche l’elica cominciava a torcere l’onda rendendola spumosa come albume battuto a neve.

onda-anomala

Era piacevole, quel tremolio, perché voleva dire che quella massa di legno e ferro, che a me sembrava enorme e statica, avesse anche la possibilità di muoversi. Da statica, viva; da lenta, veloce, per cui con la mente la sospingevo sempre più avanti e volevo quasi che volasse. Ripensando: era come un librarsi nell’aria o, per meglio dire, mi dava la sensazione del distacco da un qualcosa di tangibile per inoltrarmi verso un etereo ignoto. O forse, più semplicemente, pregustavo già la terra natia con i suoi odori, sapori, e soprattutto gli affetti.

Ancora oggi, nonostante l’età, percepisco, quelle poche volte che posso toccare il suolo natìo, la medesima, intensa sensazione.

Potetti dare solo un fugace sguardo alla città che si allontanava con i suoi palazzi, la sua villa ed il vecchio maniero perché fui costretto da mia madre, che non mi aveva lasciato neppure un istante, a scendere immediatamente nella parte sottostante della nave, sia perché aveva avuto la certezza delle cattive condizioni meteo-marine, sia per la paura della verifica del biglietto da parte dei marinai. Prendemmo posto dal lato occidentale, quello di sottovento, su quelle panchine di legno che stavano al di fuori della sala motori tra i vari “odori” che, come già detto, si intrecciavano per l’aria.
Ci seguiva anche la valigia di cartone pressato, pesantissima, non tanto per gli indumenti quanto per i libri, anche loro “fedeli” compagni di viaggio. Spesso, per evitare che si sfasciasse, la si “imbragava” con corde o cinture vecchie che erano, forse, appartenute a qualche nonno o erano adoperate nel negozio. Nonostante la sua riluttanza, era stata trasportata “a viva forza” sia perché conteneva elementi preziosi (dato l’elevato costo dei libri) sia perché, ovviamente, non esistevano le ruote che, oggi, rendono agevole il trasporto e non fanno avvertire quasi alcun peso.
Fu riposta, come si usava, sotto il sedile, anche perché, dato i molteplici scali, doveva essere guardata “a vista”.

Ciò che mi attendeva lo posso paragonare alla tempesta che Poseidone, vendicativo, scatenò contro Odisseo che, a bordo della sua zattera, veleggiava, lieto, nonostante avesse abbandonato gli abbracci e le lusinghe della ninfa Calipso, dall’isola di Ogigia verso la cara Penelope e Itaca lontana.

Miniello, infatti, aveva ragione: non appena usciti fuori dal porto, il “Ponza” cominciò a saltare sul mare come le stenelle che, per dimostrare la loro forza, si spingono fuori dall’acqua con salti prodigiosi. Il rombo dei motori si faceva sentire nel mio povero stomaco. Uomini con le mani piene di grasso si aggiravano in sala macchina sopra ponti di ferro sospesi, girando e rigirando manopole rotonde!

Mamma mi fece distendere sulla panca perché –  diceva – era meglio che prendessi aria piuttosto che scendere giù dove c’erano quelli che avevano il biglietto di terza classe (quelli che avevano il titolo di viaggio della classe “prima”, invece, avevano a disposizione poltroncine vellutate in una saletta separata da due porte a vetro). Così avemmo tutta la panchina a disposizione. Io, però, tendevo continuamente ad alzarmi perché volevo godere lo splendido ed affascinante spettacolo delle onde, a volte spumose, a volte no, che si avventavano, in modo robusto, sul “fuscello” quasi a volerlo stritolare.
Su e giù il “fuscello” saltava, beccheggiava, rullava, si dimenava, tremava tutto.

L’aria era scura e le nuvole, nere, facevano a gara tra loro, rincorrendosi, accavallandosi, mescolandosi, in una sorta di zuffa aerea quasi contraltare di quello che accade, (pur)troppo spesso, sulla Terra; a causa del rullio della nave, a volte sembravano più vicine a volte più lontane. L’onda, orribile, correva di fianco, spezzandosi sotto l’urto della nave. Una spuma bianca, alta, si staccava dalla nave, e, correndo quasi a sua difesa, si avventava contro i flutti.
Quelli, però, prendevano il sopravvento e urtavano violentemente contro il ferro che comunque avanzava, imperterrito, anche se a fatica, guadagnando il molle spazio in una lotta incessante, estenuante e senza esclusione di colpi.
Spettacolo orribile ma, nello stesso tempo, per me, affascinante.

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La titanica lotta si affievolì soltanto quando riuscimmo a guadagnare il porto di Procida. Una breve sosta e poi di nuovo tra i marosi a menare la solita danza. Ischia Porto ci accolse con mare tranquillo ma con molto vento, tanto che la nave ebbe qualche difficoltà ad attraccare. Qualcuno disse che avremmo eluso i porti di Casamicciola e Forio poiché sarebbe stato impossibile anche mettersi in rada. Pertanto il viaggio sarebbe proseguito direttamente, nel vasto gorgo, in direzione di Santo Stefano prima e Ventotene poi. Usciti dal porto, le onde divennero sempre più alte e minacciose; ad un tratto si sentì urlare che la cabina della mensa ufficiali si era allagata, vuoi perché avevano lasciato l’oblò aperto, vuoi perché era stato aperto dalla forza del mare.
Uno scossone più forte mi fece capire, chiaramente e distintamente, la meta degli altri passeggeri. Ognuno, infatti, si raccomandava al proprio santo patrono: la maggior parte chiedeva aiuto a Santa Candida, qualcuno a S. Silverio.
Io ero talmente contento (beata incoscienza giovanile!) che non mi ero neppure accorto della faccia terrea di mia madre, donna, in genere, abbastanza coraggiosa. Ma poco dopo da “capitano coraggioso” divenni “pecora mansueta“. Era svanita la mia baldanza! Fitte e violenti crampi, infatti, avvolsero il mio povero stomaco per cui dovetti chiedere il suo aiuto.
Lei, prontamente, mi afferrò e subito mi mise la mano sulla fronte. Poiché era impossibile affacciarsi dal finestrone aperto, posto al centro della nave (dove c’era la scala che si calava in mare quando la nave si fermava in rada) dal momento che era coperto da sudicio, grosso e grezzo telone che, legato agli angoli da più parti, vibrava sotto la sferza del vento e poiché il rullio della nave era talmente forte che non si riusciva a mettere un passo, neppure barcollando, dovetti “dare sfogo” al dolore dello stomaco sulle grate di legno bucate che stavano lungo la paratia.

Dappertutto c’era vomito ed acqua perché anche i “rintanati” furono costretti ad uscire fuori dalle salette. Mentre mia madre mi teneva la fronte sentii dire che il comandante, vista l’impossibilità di raggiungere o per meglio dire di attraccare a Ventotene, aveva deciso di tornare indietro. Pertanto aveva effettuato la manovra della virata che si dice sia quella più pericolosa con il mare in tempesta. Come Dio volle, raggiungemmo di nuovo il porto di Ischia dove trascorremmo parte della notte in alberghi o ricoveri di fortuna.

Il giorno dopo, alle 4 del mattino, di nuovo in nave perché, essendo di mercoledì, essa non solo doveva terminare il viaggio ma sarebbe dovuta anche partire immediatamente per Formia: il cosiddetto “arriva e parte”.
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Non ricordo con esattezza a che ora toccai il suolo natio, fatto sta che ero contento lo stesso: avevo guadagnato una giornata in più in terra ponzese.

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[ Traversate e altri viaggi (4)continua ]

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