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Una notte di tempesta al faro della Guardia

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di Enzo Di Fazio

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Due orizzontale: Il dio del mare secondo i greci… nove lettere, sei caselle vuote e tre sole piene, la seconda con una “O”, la penultima con una “N” e l’ultima con una “E”.
– Chi sarà mai questo dio? – si chiedeva mio padre mentre per aiutarsi nella concentrazione girava e rigirava tra il pollice, l’indice e il medio della mano destra una Faber cui aveva appena rifatto la punta.
Davanti agli occhi la penultima pagina del settimanale Epoca occupata per metà da un grande cruciverba.
Fuori il tempo imperversava, la pioggia, a tratti battente, schiaffeggiava la lamiera che messa lì alla buona in parte proteggeva la sbilenca porta del pollaio.
Nei raggi del faro che, compiendo un giro ogni trenta secondi, illuminavano la montagna alle spalle del fabbricato c’era la misura di quanto intensa fosse l’acqua che veniva giù.
Si annunciava una brutta nottata da passare in allerta. E il cruciverba dava una mano ad abbreviare i tempi di quelle ore.
Nerone, l’enorme gatto ruffiano, amico di tutti i fanalisti, se ne stava raggomitolato tranquillo sul sacco di iuta incurante di quello che succedeva intorno al faro. Nei rari momenti di silenzio si avvertiva addirittura come ronfava.
– Chi sarà mai questo dio greco? – continuava a chiedersi mio padre mentre i bagliori dei lampi si susseguivano senza sosta illuminando a giorno la stanza.

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Era un po’ di tempo che gli era nata la passione per i cruciverba, praticamente da quando il Comando Zona Fari di Napoli aveva sottoscritto in favore dei fanalisti un abbonamento ad Epoca e, a turno, come nella guardia, i fanalisti settimanalmente – quando potevano – si dedicavano a quel passatempo. Chi lo cominciava curava, poi, di portarlo a termine. Oddio, quantunque si trattasse di cruciverba abbastanza semplici, non sempre si riusciva a completarlo… soprattutto quando ci si imbatteva nel dio greco del mare in una notte di tempesta.

Un fulmine di una potenza inaudita sembrò impadronirsi del faro nel momento in cui il fragore del tuono ne fece tremare le mura.
La luce andò via in concomitanza con l’avvio della sirena d’allarme che, posta nell’androne delle scale, segnalava che il faro si era spento e che bisognava ricorrere al gruppo elettrogeno o, in caso di mala sorte, al lume a petrolio.
Non c’era che dire: proprio una nottataccia ed a confermarne i connotati c’erano gli ululati del vento che, sibilando, si facevano strada nella tromba delle scale a chiocciola della torre fino ad insinuarsi sotto la pelle dei fanalisti. Simili episodi capitavano di rado ed era un miracolo se, il giorno dopo, non si dovevano fare i conti dei danni al quadro elettrico o alle vetrate della lanterna o ai delicati congegni dell’ottica rotante.
Il cruciverba, come era ovvio, passò in second’ordine. Prioritario fu per mio padre avviare il gruppo elettrogeno ed assicurare così che il faro continuasse, incurante della tempesta, a distribuire i suoi fasci di luce in un arco di mare di circa 300 gradi.
Nerone aveva lasciato il suo giaciglio e, attraversato l’intero corridoio, arrivò fino al locale della piccola centrale elettrica ove mio padre era intento a controllare le lancette della pressione dell’olio. Miagolando si strusciò contro le sue caviglie. Prima con la testa, poi con il corpo, infine con la coda quasi a volere aver conferma della sua presenza. Subito dopo, lentamente come in una moviola ritornò al suo posto.

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Era quasi mezzanotte e di lì a poco bisognava raggiungere la sommità della torre per ricaricare il cuore del faro dando “la corda” all’ingegnoso meccanismo che assicurava la rotazione delle lenti. Il cavo di acciaio con il peso alla sua estremità impiegava quattro ore per srotolarsi dal tamburo cui era avvolto e dallo spioncino posto alla base della torre si vedeva che la distanza del peso dalla terra era poco più di un braccio.
Bisognava assolutamente evitare quel contatto per scongiurare che la rotazione delle lenti si arrestasse.

Mio padre, accompagnato dall’eco del vento, percorse speditamente i 27 scalini che lo separavano dalla saletta ove era l’anima della lanterna. Salendo sentì più volte tremare i vetri delle finestre del primo piano sotto la furia del temporale. Gli infissi di legno, nei punti erosi dalle intemperie, lasciavano passare le note di libeccio, stridenti, impetuose, sinistre come i mugolii di una belva ferita.

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Tutto diventava, però, ovattato nella sommità del faro grazie alla chiusura ermetica dei vetri ed all’ampiezza della sala. Si rincuorò, mio padre, nel trovare ogni cosa in regola. Volse lo sguardo oltre i vetri per capire cosa stesse accadendo fuori. La pioggia battente disegnava sugli spessi cristalli strani rivoli che cambiavano direzione secondo la forza del vento per confluire, quasi in maniera automatica, nella canalina alla base della vetrata e scivolare poi sul ballatoio.

I fasci di luce del faro, che si spingevano fino a 24 miglia, al loro passaggio sul mare restituivano le dimensioni della tempesta con immagini di cavalloni enormi imbiancati di schiuma.

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Mio padre si avvicinò al barometro posto sulla parete di legno, diede un leggero colpo sul vetro e la lancetta si spostò ancor di più verso sinistra là dove il quadrante segnava “tempesta”. Quindi si sedette al piccolo tavolo di servizio per riportare sul registro “di bordo” tutto ciò che aveva annotato mentalmente sulle condizioni del tempo.
Stato del mare: tempesta, forza 8
Direzione del vento: Ovest-sud-Ovest (WSW), ponente e libeccio
Forza del vento: 7, burrasca moderata
Temperatura: 13 gradi.

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S’era fatta l’una e tra un’ora Filippo gli avrebbe dato il cambio nella guardia.

Ripercorse la scalinata a chiocciole per tornare al piano terra. Gli venne incontro, mentre scendeva gli ultimi scalini, proveniente dall’appartamento del collega il caldo inconfondibile odore del caffè appena fatto. Filippo s’era alzato in anticipo ed era lì in mezzo al corridoio davanti a lui con una tazzina di caffè fumante in mano.
– Salute Tatò, e che nuttate! Viene, pigliete ‘nu poche ‘i cafè caure, è appen’asciute.
– Salute a te Fili’, grazie, ce vo’ proprie. ‘Ncoppe è tutte apposte, ma nun se ne parle ch’ arrive ‘na calmata; ‘stu tiempe dura almeno tre iurne.
E continuando, con un piccolo sorriso: – I’ pense che ‘nu poche ‘i colpa ‘a tene pure il dio greco del mare.
– Il dio greco del mare? E chi è – chiese Filippo arricciando le sopracciglia.
– E si ‘u sapesse…  a parte che ce chiedesse ‘i farla fernuta cu’ chistu maletiempe… po’ putesse pure continua’ ‘u cruciverba – rispose mio padre.
Filippo continuava a non capire. Il suo volto si incupì, non sapeva cosa pensare di mio padre, se stesse scherzando o se fosse stato la tempesta a farlo uscire fuori di testa.
Lo seguì mentre ritornava al tavolo ove era il settimanale Epoca ancora aperto alla pagina del cruciverba.
– Fili’, due orizzontale, nove lettere e ci stanne sule ‘na “O”, ‘na “ENNE” e una “E”.
Sorrise Filippo dandogli una pacca sulla spalla: – Tato’ vatte a repusa’, ‘a notte porta consiglio e chissa’ ca dimane nun esce fore ‘u nomme ‘i chistu die greche.”

Qualche mese dopo quella brutta nottata regalai a mio padre, che mi aveva raccontato del cruciverba, un piccolo libro di mitologia greca e romana ove erano riportati i nomi di tutti gli dei secondo la doppia denominazione.
Contentissimo e desideroso di sciogliere l’enigma, volle immediatamente andare alla pagina che lo interessava.
Ed ecco venir fuori finalmente il misterioso nome del dio del mare secondo i greci, POSEIDONE.

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Di ritorno al faro della Guardia completò ovviamente il cruciverba e da lì in avanti capitò spesso che lo sentissero esclamare, quando il mare era in tempesta:
– ‘A colpa è tutta ‘i Poseidone!”

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