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Ancora sulle agevolazioni tariffarie dei trasporti ai ‘nativi’ dell’isola

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di Pasquale Scarpati
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Vivaddio, almeno qualcosa si muove! Non mettiamo limiti alla Provvidenza…
Ma, alla luce di quanto viene riportato, voglio ribadire alcuni concetti.
Credo che i costi di gestione di un natante siano sempre gli stessi, sia che navighi a pieno carico sia che navighi vuoto o quasi (non credo infatti che detti costi dipendano dal numero o dal costo dei biglietti o quando navighi a pieno carico consumi più carburante), pertanto non vedo perché si sostiene che laddove i nati sono pochi essi possono avere il biglietto come residenti, mentre dove sono in numero maggiore ciò non sia possibile. A meno che ciò non incida sulle casse comunali in quanto è il comune a farsi carico della differenza di prezzo.
In secondo luogo non vedo perché quelli che abitano nel Lazio e che già contribuiscono (attraverso i tributi) al sostentamento delle comunicazioni con le isole pontine debbano pagare la tariffa intera (a loro, infatti, il titolo di viaggio, quando viaggiano per le isole, viene a costare di più di quelli che abitano in altre parti dell’Italia e del mondo).
E ciò mi sembra quasi una iniquità.

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Detto questo che fa parte della sfera “tecnica”, voglio soffermarmi sulle ragioni per cui quelli che ogni anno “si spaccano la schiena” sull’isola nel breve periodo estivo o durante tutto l’anno dovrebbero avere, a dire di qualcuno, essi soltanto il diritto ad avere l’agevolazione tariffaria, mentre gli altri pare che siano andati via “per diletto” lasciando “nei guai” quelli che sono rimasti.
Penso invece che si sappia che negli anni ’50 e agli inizi degli anni ’60 Ponza, come pure Ventotene, erano isole abbandonate da Dio e dagli uomini.
Scarsi i collegamenti con la terraferma, nessun telefono o quasi, niente TV, qualche radio che gracchiava solo e soltanto in alcune ore della giornata e solo in alcune località (a Ponza l’energia elettrica mancava alle Forna ed ai Conti mentre al Porto era erogata solo in alcune ore del giorno). Nessun tipo di collegamenti “ordinari” sia per terra che per mare tra le località dell’isola: solo qualche barca; non autobus né tantomeno taxi: l’asino e qualche triciclo erano i signori della strada! Del turismo nemmeno a parlarne; come “turisti”, infatti, c’era solo la cosiddetta “colonia marina” per cui Ponza era denominata, in un vecchio documentario, nientemeno che come “L’isola del silenzio”.

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I residenti reali ed effettivi erano numerosi in rapporto al territorio e alle risorse economiche (mi sembra più di tremila). Essi, pertanto, nonostante si “spaccassero la schiena” sulle parracine degli Scotti, dei Conti, abbasci’ u camp’ o alla Calacaparra, nonostante avessero le mani incallite sul mare amaro ed atroce o avessero qualche piccola attività commerciale o artigianale non solo continuavene a puzzarsi ‘i famme, ma soprattutto non avevano né cielo da vedere né terra da camminare (nessuna prospettiva per il futuro per sé ed i propri figli).
Pertanto furono costretti – dico costretti – ad emigrare lasciando, altresì, ad altri lo spazio. Paradossalmente agevolando, con il loro distacco, quelli che, per vari motivi, sono rimasti.

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Questi ultimi, infatti, hanno fruito interamente di un territorio fino allora ben custodito ( nonostante il numero elevato degli abitanti), di ogni ‘rotta hanno potuto fare ‘nu ruttone, si è creato uno spazio per i furastieri che si sono insediati sull’isola, ma soprattutto si è evitata un’ulteriore lottizzazione.
Se, infatti, per ipotesi, tutti quelli che andarono via fossero rimasti: dove andare ad abitare? Si sarebbe lottizzato anche il Ciglio ed il Pagliaro? Oppure avrebbero dovuto attuare una sorta di maggiorascato: lasciando i beni solo ai primogeniti, cacciando via gli altri figli?

Perché, mi chiedo, numerosissimi crolli si sono verificati, guarda caso, tutti negli ultimi trent’anni? Sarà un caso o una fatalità? Qualcuno, come don Ferrante, dà la colpa alle stelle cioè ai cambiamenti climatici, alle piogge torrenziali, ai venti ululanti più di allora. Ciò non è per caso dovuto, invece, al degrado delle parracine abbandonate o allo sbattere continuo dell’onda (d’inverno ma soprattutto d’estate) contro la costa tufacea?
Noi fruivano di tutto e, a ben pensare, altrettanto i nostri padri, i nostri nonni e bisnonni. Insomma non credo che la morfologia naturale dell’isola sia stata molto diversa nel corso dei secoli da quella conosciuta da noi nella nostra infanzia. Ricordo solo il crollo dell’arco di Palmarola. Forse piccoli “rimaneggiamenti naturali” ma nulla di più.

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Dov’è la barca che placida rimaneva nell’incavo della vasca della Grotta di Pilato mentre ci bagnavamo o che rimaneva per lungo tempo tirata leggermente a secco in qualche spiaggia? L’onda fragorosa e spumeggiante batte di continuo la costa anzi s’incunea sotto i ciottoli, anche là dove non si vede provocando i disastri che conosciamo e rendendo la costa instabile.
A Ventotene il crollo dove purtroppo persero la vita due ragazze si verificò, guarda caso, a Cala Rossano che è una spiaggia situata nel porto dove c’è un via vai di natanti.

Inoltre bisogna dire che costoro, dovunque siano andati, hanno talmente continuato “a spaccarsi la schiena” che le stille di sudore hanno attraversato gli spazi, gli oceani e sono arrivate fino sull’isola.
Non ci sono state, per caso, rimesse o contributi da parte degli emigrati?
Tutto ciò è stato contraccambiato?

A che serve vantarsi o compiacersi di aver partecipato a solenni manifestazioni, se poi da questo non discende nulla di “tangibile”? Non un ceppo, non un museo, non un’accoglienza.
Molti di loro, poi, che hanno avuto la fortuna o hanno voluto di nuovo tornare in patria, hanno mise ‘nu spruòccolo là da dove erano partiti. Costoro, però, sono ugualmente penalizzati semplicemente perché… non residenti.
Mentre molti “residenti” abbandonano l’isola dopo aver gozzovigliato tutta l’estate. Come quando si partecipa ad un banchetto tra persone di famiglia e, dopo avere pranzato, ognuno aiuta a togliere la tavola, a lavare le stoviglie, insomma si adopera per alleviare le incombenze della padrona di casa, così, dopo essere stati commensali al desco dell’isola, dopo che gli ospiti sono andati via, coloro che hanno fruito della mensa dovrebbero adoperarsi a togliere le stoviglie, a ripulire, a mettere in ordine e non lasciare a pochi (troppo pochi) l’ònere, dopo che essi stessi hanno beneficiato dell’onore di essere assisi al banchetto.
Poiché questo, purtroppo, non accade, spetterebbe a qualcuno o all’intera comunità, rimasta da sola a spazzolare e a ripulire, trovare una soluzione al grave problema.

Non voglio dire di quelli che sono stati costretti ad andare via a causa di forza maggiore. Mi riferisco a coloro che appartengono o sono appartenuti alle forze dell’ordine, agli insegnanti, ai medici e ad altri che sono stati inviati lontano o che ugualmente non avrebbero avuto alcuno spazio. E che dire dei “terremotati” dalla miniera? Avrebbero dovuto esigere nuove abitazioni con nuovi problemi o sarebbero dovuti andare ad abitare nelle grotte a Trebbiente?

In virtù di quanto detto, ciò che si chiede non è né elemosina né privilegio ma un semplice riconoscimento o gratitudine (se volete) nei confronti di chi ha comunque dato (paradossalmente anche andando via e con grande sacrificio) per il paese natio.
A costoro infatti, come ho già scritto, non interessa né la confusione estiva (anzi l’aborriscono perché non riesce a parlare con nessuno o quasi) né il guadagno, ma solo e soltanto scambiare due chiacchiere in santa pace, abbracciare gli affetti viventi e quelli che sono andati via e, perché no, portar via qualche ricordino commestibile e non, da far assaggiare o da regalare o far vedere a chi è rimasto a casa.
Ecco un aspetto del legame: vedere nelle case dei figli e/o dei nipoti, foto, dipinti, libri ed altro che parlano dell’isola. Far assaggiare qualcosa di peculiare proveniente da essa e presentarlo con enfasi. Scusate se è poco!
Ritengo, pertanto, che sia doveroso agevolare (in tutte le forme) coloro che sia pur per loro volontà ma per necessità ebbero a lasciare il suolo natio e ciò, penso, sia valido non solo per la nostra isola ma per ogni dove.

Io, comunque, come disse qualcuno, oso dire: “Eppur si muove…”.

 

 

Note della Redazione

Tutte le foto, dall’archivio di Giovanni Pacifico che ringraziamo.

La questione di agevolare o meno i nativi non residenti delle isole (nella fattispecie delle nostre isole) è stata spesso oggetto di dibattito sul nostro sito. C’è ogni tanto qualche segnale di attenzione, come le tariffe ridotte deliberate recentemente (con decorrenza 1° novembre) per i viaggi che si effettueranno nei week-end fino al 7 di gennaio o come le riduzioni accordate qualche tempo fa ai nativi di Ventotene. Provvedimenti lontani da una regolazione della materia in maniera equa e definitiva.
Riportiamo, di seguito, i link degli articoli pubblicati, a cominciare dalla lettera aperta, al Sindaco e agli amministratori comunali, di Gennaro Di Fazio del 25 luglio 2013:

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1 commento per Ancora sulle agevolazioni tariffarie dei trasporti ai ‘nativi’ dell’isola

  • Enzo Di Fazio

    Bisogna essere grati a Pasquale per la capacità di trarre dal cilindro dei ricordi gli spunti per affrontare ed analizzare i problemi di oggi delle nostre isole. I confronti sono sempre illuminanti e spesso ci fanno capire come è difficile migliorare le cose, come nel caso dei trasporti marittimi. In merito alla disamina di Pasquale ho da fare, però, un’osservazione là dove lui afferma che il costo di gestione di un natante è sempre lo stesso sia che navighi a pieno carico sia che navighi vuoto. Se per costo di gestione intendiamo la sommatoria delle spese di carburante, di personale, di manutenzione (per rimanere a quelle più importanti) è vero che questi costi, essendo fissi, saranno più o meno sempre gli stessi per ogni traversata.
    Ma la gestione di una società o, se vogliamo semplificare di un natante, non è fatta solo di costi ma anche di ricavi che si contrappongono ai primi e determinano, attraverso la loro realizzazione e il confronto con i costi quella cosa importante per la vita dell’azienda che è il risultato economico. Il quale, a sua volta, può essere positivo o negativo a seconda se i costi sono minori o maggiori dei ricavi.
    E’ ovvio che ogni azienda, organizzata secondo i principi imprenditoriali, tende ad avere un risultato positivo. Non è da meno la Laziomar e non è ininfluente, ai fini della gestione, il fatto che la nave trasporti pochi o molti passeggeri. Più gente la nave porta e più alto è il costo dei biglietti, maggiori sono i ricavi che la compagnia realizza e che, inevitabilmente, si traducono in contrazione dei costi di gestione. Da qui una prima conclusione immediata: meno agevolazioni si concedono meglio si sopportano i costi. Interessante sarebbe verificare se i costi sono comprimibili visto che spesso tra le loro fila si annidano spese inutili. Ma questo è un altro discorso.

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