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2009-07-21_18-53-53 h-23 lamonica-02 t6-24 la-galite-2009 Spugne, briozoi e astroides

C’era una volta… e potrebbe esserci ancora

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di Gabriella Nardacci
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Io me le ricordo, certe festività a tavola, quando i cibi erano in bella mostra; cibi poveri che se ci si ripensa adesso possono sembrare inutili e neanche classificabili entro certe graduatorie di cibi eleganti e costosi.

Non lo erano affatto! La sera della vigilia di Natale, fra i dodici piatti che dovevano essere presenti sulla tavola, erano contemplati anche il pane e l’olio: alimenti che ricordavano la fatica dell’uomo e che erano considerati dalle donne di allora, “cibi nobili”.

Mia madre cominciava con la preparazione del pane già due giorni prima di Natale. Si andava tutti a cuocerlo nel forno pubblico, da dove l’odore del pane fresco si sprigionava lungo tutta la strada e che si manteneva intenso e gradevole per tutte le strade dove passavano le donne con i lunghi “capisteri” sulla testa, pieni di pane fresco, ciambelle con l’acqua e l’anice e ciambelle con lo zucchero che, per noi bambini, parevano provenire dai paesi con la neve.

Mia madre preparava anche i ceci e la pasta con la farina, tagliata a quadrucci grandi, il ciambellone ricco di noci, mandorle, pinoli e di fichi secchi fatti appassire nelle cantine insieme a “paccole” di mele o pere, e le castagne lessate leggermente e poi pelate e pronte per essere cotte nelle pignatte con l’alloro.

Erano cibi che si preparavano prima del 24 dicembre.

Nel primo pomeriggio della vigilia, mia madre prendeva i piatti col righino dorato e li spolverava, stirava la tovaglia bianca e finiva di preparare le ultime cose rappresentate dal fritto dei broccoli in pastella di cui era ghiotto mio padre e che non mancavano mai sulla tavola, dalle castagne messe a brontolare nelle pignatte accanto al fuoco e dal baccalà che marinava nella scodella, pronto per essere cotto alla brace.

I contorni consistevano nelle erbe selvatiche raccolte in campagna e ripassate in padella con aglio, olio e peperoncino. Erano così piccanti che facevano spalancare gli occhi a noi bambini e pareva ci incendiassero la gola… che per spegnere quell’incendio bevevamo l’acqua senza respirare con grandi respiri finali a riempirne di nuovo i polmoni… e poi le arance, che mia madre preparava in insalata, con sale olio pepe e uno spicchio d’aglio intero.

Era una sera magica quella della vigilia di Natale. La tavola apparecchiata era incanto per gli occhi. Gli odori dei cibi erano complici dell’intimità della casa e la gioia di mangiare in compagnia ci ripagava di tutte le fatiche della settimana.

Prima di cominciare, mia madre ci invitava a contare tutti i cibi.

Ci si sbagliava sempre e sempre sembrava che ne mancasse uno all’appello: pasta, ceci, baccalà, broccoli, castagne, arancia, noci, verdure, ciambelline, pane, olio e…

E contavamo una, due, tre e altre volte ancora ma sempre si arrivava a undici.

Poi succedeva che alla fine ci fidavamo dei grandi che ci prendevano in giro e che contavano due volte la stessa pietanza cercando d’imbrogliarci. Noi ce ne accorgevamo ma lasciavamo che si divertissero anche loro (chissà perché i grandi sottovalutano così spesso i piccoli…) e, dietro invito di mia madre, cominciavano ad assaporare i cibi.

E chissà perché la pasta “triciata” con i ceci sembrava più buona quella sera così come il baccalà alla brace era più appetitoso e le verdure con il peperoncino sembravano meno piccanti del solito. Riuscivamo a mangiare anche l’arancia in insalata e tra le chiacchiere e le risate assaggiavamo anche le castagne “stampate” con l’alloro.

Alla fine, sulle sedie, ciascuno ripeteva la poesia di Natale e il sonetto finale agli astanti che finiva così: – E ora per il bene che vi voglio, tirate fuori il portafoglio! – e quei pochi spiccioli ci sembravano milioni perché bastava la fantasia a farci sembrare ricchi.

Natale se ne andava così e cominciavamo a pensare alla Pasqua.

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Anche per questa festività si cominciava a preparare una settimana prima che arrivasse. Oltre al pane, si preparavano anche le ciambelle con il vino, le crostatine con la marmellata di amarene, le paste di mandorla e il “recresciuto” a forma di pupazza per le bambine come me, con l’uovo sodo sopra.

Due giorni prima, mia madre preparava la zuppa inglese e un altro dolce, la “caciatella” a base di ricotta e pasta all’uovo. La parte in basso della credenza della cucina si riempiva di profumi liquorosi come anice, strega, marsala all’uovo, rum e alchermes… essenze che erano messe negli impasti dei dolci.

La mattina di Pasqua, mia madre preparava la tavola con tutte queste prelibatezze e tutti quelli che salivano a casa per fare gli auguri di Buona Pasqua, assaggiavano queste leccornie.

Sulla stufa a gas, il brodo di pollo bolliva e il suo odore scendeva fin sotto la strada. Nella grande padella c’era già l’agnello, marinato dalla sera prima, a rosolare lentamente e il ragù per le fettuccine era già sul treppiede di ferro battuto accanto al caminetto acceso.

Le cotolette impanate e i carciofi erano pronti da friggere ma quest’operazione del fritto era fatta sempre all’ultimo momento.

Finita la mattinata e dopo la Messa cantata in latino, che cominciava alle undici e finiva alle 12.30, si tornava a casa e la tavola era apparecchiata per il pranzo che cominciava con il brodo di pollo e stracciatella, poi fettuccine all’uovo con ragù, agnello e cotoletta con carciofi fritti, patate e insalata e alla fine la caciatella e la zuppa inglese.

Tolti i piatti con le pietanze salate, il tavolo si riempiva anche di ciambelle e liquori fatti in casa e quando arrivava qualcuno nel pomeriggio, sempre ci si sedeva attorno a quel tavolo che dalla mattina non aveva ancora trovato “pace” o che forse, sarebbe meglio dire… portava la “pace “.

Ogni occasione di festa è stata sempre abbinata ai cibi.

C’era sempre qualcuno che arrivava per ultimo. Spesso era un ospite inatteso…e se era Natale, portava la… dodicesima cosa che di solito era il vino.

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Se era Pasqua, non mancava che qualcuno arrivasse da lontano con l’uovo di Pasqua pieno di fiori di zucchero intorno, con un unico regalo per tutti che, come dono benaugurante, era spesso un portachiavi e a noi bambini non interessava per niente, poiché sapevamo già che mai avremmo avuto le chiavi di casa per uscire e rientrare quando volevamo noi.

C’era sempre un’occasione di convivio e se non erano Natale o Pasqua, era un fidanzamento ufficiale, o un battesimo o una comunione che si festeggiavano di solito in casa.

Mio padre smontava la camera da letto e preparava, con le “palanche” di legno, tavoli e sedili. Quella che era una camera da letto si trasformava in una sala ristorante e tutto si cucinava in casa dentro grosse pentole di alluminio pesante, o di rame.

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La tavola è stata sempre per me, il luogo di ogni dire… e sempre è per me una rappresentazione teatrale di desideri e bisogni. Il cibo partecipa con le parole a questa grande festa di solidarietà e pace e mi piace questa convivialità così come mi piace occuparmi della “felicità” dei miei ospiti.

Dentro ogni sapore ritrovo un viso, un sorriso, un abbraccio…

Basterebbe che ciascuno di noi portasse un cibo dalla casa del suo paese e ne facesse casa, ovunque vada, per organizzare una grande tavolata.
Non sarebbe faticoso.
Sarebbe bello unirsi in un abbraccio rotondo.

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Nota (a cura della Redazione)

Ci fa piacere segnalare che il racconto di Gabriella Nardacci qui presentato si è distinto in un concorso letterario nazionale.
In effetti evoca un mondo che è nei ricordi di tutti noi, un “piccolo mondo antico” fatto di tradizioni e semplici piccole cose che sono parte di noi e non ci rassegniamo alla loro perdita. Cui siamo tanto legati che ciascuno cerca di riproporre come può nel privato quel tempo irreversibilmente perduto.

VI edizione del premio letterario nazionale “CibArte…sia: cibo, arte e poesia” “L’Associazione Akkuaria nell’ambito delle iniziative inerenti alla campagna di educazione alimentare “La città obesogena” – proposta dall’Associazione Anterao, con l’intento di contrastare la malnutrizione e i disturbi alimentari – attraverso la valorizzazione delle Arti e i mestieri legati alla tradizione della nostra buona tavola, indice il Concorso letterario “CibArte…sia”.

Nella sezione “racconti”, l’elaborato si è classificato al 1° posto.
La cerimonia di premiazione si è svolta presso il Palazzo Rospigliosi di Zagarolo (Roma) nel maggio 2016

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1 commento per C’era una volta… e potrebbe esserci ancora

  • La Redazione

    Ci fa piacere segnalare che il racconto di Gabriella Nardacci qui presentato si è distinto in un concorso letterario nazionale.
    In effetti evoca un mondo che è nei ricordi di tutti noi, un “piccolo mondo antico” fatto di tradizioni e semplici piccole cose che tanto sono parte di noi da non rassegnarci alla loro perdita; cui tanto siamo legati che ciascuno cerca di recuperare come può nel privato quel tempo irreversibilmente perduto.

    VI edizione del premio letterario nazionale “CibArte…sia: cibo, arte e poesia” “L’Associazione Akkuaria nell’ambito delle iniziative inerenti alla campagna di educazione alimentare “La città obesogena” – proposta dall’Associazione Anterao, con l’intento di contrastare la malnutrizione e i disturbi alimentari – attraverso la valorizzazione delle Arti e i mestieri legati alla tradizione della nostra buona tavola, indice il Concorso letterario “CibArte…sia”.

    Nella sezione “racconti”, l’elaborato si è classificato al 1° posto.
    La cerimonia di premiazione si è svolta presso il Palazzo Rospigliosi di Zagarolo (Roma) nel maggio 2016

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