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Occhi sinistri! Superstizioni legate all’occhio da ogni parte del mondo

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segnalato da Michele Vitiello
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Sulla rivista medica on-line: www.medscape.com ho incontrato questo interessante articolo – rigorosamente scientifico – che un po’ si collega col mio lavoro e un po’ richiama le profonde credenze isolane (che poi sono comuni a tutto il mondo).
M. V.


Oculus Sinister! Eye Superstitions From Around the World
by John Watson  –  October 25, 2016

Strane visioni
Le superstizioni, per loro natura, stabiliscono nessi di causalità dove non ve ne sono affatto. D’altra parte la loro diffusione e la loro inspiegabile somiglianza per le modalità con cui si esprimono in diverse culture ci possono dare qualche informazione sulle paure basilari dell’umanità e su come è avvenuto lo sviluppo evolutivo.

Forse nessuna parte del corpo è stata così interessata da queste credenze come l’occhio umano. Questi organi vulnerabili sono classicamente considerati come le “finestre” della nostra anima, e non è sorprendente che siano stati oggetto di tali pensieri “magici”. Questa serie di immagini mostra un’antologia delle più diffuse superstizioni e miti che circondano l’occhio, dai secoli passati ad alcuni che ancora sembrano scuoterci.

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Vedere “il male” dappertutto
Poche supertizioni sono così globalmente diffuse come quella del “malocchio”. Come  tutte le manifestazioni folkloristiche, “il malocchio” possiede degli elementi specifici caratteristici della cultura da cui è stato espresso; comunque in generale si crede che l’elemento comune sia che uno sguardo, causato da gelosia, odio, invidia, possa determinare delle conseguenze nefaste alla persona cui è indirizzato.

Questa superstizione probabilmente trae origine dall’impostazione della ‘fisiologia’ degli antichi Greci e Romani secondo cui l’occhio rende possibile la visione dirigendo la luce e l’energia verso l’esterno, sugli oggetti, piuttosto che riceverli e elaborarli all’interno. Perciò l’occhio era considerato avere un notevole potere che poteva essere sfruttato per fini malvagi.

La diffusa natura delle credenze sul malocchio che si può trovare nella maggior parte dei paesi del mondo, supporta la teoria che questa è una paura intrinseca, universale, che si è sviluppata indipendentemente in tutto il mondo. In anni recenti comunque, le ricerche antropologiche hanno individuato la sua probabile origine nelle antiche culture indo-europee e semitiche, con l’eventuale diffusione (verso Oriente) da parte di Alessandro il Grande e altri conquistatori.

Attualmente (queste credenze) sono per lo più comunemente associate con le culture Mediterranee e con i loro primi avamposti coloniali in Occidente.

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Impatto culturale
Un’altra misura dell’influenza del malocchio nel nostro mondo si desume dagli artefatti culturali che esso ha contribuito a generare.
Poiché le giovani spose sono considerate naturali bersagli di sguardi invidiosi, il velo si dice essere stato introdotto come un mezzo per proteggersi da commenti malevoli.
L’associazione di un (sontuoso) abito da sposa, il lancio del riso e il sollevamento della sposa per farle attraversare la soglia sono stati interpretati come “trucchi” per deviare il malocchio.

I neonati avevano particolare valore nelle antiche culture, perciò erano spesso oggetto di tremende invidie connesse con il desiderio che si ammalassero. Per contrastare il malocchio, amuleti protettivi con perline di colore blu erano spesso posizionate intorno al loro corpo. Questa usanza ha collegato per sempre il colore blu al genere maschile la cui frustrante, persistente natura sarà evidente a chiunque abbia mai messo piede in un negozio di abbigliamento per bambini.

Anche lo stesso simbolo “Rx” che si trova sulle prescrizioni mediche, probabilmente deriva dal simbolo “l’occhio di Horus”, che viene da un rito di protezione contro il malocchio. Per quanto il simbolo sia cambiato nel tempo, esso comunque è stato tramandato dai medici romani come il semplice Rx che conosciamo oggi.

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I presagi dell’ammiccamento
Meno diffuse del “malocchio”, ma altrettanto impressionanti per l’estensione mondiale, sono le molte superstizioni che circondano il segno dell’ammiccamento dell’occhio.

Il folklore cinese, indiano, hawaiano, del Camerun e della Nigeria, tutti considerano gli spasmi involontari degli occhi come un presagio di un evento sconvolgente, come una morte in famiglia, un inaspettato arrivo di denaro, una nascita. Maggiore potenza profetica è attribuita di solito alle contrazioni dell’occhio sinistro rispetto al destro. In Cina questa superstizione raggiunge la sua espressione più elaborata, dal momento che qualunque sbattere involontario dell’occhio è letto in modo differente in relazione all’ora del giorno. Se le tue palpebre sbattono alle 4 del mattino potrebbe significare che ti aspetta una grande gioia, mentre lo stesso fenomeno nel pomeriggio potrebbe preannunciare un imminente disastro.

Nella medicina moderna gli episodi involontari di spasmo palpebrale, chiusura improvvisa dell’occhio o ammiccamento spontaneo, sono classificate sotto la voce “blefarospasmo”. Forme estreme di blefarospasmo, sebbene rare, possono indicare patologia cerebrali o psicologiche. Comunque gli ammiccamenti involontari che si verificano più frequentemente indicano condizioni di significato meno estremo, come mancanza di sonno, stress, o eccesso di alcoolici o di caffeina.

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Opali nell’occhio dell’osservatore
Con la loro a volte incredibile somiglianza con gli occhi, quantunque quelle più comuni si vedono più frequentemente nei film fantastici o di fantascienza, le opali hanno un posto speciale tra le pietre preziose e le gemme, come malaugurio oculare. Nel Medio Evo gli Europei tremavano di paura e di timore riverenziale al cospetto del loro potere. Alcuni vi hanno visto una chiara evidenza con il malocchio fatto oggetto reale, tanto che una storica delle superstizioni ha scritto: “la brillante lingua di fiamma che brucia nel vero opale è stata vista come l’evidenza oculare di una presenza demoniaca”. L’opale è stata anche considerato in grado di garantire a chi lo porta l’invisibilità, rendendola una pietra d’obbligo per malviventi e rapinatori. Al contrario, gli animi più coraggiosi del tempo si tenevano stretto il loro opale per essere resi invulnerabili a tutte le malattie dell’occhio.

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L’occhio incantato
Il medico tedesco Georg Bartisch (1537-1607) è segnalato per aver scritto il primo libro completo che descrive la cura delle malattie oculari per lettori non accademici, dal titolo Ophthalmodouleia. Oltre a raccogliere le nascenti conoscenze mediche del tempo, il testo è anche un inestimabile documendo antropologico delle sue superstizioni.
Bartisch, che si descrive come un occultista, praticava negli anni in cui la malattia degli occhi era considerata una punizione celeste, conseguenza di una perdita di virtù, imposta per mano delle streghe. Egli dichiara di aver testimonianza di rigonfiamento degli occhi delle vittime con secrezioni di elementi inconsueti, come carbone, spille da biancheria e intere pere (sic!).

Bartisch distingueva gli incantesimi in ‘caldi’ e ‘freddi’. La magia ‘calda’ implica un aumento della temperatura che porta a esplosione dell’occhio. Un intervento immediato richiedeva la rinuncia al peccato ed era seguito dal lavaggio dell’occhio con preparati a base di erbe della famiglia delle solanacee. Si è supposto che il succo di  belladonna [Atropa belladonna – NdT – (1)] potesse essere di qualche utilità nel trattamento dell’uveite; ma rappresenta un pericolo nel glaucoma ad angolo stretto (2).
Per la ‘magia fredda’, i tremori e i brividi che portano al gonfiore delle palpebre superiori sono da trattare con unguenti topici, come il sangue di un corvo (!).

Forse il maggior biasimo all’eredità oftalmologica tramandata da Bartisch è nel possibile ruolo che egli ha avuto nel coniare la frase “quattr’occhi”, per descrivere i portatori di lenti, che si credevano contribuissero alla cecità.

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Colori discordanti
L’apprezzamento della simmetria è fortemente radicato nel nostro cervello cosicché non è sorprendente che qualunque diviazione susciti sospetto. Come tale, “l’eterocromia”, la condizione per cui le iridi di una persona sono di differenti colori, ha provocato diverse superstizioni.
In certe culture dei nativi Americani l’eterocromia è nominata come “occhi di spettro”, ed è ritenuta dare al suo possessore una doppia vista, sia sull’aldilà che sulla terra (sebbene questa condizione sia primariamente attribuita ai cani). Le culture pagane dell’Europa occidentale hanno considerato l’eterocromia un segno che l’occhio del neonato è stato strappato via da una strega.

Il risultato della fluttuazione nella pigmentazione dell’iride, sia la sua completa eterocromia (i due occhi di colore del tutto differente) sia parziale (una varietà di colori all’interna della singola iride) si vedono raramente negli esseri umani. Nella maggior parte dei casi l’eterocromia non è associata a segni e sintomi patologici, sebbene possa essere segno di una sindrome di Horner o di una sindrome di Waardenburg [due sindromi cliniche di interesse specialistico; questa messa a punto è indirizzata a medici – NdT].

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Riposi in pace
Quando le persone trapassano con gli occhi chiusi, si osserva di solito che essi sono in pace o serene. Al contrario, gli occhi aperti in un defunto sono stati interpretati come il risultato del loro terrore riguardo al prossimo giudizio per le azioni compiute su questa terra. Le antiche pratiche di sepoltura tentavano di correggere questo inconveniente sistemando due monete sugli occhi del morto.
Oltre alla sua pratica utilità di mantenere le palpebre chiuse fino a quando non interviene il rigor mortis, questa usanza è anche connessa al mito greco del traghettatore Caronte che chiedeva un pedaggio per trasportare l’anima del defunto attraverso il fiume Stige fino all’eternità.

Nel tentativo di porre un limite a tali interpretazioni moralistiche, uno studio ha preso in considerazione la posizione delle palpebre in una serie di decessi consecutivi avvenuti in ospedale, riscontrando che il 37% dei defunti mostra parziale o nessuna chiusura delle palpebre. Dal momento che la chiusura delle palpebre dipende dalle funzioni del Sistema Nervoso Centrale (SNC), si è pensato che questo gruppo possa più probabilmente aver avuto una alterazione del SNC al momento della morte. Sebbene abbia preso in considerazione solo 100 casi, lo studio è tuttavia importante per tentare di stabilire dei parametri razionali contro le superstizioni diffuse che ancora comunemente si incontrano tra coloro che si occupano della gestione del fine vita.

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Il bianco dei loro occhi
Per alcune decadi, criminologi amatoriali e coloro che fanno pronostici politici, hanno ritenuto che l’occhio sanpaku potesse predire il destino di persone famose e dal tragico destino. Sanpaku è la grossolana traduzione dal giapponese di “tre bianchi” e descrive la condizione in cui nella sclera si osserva un terzo bordo, sopra e sotto l’iride, oltre che alla sua destra e alla sua sinistra.

L’inizio di questa credenza in Occidente è attribuita a George Ohsawa, il pioniere giapponese della dieta macrobiotica che in un’intervista dell’agosto 1963 disse di aver predetto la morte del presidente Kennedy pochi mesi prima del suo assassinio.
Il sanpaku presente negli occhi del presidente era per Ohsawa un segno di presagio nefasto e di tragico destino. Coloro che ci credono citano anche comunemente il “sanpaku superiore”, il caratteristico “guardar fisso” di Charles Manson, con la sclera visibile al disopra dell’iride, che essi considerano un segno di sociopatia.

Tali esempi di pregiudizi selettivi abbondano tra i sostenitori della natura predittiva dell’occhio sanpaku, ma essi farebbero meglio a considerare la più ragionevole ipotesi darwiniana “dell’occhio cooperativo”. Questa teoria sostiene che, a confronto con altri primati, gli esseri umani si sono evoluti per avere una sclera più evidente, al fine di poter meglio seguire lo sguardo dell’altro. Di conseguenza questo facilita una aumentata cooperazione e migliori interazioni sociali. Incidentalmente, è la stessa abilità che rende facile esprimere un assorto cinismo quando si viene in contatto con credenze non fondate.

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La cospirazione della carota
Per decadi bambini che odiavano i vegetali sono stati forzati a mangiare carote con il convincimento che ciò avrebbe migliorato la loro vista e persino li avrebbe aiutati a vedere al buio. Le carote sono senza dubbio una potente fonte di beta-carotene, l’antiossidante che viene convertito in vitamina A. Gli studi mostrano un chiaro rapporto tra la diminuzione del consumo di vitamina A e un aumento della cecità notturna; una tendenza che diviene evidente in tempo di crisi economica, quando le abitudini alimentari riducono il consumo di cibi fonte di vitamina A. Quel che gli studi non sembrano dimostrare è che la vitamina A, e le carote in particolare, rafforzino la vista o rallentino il suo declino in persone sane.

L’origine di questa asserzione ha una origine sorprendente: la propaganda inglese durante la seconda guerra mondiale. Con l’avvento del radar, i piloti di guerra inglesi furono improvvisamente in grado di localizzare e abbattere gli aeroplani tedesci che bombardavano l’Inghilterra col favore delle tenebre. (In)comprensibilmente riluttanti a spiegare l’origine della loro neo-acquisita capacità, i comandi militari la spiegarono un vasto consumo di carote da parte dei piloti. Forse i tedeschi trovarono questa affermazione poco chiara, ma le famiglie britanniche certamente no. Il mito si è dimostrato di lunga tenuta. Per i giovani obbiettori (i bambini) che pervicacemente rifiutano le carote, la guerra sul fronte domestico continua tutt’oggi.

 

Traduzione di Sandro Russo

I riferimenti bibliografici che compaiono nel testo inglese sono annessi al lavoro originale: http://www.medscape.com/features/slideshow/eye-superstitions

In alternativa, accedi al file .pdf dell’articolo, in versione originale: oculus-sinister-eye-superstitions-from-around-the-world-by-john-watson

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825 Eighth Avenue
New York, NY 10019

Note
Il presente lavoro, tratto da una rivista medica on-line è indirizzato in origine ad un pubblico di addetti ai lavori. Chi l’ha segnalato e il traduttore, entrambi medici, hanno aggiunto due brevi note esplicative:

(1) – Atropa belladonna – Famiglia Solanaceae. Il secondo nome, nella classificazione binaria di Linneo (1707-1778) si riferisce all’uso (di derivazione medio-orientale e nord-africana, ma diffuso anche in Sicilia) delle donne del tempo di instillare una goccia del succo della pianta nella congiuntiva per dilatare la pupilla e rendere gli occhi “sognanti”: poco adatti alla visione (per perdita transitoria dell’accomodazione) ma con un effetto estetico apprezzabile, secondo i canoni dell’epoca (S. R.).

(2) – La belladonna contiene l’atropina che determina midriasi. La midriasi nel glaucoma ad angolo stretto determina un attacco violentissimo di ipertono oculare con perdita del campo visivo e della vista se non si interviene subito con opportune terapie mediche o chirurgiche (M.V.).

 

 

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1 commento per Occhi sinistri! Superstizioni legate all’occhio da ogni parte del mondo

  • isidorofeola

    Molto interessante… ed anche divertente.
    Mi ha fatto sorridere soprattutto il fatto che, a proposito dell’occhio incantato, il medico tedesco Georg Bartisch si autodefinisca un occultista che ha venire subito in mente l’oculista. Quindi, per dirla “alla Marzullo”, si studia l’occulto guardando gli occhi oppure si studiano gli occhi guardando l’occulto?
    E che dire poi dell’occhio secco a Ponza ?

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