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1929: Mino Maccari a Ponza

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di Rosanna Conte

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E’ il settembre del 1929 quando arriva a Ponza il giovane giornalista Mino Maccari.

E’ essenzialmente un pittore, ma è così bravo anche con la penna che Curzio Malaparte, il direttore del suo giornale, La Stampa, sceglie lui per svolgere un reportage molto delicato che sia in sintonia con lo spirito e le aspettative del regime fascista.

Deve far conoscere al grande pubblico italiano, ma in particolare a quello estero, cosa sia il confino politico entrato in vigore tre anni prima.

Mino Maccari

Mino Maccari

Per la verità, Mussolini e il suo ministro degli interni, capo indiscusso della Polizia, Arturo Bocchini, non è che fossero spiriti magnanimi preoccupati dell’informazione, né erano di animo così democratico da considerare la sua condivisione una priorità.

La loro era un’esigenza politica: mantenere la facciata della rispettabilità davanti alle altre grandi nazioni che si piccavano di essere la patria della democrazia, come la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Già subito dopo le leggi eccezionali dell’inizio del 1926 avevano inviato all’estero persone fidate in grado di propagandare le bontà del fascismo e le mirabilia che stava realizzando contro l’incapacità e le storture della classe politica precedente.

Ma, in quella coda d’estate del ’29, non era più sufficiente.

La fuga di tre confinati da Lipari (1) nel luglio di quell’anno, il loro arrivo a Parigi e le continue conferenze stampa che tenevano in giro, stavano vanificando l’egregio lavoro che gli emissari governativi avevano svolto fino a quel momento.

E sì che, fin dal varo delle leggi eccezionali, secondo l’escamotage di Bocchini, il confino era stato dipinto come una misura precauzionale di allontanamento dal contesto affettivo, sociale ed economico di individui che disturbavano lo scorrere normale della vita della nazione ( gli avversari politici erano assimilati alle persone asociali con in più l’aggravante di essere antinazionalisti), ma la stessa misura prevedeva l’isolamento in luoghi ameni dove un normale cittadino avrebbe con piacere trascorso la sua villeggiatura.

Arturo Bocchini

Arturo Bocchini

La propaganda della “villeggiatura” contribuì a smorzare non poco le critiche che si diffondevano su una misura coattiva come il confino assegnata con criteri discrezionali che già di per sé negavano il diritto civile alla difesa.

Il compito che si assumeva Maccari era riprendere l’idea di Bocchini e svilupparla, rendendola centrale nel suo reportage.

Novello Virgilio, l’artista si presenta come guida in un mondo sconosciuto e delicato: il confino attiene alle ragioni della sicurezza e dell’autorità dello Stato, ma, visto che non ne se sa nulla in giro e per evitare che la fantasia prenda il sopravvento nell’opinione pubblica, è meglio rompere il silenzio e parlarne con discrezione. Il lettore meno smaliziato gli si affida ciecamente, seguendolo in un percorso informativo fatto di quadretti ameni in cui gli elementi di coercizione, che pure vengono riportati, assumono la connotazione di semplici strumenti di controllo e vigilanza.

Maccari si affida pienamente all’arte della retorica, quella che sa usare bene le parole in tutte le loro declinazioni – dal livello del diminutivo/vezzeggiativo a quello dell’accrescitivo/dispregiativo -, quella che sa costruire i periodi ad effetto accostando artatamente immagini e contesti, per dare al lettore un’idea rassicurante del confino politico.

Senza troppo esagerare, penso che giusto un esempio possa essere utile.

Cosa fanno i confinati a Ponza? la gran parte dei confinati, nelle lunghe ore di libera uscita, passeggiano su e giù per il corso, in vista del mare:… Questa gente si può consentire di trascorrere le sue giornate passeggiando, godendo anche della vista del mare.

Corso

Su e giù, su e giù dalla mattina alla sera: un continuo andare e venire di gruppetti gesticolanti, o di taciturni solitarii.

E’ il primo schizzo dei confinati nel loro insieme. Maccari è un pittore e sa quanto vale il tratto breve e incisivo: dal diminutivo gruppetti che sminuisce l’ importanza di chi ne fa parte, all’attributo gesticolanti che richiama l’idea di esagitati , al taciturni solitari che suggerisce, invece, l’immagine di persone staccate dal contesto sociale. E questi tratti di comportamento, come accade nella pittura espressionista, accentuati dalla ripetitività – su e giù, dalla mattina alla sera – si fissano in una immagine deformata.

E’ in questo riquadro che il lettore sarà indotto a riportare la descrizione dei singoli confinati affidandosi, come loro, al libero orecchio di libero cittadino di Maccari.

Dal resoconto emergono personaggi desiderosi di sfogarsi con qualcuno che non sia confinato, funzionario o isolano, astiosi verso i compagni di sventura, critici e sprezzanti verso i loro capi politici, diversi e divergenti al punto da diventare caotici nella pluralità delle loro idee.

I primi di cui parla svolgono un lavoro sull’isola: con difficoltà l’umile venditore ambulante, ostacolato dai commercianti ponzesi, con facilità l’ingegnere Amadeo Bordiga che, anzi, si è fatta una bella clientela locale tanto che, sempre indaffarato, va su e giù per l’isola seguito da aiutanti.

Amadeo Bordiga

Amadeo Bordiga

Altri si danno alla scrittura.

Arturo Amigoni, da libero commerciante e direttore di un giornale umoristico, scrive poesie, commedie e un poema eroicomico in endecasillabi che legge a Maccari offrendogli un tè a casa sua. Si preoccupa della famiglia lontana e degli affari che non può trattare, ma si gode il confino, non solo scrivendo e facendo salotto, bensì anche facendo il dongiovanni insieme a Magri non ancora preso dall’amore per Rita Parisi. Per Amigoni, socialista unitario, è sottinteso che è meglio che abbiano vinto i fascisti: i comunisti l’avrebbero fucilato.

Umberto Vanguardia, anarchico napoletano, offrendo il caffè nel suo “covo”, il camerone, al confino scrive versi e s’innamora. Legge le sue poesie in napoletano e dice apertamente a Maccari che, se vincessero gli anarchici, fucilerebbero i loro nemici.”Il confino è un nonnulla, in confronto ai metodi che useremmo noi”.

Se la violenza è affidata a Vanguardia, ridotto ad una machietta dal richiamo all’unica sua bomba lanciata che non è scoppiata, al vecchio e malato Boldrini, anarchico senese, è affidata la delusione per la meschinità che è nel cuore di chi dovrebbe cambiare la società. Ed è quanto dire perché gli anarchici, a differenza di altri antifascisti, sono entrati ed usciti dal carcere anche nell’Italia liberale e, quindi, da giovanissimi.

Quanto poco sia preoccupante il confino ce lo dice la fissazione di un altro anarchico, Fioravante Meniconi, che rivendica al suo cane quella libertà che lui non ha perché il confino è una cosa che riguarda il suo padrone e non il povero animale.

Il ritratto di Mario Magri, quello più negativo perché più ampio, sappiamo che è stato rimaneggiato pienamente dalla censura.

Il sarcastico aretino era avvolto dall’aura di eroe e, molto probabilmente, lo stesso Maccari lo ammirava, ma il regime non poteva consentire che se ne parlasse in termini in qualche modo positivi, nonostante il suo cognome fosse riportato con la sola iniziale puntata.

Mario Magri

Mario Magri, in divisa da ufficiale dell’Esercito e, sotto, in una foto segnaletica

Mario-Magri

Così Mario Magri diventa un esaltato per il quale ci sarebbe voluta una rivoluzioncella al giorno e che invece è ridotto a scrivere i reclami per i piccoli inconvenienti giornalieri che va a cercare col lanternino per dare fastidio alla direzione. La sua sferzante parlata aretina, dalle inflessioni feroci e maligne è adatta ad esprimere risentimenti e giudizi faziosi. Astutissimo nei ragionamenti, porta occhiali cerchiati d’oro, dietro i quali le sue pupille si muovono come belve dietro la gabbia. Magri, parlando dell’inabitabilità dei cameroni, dice che “I fascisti hanno istituito il confino; e hanno fatto bene. Ma hanno voluto fare anche la legge; ed ecco l’errore” Non sapremo mai chi gli ha messo in bocca quest’affermazione, ma conoscendo il suo spirito libertario sembra piuttosto difficile che sia una sua spontanea considerazione.

Tra i confinati, a parlare positivamente del confino c’è solo Vittorio Ambrosini – l’istituto del confino è quanto di più perfetto, da tutti i punti di vista, la storia conosca nelle relazioni fra le rivoluzioni politiche e i loro maggiori avversari – che è stato contiguo al fascismo in momenti e periodi diversi dall’inizio della sua ascesa fino alla caduta.

Agli anarchici, come abbiamo già visto, sebbene ridotti a parolai inoffensivi, era stata affidata la vera ferocia: come si può dubitare dell’umanità del confino se pensiamo allo scampato pericolo delle bombe e delle eventuali stragi anarchiche?

Eppure in quei mesi la violenza dei militi a Ponza era forte e palese, ma per Maccari non esiste: non la percepisce? Nessuno gliela racconta?

Ricordiamo che dall’agosto 1928 nell’isola imperversava Alberto Memmi la cui violenza preoccupò persino i gerarchi fascisti. Erano all’ordine del giorno provocazioni con aggressione di confinati per strada, per trascinarli in pretura e continuare ad infierire dopo nel carcere locale. Anzi, proprio nello stesso mese in cui Maccari si trovava a Ponza, l’8 settembre, vi fu l’episodio clamoroso riportato da Silverio Corvisieri che determinò il trasferimento di Memmi: l’aggressione ad Armando Prili che provocò la reazione degli altri confinati i quali, dopo aver assalito, bastonato e disarmato alcuni militi, si barricarono nei cameroni, mentre colpi di mitragliatrice richiamavano i sorveglianti da tutta l’isola.

Insomma fu un fatto abbastanza “rumoroso”, ma non giunse al libero orecchio del libero cittadino Mino Maccari.

Probabilmente fu l’eccessiva propensione all’obbedienza che il giornalista si attribuirà 56 anni dopo, a renderlo poco ricettivo verso episodi del genere.

Di sicuro il suo scritto, pubblicato a puntate l’anno successivo sul quotidiano Il Tempo, fu uno degli elementi rilevanti della propaganda di regime: rassicurò i benpensanti che volevano essere rassicurati e spostò sapientemente l’attenzione dalla negazione dei diritti civili – libertà di pensiero e di parola, certezza della legge, diritto alla difesa dalle accuse, diritto alla tutela dell’intergità fisica e mentale e via dicendo – all’intenzione benevola del regime, sancendo l’idea del confino come villeggiatura.

 

(1) – Poco meno di due mesi prima, il 27 luglio, erano fuggiti clamorosamente da Lipari tre confinati, Emilio Lussu, Carlo Rosselli e Francesco Fausto Nitti, e a Parigi, dove si erano rifugiati, guidati da Gaetano Salvemini, fuoriuscito antifascista e storico meridionalista, passavano da una conferenza stampa all’altra facendo dichiarazioni sul sistema di repressione e deportazione che dal 1926 vigeva in Italia, mettendo in evidenza anche l’omertà della stampa italiana che ignorava volutamente quanto succedeva.

Così l’opinione pubblica delle democrazie occidentali era venuta a conoscenza dei sistemi polizieschi fascisti e del fatto che in Italia esisteva un’opposizione alla dittatura del regime.

 

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