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Confinato dongiovanni

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di Rita Bosso

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Questa foto è stata scattata nei primi anni Sessanta nel cortile della casa sulla Dragonara in cui alloggiò Silvio Campanile. Ai lati Vincenzo e Candida Bosso, fratelli della moglie di Campanile. La bambina in braccio alla madre è Domitilla, nipote di Silvio Campanile.

Ho un ricordo lontano ma nitido di Maria Bosso Campanile: una donna minuta, sorridente, pelle nivea  e vestiti neri. Mio padre le si rivolgeva con affetto misto a deferenza: era la cugina il cui marito era stato ucciso alle Fosse Ardeatine, aveva cresciuto da sola il figlio Enrico portandolo sino alla laurea e a una carriera prestigiosa di docente alla Normale di Pisa.

Sfoglio il fascicolo di Silvio Campanile nella sala dell’Archivio Centrale di Latina, dove sono andata perché incuriosita da un fascicolo con intestazione “Cinematografo”, riferito evidentemente alla sala di via Corridoio del mio nonno materno. Niente di che, due foglietti, il primo contenente la richiesta di alcuni confinati di poter frequentare la sala, il secondo con il diniego, peraltro ovvio.
Chiedo allora il fascicolo di Camerini: seconda delusione, richieste di permessi  e relative risposte che peraltro avevo già visionato all’Archivio all’Eur. Nello stesso faldone c’è però il fascicolo di Campanile, ben più corposo.

Silvio Campanile nasce a Roma il ventiquattro giugno 1905, arriva a Ponza l’otto marzo 1932; viene qualificato come studente. “Riassegnato al confino per  5 anni, poi ridotti a 3, dal 02/01/1932 all’1/1/35”. Una nota del 29 novembre 1926, scritta dal questore Angelucci e indirizzata al Prefetto, motiva la richiesta di confino: “Ê individuo scaltro, audace, intelligente e cerca qualunque occasione per propalare le sue idee. Trattasi di elemento molto temibile, di cattiva condotta morale perché dedito all’ozio, attivo propagandista, in rapporto con altri sovversivi”.
“Dedito all’ozio ma attivo”: non è l’unica contraddizione che si rileva nella biografia di Campanile.

Un’annotazione alla carta di permanenza prestampata definisce gli orari, variabili secondo le stagioni, in cui Campanile dovrà presentarsi ai Cameroni.
Il confinato chiede e ottiene il permesso a poter vivere e dormire in una stanza d’affitto; alloggia alla Dragonara, prima nel fabbricato del signor Romano in cui è allestita anche una mensa, poi nella casa di Lucia Bosso che diverrà sua suocera.

Molti dei documenti riguardano le lezioni private che Campanile vorrebbe impartire insieme al confinato Giovanni Pansini. La Questura prima dà il nullaosta, poi arrivano diffide formali e ammonizioni verbali agli alunni, i tredicenni Conte Luigi, Laddomada Silverio, Sandolo Salvatore e due figli di confinati; i primi tre vengono descritti come bravi ragazzi, di buone famiglie, di buoni sentimenti politici, avanguardisti ma “per la loro età potrebbero soffrire l’influenza dei confinati.”

La parte più corposa del carteggio riguarda la vita sentimentale del Campanile: occhio alle date.
Le foto segnaletiche mostrano un uomo non bello, dai grandi occhi chiari sporgenti. Però, secondo le informative di pubblica sicurezza, fa strage di cuori.
Nel 1930, in carcere a Messina, scrive a Nietta con tono tra l’amoroso e lo scherzoso, lamentando che la ragazza gli abbia scritto una sola cartolina. Aggiunge che è in carcere da quaranta giorni e ancora non è stato interrogato; ha parole di scherno verso il magistrato, frustrato per non aver fatto carriera e per ritrovarsi ad essere pretore nientedimeno che a Milazzo: stranamente questa missiva non viene censurata. La conclusione è tenera e solenne: “Il nostro amore sfida e vincerà il tempo. Ciao, pupetta.”

Nel 1934, a Ponza, Campanile è “in relazione amorosa” con Maria Luisa Mancinelli, bolognese, studentessa di Medicina; da una nota della questura si apprende che la ragazza è figlia di un confinato e che, in occasione di una visita al padre, ha conosciuto il Campanile e ha instaurato una relazione. “Poiché tra la Mancinelli ed il predetto esistono rapporti epistolari amorosi nulla osterebbe da parte di questo ufficio a che tra i medesimi avvenga lo scambio di corrispondenza epistolare. Firmato: il questore Modesti, 12 marzo 1934 anno XII”  Fate un po’come vi pare, sembra dire il questore Modesti: dal momento che già vi scrivete, continuate pure.
Ma appena un mese prima, esattamente il 14 febbraio 1934, la signora Lidia Amendola ha chiesto spiegazioni agli uffici di pubblica sicurezza circa l’interruzione della corrispondenza tra Campanile e la figlia Maria, fidanzati da cinque anni; anche Maria Amendola è figlia di confinato.
Nessun riferimento alla relazione tra Campanile e la futura moglie Maria ma un dato di fatto è che il loro figlio Enrico nasce il 23 febbraio 1936.

Può darsi che Campanile sia stato un impenitente dongiovanni, capace di tenere in piedi almeno tre storie contemporaneamente; oppure è possibile che le “lettere d’amore” contenessero messaggi cifrati. Ricorre il tema dei libri ricevuti, dei libri da riconsegnare; da altre fonti si apprende invece che i confinati lasciano alla biblioteca i libri che ricevono. Dunque, a quali “libri” si riferisce Campanile nelle lettere alle tante fidanzate, figlie di confinati?
A proposito del periodo trascorso in carcere senza interrogatorio, Campanile scrive a Nietta:
Le carceri sono la nostra casa, la nostra scuola: noi, figli dell’avvenire, dissolviamo col nostro pensiero anche queste meschine barriere e ci sentiamo liberi anche quando il nostro orizzonte si accorcia. Fa rabbia, questo sì, di vedere anzi di controllare la palese aperta sfacciata violazione dei diritti umani. Il pretore di Milazzo ci disse che non esistono per noi termini. (…) Il domani è un altare che deve sorgere sulle rovine dei vecchi templi: ogni nostro sacrificio, ogni lacrima di innocenti è pietra e cemento per la grande edificazione.”

 

 

 

 

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