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Ritratti fornesi. Americo Feola, la pazienza e la tenacia

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di Giuseppe Mazzella
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Un’infanzia dura, molto dura, vissuta tra Cala Cecata e Cala Caparra. A piedi scalzi o con gli zoccoli di legno e d’inverno con i calzoni corti e calzettoni fino al ginocchio, ruvidi, tessuti in casa con la lana delle pecore, che erano uno dei pochi sostentamenti della sua famiglia. La stessa lana con la quale si filavano le canottiere, provvidenziali per prevenire malanni.
Americo Feola, classe 1929, a 87 anni mostra ancora l’antico vigore di uomo dalle grandi fatiche. Il suo attivismo, al quale la vita l’ha formato, è in contrasto però con il suo sguardo che resta sognante, perduto dietro ricordi lontani e forse verso desideri realizzati e irrealizzati.
Un’infanzia che è come una lente attraverso la quale è possibile mettere a fuoco non solo la sua vita, ma quella della frazione di Le Forna, in quegli anni difficili, in cui la posta in gioco era la sopravvivenza.

I ritmi di vita  della tua infanzia erano lenti. Quali erano i giochi che praticavi? Le Forna era isolata. Non c’erano macchine e vivevamo sempre in mezzo alla strada. Andare al Porto era un viaggio e via mare da Cala Inferno quasi un lusso, a causa del pedaggio da pagare.
Noi bambini giocavamo all’aperto, ci rincorrevamo per tutto il giorno e ci dedicavamo a giochi come Il regno, in cui quattro da una parte e quattro dall’altra, cercavano reciprocamente di occupare la postazione dell’avversario.
Ci sfrenavamo anche al Tocca e piglia culo di pezza, a ’A primma luna monta e a Cavallo tuosto.
Ma per lo più ci azzuffavamo, sobillati dai ragazzi più grandi, che ci incitavano a batterci con i più forti.

Ogni sera, rientrando a casa, ricevevamo la dose fissa di botte dalle nostre madri, esasperate dalle nostre irrequietezze, ma soprattutto da una dura giornata di lavoro dedicata alla famiglia numerosa.
Le scarpe, quando ce le potevamo permettere, passavano dai grandi ai piccoli, man mano che si cresceva. In casa avevamo una forma da calzolaio con martello e chiodini con i quali rattoppavamo i buchi e rimediavamo all’usura.
Quando i nostri piedi si ferivano, il che accadeva spesso, ci si metteva sopra semplicemente un po’ di terra, mentre per eliminare il pus che si fermava inevitabilmente, lo si immergeva in acqua calda e con un rasoio lo si asportava. Le bende per fasciarlo erano ricavate da vecchie lenzuola. .

Americo, gli abitanti di Le Forna che rapporto avevano con il Porto e le istituzioni?
Io ricordo che quando, per esempio, bisognava andare al Comune, che allora era nel palazzo che oggi è degli eredi di Clorinda, in piazza Gaetano Vitiello, a richiedere anche un semplice certificato, bisognava portare o delle uova fresche o una pezza di formaggio, da omaggiare all’impiegato, al quale si veniva annunciati dall’usciere “Biase”, che era claudicante.
Si andava al centro per poche altre necessità come la farmacia dove le medicine venivano preparate al momento. Era molto richiesta la purga per i vermi che mi pare si chiamasse “vermicillina”. Moltissimi bambini soffrivano di “vermi”, a causa delle acque non propriamente potabili che avevamo.

Quindi c’era un certo timore da parte degli abitanti della frazione per quelli del centro.
Più che timore, eravamo coscienti che noi non avevamo le risorse né economiche né culturali per competere. Per cui eravamo in qualche modo “soggetti”.

Facevi anche qualche piccolo lavoro?
Oltre a pascolare le pecore, l’unica possibilità per noi più piccoli, per guadagnare qualche soldo era portare a piedi e a spalla ’nu pecuriello al macellaio Rasimiello Aprea, che aveva bottega ove adesso è il ristorante “La Lanterna”. Aprea, infatti, era il padre del ristoratore “Mondiale”, da poco scomparso. Mi davano per quel lavoro una lira, un vero tesoro per me. Mentre passavo il pomeriggio a governare le pecore, la mattina ero a scuola.
Io ho fatto fino alla quinta elementare nel Palazzo di Franco Feola, di fronte alla Chiesa dell’Assunta, poi appartenuto a “Capaianca”, Giuseppe Sandolo, e adesso alla fruttivendola Fortunata. Tra le vecchie maestre ricordo le sorelle Mancini di Gaeta, Pecorella, che non era sposata; tra i maestri, Settembrini e Baglio. Eravamo tutti in una classe, maschi e femmine, non c’erano servizi igienici e tanto meno riscaldamenti.

Il sabato facevate gli esercizi ginnici previsti dal fascismo?
Sì, il sabato pomeriggio, diretti da don Peppe Marano, che sarà poi il direttore dell’ufficio postale di Le Forna, marciavamo sulla strada della Cavatella, dove c’era anche la “Casa del Fascio”, ospitata nell’abitazione di Nenella, di fronte all’attuale Ina casa. Erano due ore di esercizi per circa quaranta tra balilla e avanguardisti.

Quando hai cominciato ad avere un vero lavoro?
Ho cominciando a 13 anni, falsificando di un anno la mia data di nascita, per essere assunto come operaio da Aniello Aprea, che faceva da geometra e da caporale, nello sterro di allargamento dello scalo d’alaggio di Cala Fonte.
Ma fu per un breve periodo. Poi cominciò la mia lunga vita sul mare. Andavo con il gozzo a remi di Aniello Aprea e Luigi Aprea.
Il mare di Ponza era molto pescoso, ma erano pochi quelli che compravano il pesce. In sostanza una vita di miseria. Durante la guerra, poi, quando l’isola restò isolata a causa dell’affondamento del piroscafo S. Lucia, in cui perirono oltre settanta persone, andavo con l’imbarcazione di ’U pazzo ’i Saverio”, padre di Manu Muzza, Giuseppe Vitiello, a pescare a Palmarola con le lenza. E poi la Sardegna.

La Sardegna, perché andavate tanto lontano?
Perché la Sardegna era ricchissima di pesce e non avevamo quasi concorrenti, dal momento che gli isolani non praticavano la pesca, essendo per lo più pastori. Andavamo con barche da sei metri e mezzo e con motori da sei cavalli.
Ero imbarcato sulla barca di Carminiello Crapone e lo zio, padre di Biagino, il cui soprannome pare si debba alla sua folta capigliatura.
Per raggiungere la Sardegna costeggiavamo la costa da Anzio a Montecristo e poi traversavamo, tempo permettendo, fino alle Bocche di Bonifacio e l’Asinara.
Una volta restammo a Montecristo quasi quindici giorni a causa del mare agitato e finimmo tutte le provviste alimentari.
In Sardegna pescavamo “a aragoste” che il bastimento attrezzato ad aragostaro della famiglia Sandolo raccoglieva ogni quindici giorni per portarle a Marsiglia. Riuscivamo a pescarne tra due e tre quintali a settimana, che mantenevamo vive in grandi nasse. Di quelle che morivano, essiccavamo le code, per portarle a casa.
Dal momento che non c’era possibilità di venderli, essiccavamo anche i pesci come riserve familiari per l’inverno. Solo a volte li scambiavamo con le guardie carcerarie dell’Asinara al posto di pane o farmaci.

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Una vita dura!
Una vita molto dura. In barca eravamo in quattro. Partivamo da Ponza dopo la festività di San Silverio, l’ultima domenica di febbraio, e rientravamo alla fine di settembre. Cucinavamo a terra e quasi sempre era solo pasta bollita, condita solo con un po’ d’olio. Quando eravamo all’Asinara, due dormivano a bordo e due a terra, sotto un rustico tendone. Passavamo mesi senza poterci lavare adeguatamente, mangiando male e pressati anche dal capobarca che per incitarci ripeteva spesso: “Muscio a mangia’, muschio a’ fatica’!”.

Quali attrezzi da pesca utilizzavate?
Avevamo le nasse che rinnovavamo continuamente. Spesso, infatti, si rovinavano e si perdevano tra gli scogli. Le intrecciavamo con i vimini che trovavamo a terra, mentre le corde erano fatte con lo strame, che acquistavamo a Gaeta. E questo fino alla fine dell’estate del 1948. Venne, poi, la chiamata di leva.
In attesa di partire lavorai ancora per un mese al carico e scarico della bentonite che al tempo era trasportata a Santa Marinella. Si faceva tutto a mano e con il cofano si caricava e si scaricava trasportando a spalla su un tavolaccio lungo e precario di circa trenta metri. La barca era della famiglia Musella di Monte di Procida.

E poi partisti come marinaio…
A maggio del 1949 andai a Taranto per il CAR e poi subito imbarcato sulla Corazzata “Caio Duilio” e poi, tre mesi dopo, su un’altra corazzata, l’Andrea Doria”, con la categoria di nocchiero di bordo. Per 28 mesi e poi mi raffermai per circa altri due anni. Furono, gli anni della rafferma, quasi una villeggiatura. Fui, infatti, destinato a Caprera alla tomba di Garibaldi, dove provvedevo anche alla spesa di Anita. E poi ritornai a Ponza.

Tornando a Ponza trovasti prospettive di lavoro?
Sì, anche se al solito duro e faticoso. Andai imbarcato a Montecristo con la barca di Girotto Sandolo ’U zuoppo, e poi, ma questa volta come socio, con la barca di Apicella a Porto Santo Stefano.
Navigavamo senza strumenti, anche di notte, con il solo istinto che avevo ormai affinato in tanti anni di mare.
Poi ancora con Carmine Pagano, che aveva una barca di 8 metri, con un motore Bolinder 8/10.
E poi nel 1955, improvvisa, la tragedia.

Cosa successe?
La S.a.m.i.p., la società che da circa vent’anni scavava a Le Forna, dichiarò pericolante la casa della mia famiglia che era nella zona Canalone, e da un giorno all’altro ci trovammo in mezzo alla strada, con una madre e fratelli e sorelle piccole, con il ricatto del lavoro nei confronti di mio padre che lavorava in miniera.
Fummo ospitati per un po’ da mia cugina Ortensia, poi nella Chiesa da don Gennaro Sandolo, con tutte le nostre povere cose e le pecore, mentre i nostri corredi e masserizie furono rinchiusi nel palazzo del Dopolavoro alla Piana.
Quando andammo a riprenderli, erano inservibili, tutti rovinati dall’umidità e dalle tarme. Poi ci spostammo in affitto nella casa della “Pelosa” e ancora a “casa Vittoria” di proprietà di don Francesco Sandolo.
Furono gli anni più tristi e difficili della mia vita.
Senza una casa, in condizioni economiche difficilissime, la S.a.m.i.p. che prometteva e non manteneva gli impegni presi.
Mi adattai assieme a mio padre a zappare la terra, che non era proprio la mia vocazione, a tagliare la roccia per fare pietre, sostenuti dalla speranza, che si dimostrerà poi effimera, della indennità promessa per l’abbattimento della nostra casa che era stata quantificata in due milioni e trecentomila lire. La Società, alla fine, ce ne offrì solo uno e infine neanche quello.
In quelle condizioni veramente difficili mi sposai. Era il 1957.

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Un matrimonio che ti diede una carica in più!
Una carica in più, ma anche nuove responsabilità. Nel 1960 cominciai nel tempo libero a scavare il sito e ad edificare la mia casa a Cala Inferno. Furono anni di intenso lavoro, ma anche di belle soddisfazioni.
Dopo tanto tempo era arrivato il momento di osare.
E io, che ne avevo viste tante, osai, contro il parere di tanti.
Comperai una barca di 14 metri da Agostino “il brigadiere”, che si chiamava “S. Agostino”, formai l’equipaggio con mio fratello Raffaele, Spigno “Cannicchiaro” e Franco Vitiello, padre di Michele e mi trasferii in Sardegna per la pesca alle aragoste.
Il mercato, intanto si era aperto, e potevamo vendere sul posto; all’Asinara c’era la rivendita Rivieccio che fornivamo e tra Porto Torres e Santa Teresa di Gallura e alla Maddalena, molti erano ormai gli acquirenti, anche grazie al nascente turismo.
I dentici di 7 o 8 chili li vendevamo ai primi villeggianti, mentre i ristoranti acquistavano solo quelli più piccoli, da due o tre chili.
Le cose cominciavano finalmente a girare.
Un lavoro, quello del pescatore, che mi ha appassionato tutta la vita fino al 1993, quando decisi di andare in pensione.
Ma dopo un breve periodo di riposo, non me la sentivo di rimanere inattivo, per cui mi imbarcai su una bella barca a vela che portava il nome di “Amata”, e che apparteneva al ricco imprenditore Stefano Franchetti.
Non vincevamo mai nessuna regata, perché l’imbarcazione era troppo pesante, ma il proprietario si divertiva ed io con lui. Passai poi su un’altra barca a vela, di proprietà della famiglia Scarpellini. Tornato definitivamente a Ponza, chiusi con il mare con un breve imbarco sulla cisterna che fornisce l’acqua a Ponza.

La sua ostinazione nel fare, la voglia di impegnarsi senza risparmio, gli hanno permesso di edificare per sé e la sua famiglia una bellissima casa e vivere una serena vecchiaia. Anche se lo si vede spesso aiutare amici e parenti in tante incombenze.
Americo non riesce proprio a stare fermo!

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Nota della Redazione
Il documento originale di opposizione del capofamiglia Agostino Feola alle ingiunzioni della Samip è stato rintracciato ed è parte di una tesi di laurea (di Federica Raddi); letto pubblicamente ad una riunione dei “Ponza-a-Lanuvio-Day” nel febbraio 2011, in presenza di Gilda Feola, la figlia di Americo: leggi qui
Porta la data del 14.12.1955

La lettera (in formato .pdf): lettera-agostino-feola

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2 commenti per Ritratti fornesi. Americo Feola, la pazienza e la tenacia

  • luigiaprea

    Ho letto, commosso, la storia di Americo Feola. Ricordo, ero ragazzo, quando avvenne quell’incredibile violenza contro Agostino e Restituta Feola. Ero presente insieme ad altri aldilà del muretto. Ricordo due carabinieri che trascinavano fuori casa Agostino dall’apparente calma e Restituta che si dimenava, scena rimasta impressa nei miei ricordi.

  • Francesco De Luca

    A dispetto di chi pensa che Ponzaracconta sia visitato da soli studiosi, zi’ Ntunino, dopo aver letto le peripezie di Agostino Feola, ha messo a fuoco l’episodio più straziante della sua vita: l’essere stato espropriato della casa e della terra dalla SAMIP.
    È toccante la lettera che inviò al Ministro degli Interni per rappresentare la sua tragedia.
    Eppure sull’isola c’era una qualche istituzione che avrebbe dovuto tutelarlo. C’era una Amministrazione, c’era un Sindaco, c’era un Fornese rappresentativo che avrebbero dovuto sostenere la dignità di un ‘onesto lavoratore’ fornese.

    Zi’ Ntunino mi guarda stravolto: “Succedeveno chelli cose e nesciuno deceva niente. Pecché? Comme faceva ’a SAMIP a tene’ sotto ’u schiaffo tutt’ i Furnise e nesciuno pigliave ’i parte d’a povera ggente!?
    ‘A libbertà nun è na parola, è na fede, forse è l’unica fede c’hadda tene’ l’omme.
    Scrivele, scrivele ’sti cose, tu ca saie scrive”.

    Come dargli torto. Ieri come oggi l’esercizio più meritevole è quello di aspirare nei comportamenti dai più banali a quelli più importanti, alla realizzazione della propria libertà.
    Innaffiamolo l’albero di zi’ Ntunino, che ci rende degni.

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