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Il possibile la vince sul reale. “Atlante delle isole remote”, di Judith Schalansky. Seconda passata

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segnalato da Sandro Russo
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ATLANTE DELLE ISOLE REMOTE – Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò

La bella recensione di questo “Atlante” da parte di Arturo Gallia (leggi qui) mi ha riscosso da quella specie di torpore che prende dopo l’acquisto di un libro, anche molto desiderato: viene riposto in attesa di dedicargli tutta la considerazione che merita, ma in definitiva insieme a tutti gli altri passati per la stessa trafila, una montagna di libri non letti… e lì dimenticati.
Un libro, scrive Arturo “come una strenna natalizia che dopo essere stato scartato rimane poggiato sul ripiano della libreria, in attesa di una collocazione futura e chissà di una consultazione veloce”.

Ho raccolto a suo tempo alcune recensioni uscite sui giornali; anche quelle messe giudiziosamente da parte [quella di Valeria Parrella e di Stefano Bartezzaghi da “La Repubblica” sono riportate in file .pdf in fondo all’articolo].

Qui di seguito  la presentazione in quarta di copertina (vedi anche immagine sottostante):
“Con questo atlante, Judith Schalansky ci conduce in cinquanta isole remote, lontane da tutto e da tutti che non troverete mai con Google Earth: da Tristan da Cunha fino all’atollo di Clipperton, dall’Isola di Natale a quella di Pasqua, e ci racconta storie misteriose e bizzarre.
Storie di animali rari e di uomini strani, di schiavi naufraghi e solitari studiosi di scienze naturali, esploratori smarriti e folli guardiani del faro, naufraghi dimenticati e marinai ammutinati. Sono le storie di “Robinson” volontari e involontari che dimostrano che i viaggi più avventurosi si svolgono sempre nell’immaginazione, con il dito sulla carta”.

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L’indice delle isole per dislocazione geografica

Illuminante è la lunga introduzione dell’Autrice, appassionata di carte topografiche e relegata – forse proprio perché relegata – negli invalicabili confini della Repubblica Democratica Tedesca, prima della riunificazione della Germania:
“La cartografia – ella scrive – dovrebbe essere annoverata finalmente tra i generi poetici (…). Consultare le carte può alleviare il desiderio di viaggiare in paesi lontani che esse suscitano e addirittura sostituire il viaggio (…) – E conclude: “Ancor oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio”.

Cinquanta isole. Ciascuna corredata da una serie di precise informazioni sulla posizione geografica (latitudine e longitudine) e la distanza in km dalle terre emerse più vicine; inoltre dei cenni sull’anno della scoperta e sulla denominazione. Poi una pagina di stringate informazioni sull’isola stessa (tra le tante possibili, quelle che l’autrice ha ritenuto rilevanti) e a fronte, una mappa dell’isola.
Una caratteristica delle isole è che ogni isolano le vede come al centro del mondo – come del resto ognuno vede se stesso -, ma questo viene graficamente esplicitato, per ciascuna delle cinquanta isole, con la sua posizione in relazione all’universo mondo, con al centro l’ombelico costituito dall’isola (nell’angolo in alto a destra, per ogni isola):

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Le due pagine a fronte dedicate all’isola di Pasqua (pp. 100-101)

Che le isole possano essere un’invenzione letteraria si rileva da alcuni particolari significativi. Nel gruppo delle isole Juan Fernández, un arcipelago al largo delle coste del Cile, ce ne sono due in particolare: una chiamata un tempo Màs a Tierra (Più a terra), dove storicamente soggiornò per quattro anni e quattro mesi Alexander Selkirk – un marinaio-corsaro scozzese che vi fu abbandonato nel 1704 – che è stata ribattezzata nel 1966 Robinson Crusoe, col nome del più famoso libro di Daniel Defoe pubblicato nel 1719, liberamente ispirato” (si direbbe adesso) all’avventura del marinaio Selkirk.
E, forse per fare giustizia, un’altra isola dello stesso arcipelago, prima chiamata Màs afuera (Più al largo) è stata ribattezzata sempre nel 1966 “Isla Alejandro Selkirk” , anche se “il titolare” non ci ha mai messo piede.

alexander-selkirk-life-and-adventuresLa vicenda di Alexander Selkirk ricostruita da un biografo del secolo successivo (l’immagine non fa parte del libro di cui si sta trattando)

Delle isole in particolare la Schalansky rileva l’indole “tragediatora”:
“E tuttavia sono proprio gli avvenimenti terribili possedere il più grande potenziale narrativo e le isole sono il luogo perfetto dove ambientarli. Mentre l’assurdità della realtà su disperde nella vastità dei grandi continenti e viene così relativizzata, sull’isola essa è evidente. L’isola è uno spazio teatrale: tutto quello che accade qui, si concentra quasi inevitabilmente in storie, drammi da camera, diventa materia letteraria. È tipico di questi racconti che verità e fantasia non siano più separabili: la realtà diventa finzione e la finzione si realizza” [dalla Prefazione dell’Autrice, pag. 19].

…E non sarebbe che uno dei tanti richiami – per isolani veri, se non anagraficamente, nel cuore – che questo libro invogliano a leggere…

 

Recensioni da “La Repubblica” del dicembre 2013, all’uscita del libro
le-piccole-terre-emerse-dimenticate-dal-mondo-di-valeria-parrella
schalansky-e-quelle-isole-che-non-ci-sono-di-stefano-bartezzaghi

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